28° Far East Film Festival (Udine, 24 aprile-2 maggio): Tunnels: Sun in the Dark di Bùi Thạc Chuyên (Mulberry Award per la miglior sceneggiatura)

Tunnels: Sun in the Dark

Rovesciare la prospettiva a proposito di un determinato evento storico, è un processo che penetra la percezione di chi è chiamato ad esserne diversamente testimone con una maggiore forza e incisività, laddove ad essere capovolto non è solo il primato narrativo di chi racconta, ma anche e soprattutto del posizionamento dal quale questo è stato raccontato. L’aspetto più avvincente e rilevante del vietnamita Tunnels: Sun in the Dark di Bùi Thạc Chuyên consiste proprio nella ricostruzione immersiva di una specifica, determinata operazione militare scagliata da un esercito statunitense in affanno e difficoltà contro i guerriglieri comunisti durante la guerra del Vietnam.

Soprannominata Cedar Falls e avvenuta nel 1967, questa imponente azione di forze terrestri era mirata a ad accerchiare e stanare i vietcong fin negli antri più nascosti delle roccaforti costruite dentro la giungla e presso i villaggi già rasi al suolo dai bombardamenti dei raid aerei. E il punto di vista è, letteralmente e tecnicamente, quello sotterraneo, dal basso, di un gruppo di combattenti, compagne e compagni, che si ritrovarono nella labirintica e ramificata struttura di 250 metri di tunnel costruiti nel sottosuolo del distretto rurale di Củ Chi, appartenente all’area della città di Ho Chi Minh. La mdp di Bùi Thạc Chuyên, il mezzo in quanto significante prima dello sguardo come significato,  si cala in questo riorganizzato mondo sommerso, con un movimento che cerca di mettere audacemente insieme due aspetti, ovvero le istanze retoriche e spettacolari di un cinema propagandistico e la stringente esperienza sensoriale di un film di guerra che non ha lo scopo esclusivamente strumentale di fare entertainment nonostante la pressione sui risultati economici  (alto budget finanziato interamente da privati e annunciato campione d’incassi al box office).

Tunnels: Sun in the Dark

L’impatto emotivo e cognitivo di quei corpi sporchi, tirati, ansimanti che si muovono in spazi dalla mutabile conformazione geometrica e dalla variabile metratura decostruisce il punto di vista occidentale, impostato dalla rapace verticalità di un elicottero  che si abbatte a picco contro la paesaggistica distesa di radure e paludi;  un indistinto invischiamento ambientale e territoriale dove la presenza dell’altro altrettanto indistintamente identificato come nemico, peraltro invaso nel suo paese e costretto alla paranoia di una silenziosa, strisciante resistenza, veniva ridotta, eticamente ed esteticamente, al ruolo speculare di controparte sul campo di battaglia o alla proiezione fantasmatica di un perseguitante senso di colpa post bellico. I guerriglieri e le guerrigliere che abitano e circolano per i loculi e i cunicoli illuminati dalla flemmatica e residuale luce di torce e candele si imprimono al contrario per il loro dinamico e pulsionale desiderio di portare avanti quella lotta di liberazione, una finalità inserita chiaramente dentro la scena pubblica e politica di un’ideologia, dalla sua attuazione concreta come strategia militare. La stessa spettacolarizzazione che deriva da una concezione del cinema bellico, assai operata e diffusa anche dalle produzione europee e angloamericane, resta assestata sulla linea di un rigore formale che segue fino alle estreme conseguenze i personaggi nel susseguirsi frenetico delle gesta in un tempo frammentato tra accelerazioni e sospensioni, a cominciare dalla limitata ( in quanto pericolosa e mortale) dialettica con la terra emersa, la superficie mano a mano endemicamente occupata dagli asettici carri armanti delle truppe USA.

La regia in Tunnels: Sun in the Dark concentra queste puntate all’esterno nel farne un controcampo della minaccia straniera senza volto che, in una costruzione progressiva dello scontro terminale, introduce nei bunker in fase di dismissione, anche le fisicità dei soldati americani in carne ed ossa, spingendoli fino all’elementare, basico combattimento corpo a corpo, ostacolato dalla detritica materialità dei terragni corridoi; oppure nel paradosso di una contraerea fatta a mano da parte di alcuni dei combattenti, con un’esaltazione, spudoratamente di parte, del gesto estremo visto eroicamente con un’accezione piuttosto problematica, e non come deriva di una follia, del delirio collettivo della guerra che porta a mettere a rischio nei modi più sconsiderati ogni singola vita. La dimensione personale, impossibile da scindere nella radicalità logistica di che ha aderito a quel tipo di scelta, non è completamente ignorata e, in mezzo all’assillo dei bombardamenti, c’ è la possibilità di una digressione “romantica” per il matrimonio tra il matura leader del gruppo e una delle guerrigliere, uno scorcio quasi onirico di normalità e di tenerezza nel ventre fuori dall’ordinario di quel momento decisivo per l’una e per l’altra parte. In questa chiave umanizzante di un carrellata di soggetti piuttosto semplificati dal punto di vista psicologico ed emotivo, colti nell’istinto di sopravvivenza di dover diventare azione risolutiva, Bùi Thạc Chuyên si fa prendere forse da un’ eccessiva tendenza al lirismo da una parte ( l’immagine ripetuta, che potrebbe essere quasi sublimale ma comunque slegato dal resto dell’impianto iper realista, di due combattenti che fanno l’amore sotto i bombardamenti protetti solo da una coperta) e al brutalismo d’altra (la scena di stupro). La rappresentazione un po’ forzata della bellezza e dell’orrore che coesistono in simili, restrittive circostanze.

Tunnels: Sun in the Dark

Sul piano della messa in scena, la forma divaricante del tunnel collegata alla manifestazione espansa e estenuante del tempo spazio della guerriglia può evocare, in noi spettatori europei, un immaginario piuttosto vasto, anche se da un’angolazione esterna, di penetrazione invasiva in abbinamento con uno sguardo colonizzatore e predatorio (per quanto riguarda il Vietnam poi, restituito al mittente con la cocente e tragica sconfitta di una hybris ancor oggi suprematista). Questa volta a prevalere è l’incuneamento, l’ incanalamento, lo schiacciamento fisico che, con un’associazione azzardata ma non troppo, riconduce visivamente all’ipertrofico e totalizzante cinema di James Cameron: parafrasando nel suo caso la guerra nell’altra dimensione fantascientifico-avventurosa ( come modalità di vedere, prima che come genere)  in Aliens-scontro finale (1986) realizzava una lunga sequenza nei sotterranei altrettanto cunicolari di un avveniristico centro urbano assalito e distrutto dalle mostruose creature dell’ostile pianete alieno colonizzato a forza dall’avida multinazionale; la fuga di Ripley/Sigourney Weaver seguita, per contrappasso, da una squadra di marines, possedeva la stessa, concentrata tensione dilatata lungo l’intera durata del film di Bùi Thạc Chuyên; la parte centrale dell’allagamento dei tunnels vietnamiti da parte degli americani, con quel continuo alternarsi di immersioni e riemersioni filmato soprattutto su una delle guerrigliere ( e quel rivolo di luce a fior d’acqua che spunta dalla soggettiva attraverso un foro nella terra), fa il palio con i tentativi di salvataggio subacqueo tra le sorelle di Avatar: la via dell’acqua (2022).

Tunnels: Sun in the Dark

Ma prima di tutto ciò chissà se in realtà non abbiamo assistito alla versione alternativa di come sono andate le cose, quella che restava impressa negli occhi in procinto di spegnersi della morente bambina cecchino nel kubrickiano Full Metal Jacket. Il sol dell’avvenire riflesso a specchio nel tramonto di una dark victory.

 


Tunnels: Sun in the Dark (Địa Đạo: Mặt Trời Trong Bóng Tối); regia: Bùi Thạc Chuyên; sceneggiatura: Bùi Thạc Chuyên, Nguyễn Thị Minh Ngọc; fotografia: Nguyễn K’Linh; montaggio: Julie Beziau,Thân Thị Thu Hằng; musica: Clovis Schneider; interpreti: Thái Hòa, Hồ Thu Anh , Quang Tuấn, Diễm Hằng Lamoon , Cao Minh; produzione: Nguyễn Chí Dũng, Bùi Thạc Chuyên; origine: Vietnam, 2025; durata: 126 minuti.

 

 

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