Clara di Marta Bergman

Clara – Voto ***(*)

„Si tratta di persone che fuggono dal terrore, le più povere e vulnerabili che possiamo immaginare”. Con queste parole Ken Loach commentava l’episodio vero che sta alla base del film della belga-rumena Marta Bergman (Sola al mio matrimonio, 2018) nuovo tassello di cinema di confine, nuova plastica messa in scena di un mondo spezzato in due tra i privilegiati liberi di abitare gli spazi e i reietti costretti a nascondersi per attraversarli. La storia è quella di Sara (Zbeida Belhajamor) e Adam (Abdal Razak Alsweha), giovanissima coppia siriana, è quella di Clara, la loro figlia di due anni, entrati illegalmente in Belgio con la speranza di raggiungere l’Inghilterra. In una fatidica notte ammassati nel retro di un furgone insieme ad altri migranti, tenteranno di portare a compimento il loro cammino della speranza.

Bergman apre la storia di  Clara nello spazio angusto di una tenda arancione, tiene la camera stretta sui corpi della giovane famiglia in fuga quasi a volerne testate la capacità di resistenza col chiaro intento di non fornire punti di riferimento spaziali. Dove ci troviamo? Cosa c’è fuori ad aspettarli? Una breve panoramica dall’alto mostra infine una tendopoli ai margini della civiltà, si apre temporaneamente a uno sguardo più ampio, prima di ripiombare nel parziale – notturno – del racconto. La frammentazione è il centro del racconto: il suo corpo reale e simbolico, Clara, non è mai corpo intero e ben in vista. Infagottata, in ombra, abbracciata a un genitore, intenta a mormorare le proprie cantilene, la sua presenza è tanto anomala (unica infante tra la varia umanità compressa nel retro di un furgone) quanto inafferrabile. Il suo stato infantile mina alle fondamenta il confronto serrato tra cacciatori e prede, tra tutori dell’ordine e fratture di sistema.

Un sistema che mappa e moltiplica il proprio asettico sguardo tecnologico, che sguinzaglia la propria squadra (Hydra Borders) tra i camion parcheggiati in sosta o all’inseguimento di veicoli sospetti. Una spasmodica ricerca dell’illegale che è certificazione di una volontà di disumanizzazione, che tuttavia Redouane (Salim Kechiouche)– poliziotto di origini arabe ormai „integrato” e assoldato alla causa – e i suoi compagni, nei brevi passaggi a vuoto del controllo, finiscono per aggirare. Perché Clara è esattamente l’imprevisto inevitabile, l’elemento di disturbo che scoperchia il frastuono di fondo dell’intero impianto e che Bergman amplifica con brevi salti temporali più simili a improvvise premonizioni che semplici flashforward. Non avere il controllo significa non conoscere il volto di chi ha organizzato il trasporto illegale, di chi è alla guida del furgone, ma vuole anche dire non sapere fino in fondo come agire quando arriva il momento di prendere decisioni rapide, di valutare i livelli di rischio, avendo dall’altra parte della barricata un’umanità disperata e inerme.

Clara

„Voi siete le vittime, i trafficanti vi sfruttano”, dirà la poliziotta al vertice della catena di comando costretta a intervenire una volta che il colpo di pistola di Redouane ha mancato la gomma del furgone e colpito qualcos’altro. Qualcosa che rompe il meccanismo e ne mostra i nervi scoperti, che macchia di sangue la falsa efficienza di chi è costretto a normalizzare, ogni notte, il caos universale.

Clara dichiara le fallaci percezioni di chi crede di muoversi nella certezza dell’azione („credo di non aver sentito”, „mi è parso di non averla vista”), e interroga direttamente noi spettatori quando prova a comprare il nostro silenzio colpevole con il baratto di un riconoscimento che dovrebbe essere innato. Sara e Adam, all’alba di un nuovo giorno che si apre alle grida di bambini che giocano in un parco, serrano la finestra e si muovono nello spazio asettico di un appartamento che un governo colpevole gli offre in cambio di un corpo perduto. Il primo ministro di un paese europeo cala dall’alto un permesso di soggiorno „temporaneo” per la giovane coppia. Una compensazione a tempo determinato che non suona come accoglienza, ma somiglia tanto alla concessione di un padrone poco più che caritatevole. Non siete i benvenuti, Clara, anche adesso che la nostra terra si è trasformata nella tua meta finale.

In sala dal 7 maggio 2026.


Clara (L’enfant bélier/The silent run) – Regia: Marta Bergman; sceneggiatura: Marta Bergman, Ely Chevillot, Sacha Ferbus, Camille Mol; fotografia: Noé Bach; montaggio: Frédéric Fichefet; musiche: Michel Corriveau; scenografia: Samuel Charbonnot; interpreti: Salim Kechiouche, Zbeida Belhajamor, Clara Toros, Abdal Razak Alsweha, Lucie Debay, Michaël Abiteboul, Yoann Zimmer, Isabelle de Hertogh; produzione: Frakas Productions e Productions des Années lumière; origine: Belgio/Canada, 2025; durata: 95 minuti; distribuzione: Cineclub Internazionale.

 

 

 

 

 

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