Le tigri di Mompracem – un affare di famiglia che diventa un thriller sotto gli abissi. Voto ***(*)
Questo è un affare di famiglia. Estrella e Antonio, fratelli “tigre”, figli di un padre sommozzatore la cui scomparsa pesa ancora ben più di una presenza viva, sono ritratti da ragazzini in un video amatoriale mentre si sfidano in una gara di apnea. Chi raggiungerà per primo l’orologio lasciato cadere in mare dall’uomo avrà in cambio fama eterna. Antonio torna a galla vincitore, Estrella subisce una lesione all’udito che le impedirà, da quel momento, di scendere oltre i diciassette metri di profondità. Un trauma che ha stretto ulteriormente il loro legame soprattutto ora che, entrambi sommozzatori nel porto di Huelva, hanno vite private andate in fumo, lui separato con due figlie e una ex moglie che reclama gli alimenti, oppure da ricostruire: lei con il miraggio di un impiego in una riserva marina dove i fondali non farebbero più paura. Un traffico di cocaina in transito sotto una nave cargo è per Antonio l’occasione per risollevarsi, pagare i debiti e non perdere le figlie. Estrella, prima riluttante, accetta di aiutarlo nell’impresa.
Lo spagnolo Alberto Rodriguez non è cambiato. A tre a anni da Prigione 77 (2022) continua a fotografare l’orizzontalità dello sguardo con la stessa conturbante ferocia de La isla minima (2014). Il suo personale skyline resta denso anche – e soprattutto – quando indugia su quanto se ne sta sullo sfondo (e qui sono spesso acciaierie, torri metalliche, teorie di luci, ma anche pezzi di cielo) quasi a voler saggiare la capacità delle storie che racconta di modellare quello che le racchiude. In questo senso, Le tigri di Mompracem è un salto di qualità perché crolla sulla sua verticale per vedere quanto le profondità dei mari siano capaci di trascinare in fondo il desiderio, il sogno, la paura. Ma come in Abissi (1977) del mai sufficientemente ricordato Peter Yates andare a caccia nei fondali equivale a scoperchiare segreti ben più remoti e sedimentati nel tempo.

Antonio (interpretato dal mai meno che supremo Antonio de la Torre – avete presente Che dio ci perdoni (2016) e Il regno (2018) di Rodrigo Sorogoyen o Una notte di 12 anni (2018) di Alvaro Brechner in cui vestiva i panni del leggendario leader tupamaros José Mujica?) ed Estrella (una scintillante Bàrbara Lennie – la vedremo a breve anche nel prossimo Almodovar Amarga Navidad) sono creature simbiotiche che hanno imparato a riconoscersi dai rispettivi movimenti di inspirazione ed espirazione. I loro ruoli, però, sono determinati e non modificabili: la donna è colei che accudisce, che prende il tempo delle immersioni, che dà gli ordini all’uomo, il cui corpo segnato da una vita in acqua reclama più ossigeno, rischia ogni giorno di perdersi nel buio alieno degli abissi. Rodriguez prende i limiti dei suoi protagonisti (la profondità per lei, la tenuta per lui) e li replica in superficie in un gioco thriller che apre spazi e stringe l’inquadratura fino al limite di due corpi soli intenti a escludere il resto del mondo. E così le immersioni si fanno sempre più buie, le camere a circuito chiuso vengono spente, i volti dei ricattatori (la banda che è venuta a conoscenza dell’affare e vuole l’intera partita di cocaina) sono fuori dalla nostra vista. La minaccia è dappertutto e per questo appare inafferrabile.
Se, citando Truffaut in Effetto notte, i film “vanno avanti come i treni nella notte”, allora un racconto d’acqua non può che richiedere alla storia di fermarsi, ogni tanto, a riprendere fiato. Come nel racconto Il nuotatore di John Cheever in cui un uomo decide di tornare a casa sua nuotando di piscina in piscina, ecco che Le tigri di Mompracem concede nel suo svolgersi a Estrella e Antonio le occasioni per cimentarsi seriamente nelle loro vite, per camminare tra la gente e vedere come uscire finalmente dai ricordi intrappolati in un filmino di trent’anni prima. Tutto però ritorna al mare, perché immergersi continua a essere l’unica ragione di esistere: scomparire per essere visti. Una condanna alla reiterazione del gesto che finirebbe per essere letale se non fosse l’unico modo per liberarsi di un tesoro ingombrante. Ancora l’orologio (e quanto ho pensato al pugile Butch in Pulp Fiction) e quel destino segnato: tornare agli abissi dai quali – un tempo – mani bambine avevano pensato di poterlo strappare.
In sala dal 14 maggio 2026.
Le tigri di Mompracem (Los Tigres) – Regia: Alberto Rodríguez; sceneggiatura: Alberto Rodríguez, Rafael Cobos; fotografia: Pau Esteve Birba; montaggio: José Moyano; musiche: Julio de la Rosa; scenografia: Pepe Dominguez del Olmo; interpreti: Antonio de la Torre, Bárbara Lennie, Joaquín Núñez, César Vicente; produzione: Movistar Plus+, Kowalski Films, Feelgood Media, Mazagón Films AIE, Le Pacte; origine: Spagna, 2025; durata: 109 minuti; distribuzione: Movies Inspired.
