Sheep in the Box. Voto ***(*) – Un altro film di Hirokazu Kore’eda dove prevale l’intento contemplativo, pacificatorio e liberatorio. Un’alta favola moderna dal finale positivo in cui conciliarci con il mondo e la natura.
Non è un futuro molto lontano dal nostro presente quello mostrato in Sheep in the Box l’ultimo film di Hirokazu Kore’eda già vincitore della Palma d’Oro nel 2018 con Un affare di famiglia. Infatti, ormai è quasi una realtà, che i pacchi vengano consegnati da droni volanti, e non è poi così fantascientifico che i bambini vengano accompagnati a scuola da dei robot balie. La differenza è che nel futuro di Sheep in the Box esiste REbirth, una ditta che produce umanoidi di ultima generazione costruiti apposta per rimpiazzare persone care scomparse all’improvviso.
Dopo due anni dalla morte del loro amato figlioletto Kakeru, l’architetta Otone (Haruka Ayase) e il marito Kensuke (Daigo Yamamoto), che lavora come carpentiere, ancora non si danno pace per la perdita subita. All’arrivo dell’ennesimo pacco pubblicitario della ditta REbirth i due si decidono per una consultazione e si fanno arrivare a casa la copia ‘quasi’ perfetta di Kakeru (Kuwaki Rimu). Come il bambino, anche l’umanoide Kakeru sa infatti recitare a memoria tutte le stazioni della linea ferroviaria, ma essendo un essere artificiale non ha bisogno di mangiare e non può fare il bagno come faceva il figlio vero. Mentre il padre Kensuke è deciso a trattarlo con freddezza e cerca di vederlo alla stregua di un tamagoci o una macchina dotata di GPS, la madre Otone gli si affeziona fin da subito e lo veste come vestiva il figlioletto, con abiti ordinati e lindi che sembra una copia del Piccolo principe. Ma Kakeru si rivela fin da subito dotato di spirito indipendente e, a mano a mano che conquista l’intimità e i sentimenti dei genitori, si dà da fare per sciogliere i legami che lo tengono legato alla famiglia. E di nascosto si unisce ad un gruppo di ragazzini e umanoidi che si ritrova di nascosto nell’edificio di una scuola abbandonata.

La trama non è nuova. Ricorda un progetto filmico di Stanley Kubrick, poi realizzato da Steven Spielberg con il titolo di A.I. – Intelligenza artificiale (2001) ed è tratto da una storia di Ian Watson. L’arte di Kore’eda è di aggiungerci molta della poesia del Piccolo principe di Saint-Exupéry e qualcosa pure dell’anarchia del Pinocchio di Collodi. E forse anche per questo non ha bisogno di elementi di science fiction per essere un film di fantascienza, perché recupera il fantastico delle due favole pur lasciandolo in forma reale e ancora nei limiti del possibile. Il titolo riprende il primo incontro del Piccolo principe descritto da Saint-Exupéry e una delle prime immagini del libro: la scatola che contiene la pecora ideale.

Sheep in the Box è ancora una volta dopo L’innocenza (Kaibutsu, 2024) la variazione del tema sempre caro a Kore’eda della famiglia diversificata, scelta dai singoli e non data per leggi naturali, biologiche o di parentela, e soprattutto ha a che fare con il senso di colpa che entrambi i genitori non riescono a staccarsi di dosso. In questo li aiuta l’umanoide Kakeru, il bambino surrogato e sosia imperfetto del loro figlio ideale. Nessun genitore e nessun figlio può essere perfetto e una casa è solo un contenitore vuoto, come le case a forme regolari e geometriche che modella Otone, ritagliandole dal polistirolo per i suoi clienti, e che poi riempie di figurine in miniatura: l’ipotesi di una famiglia. L’umanoide Kakeru impara veloce con la sua intelligenza artificiale dagli insegnamenti dei genitori e li perfeziona fino a trovare la soluzione ideale per tutti e tre.
Il tema etico della natura artificiale degli umanoidi e la questione se o no rimandare indietro il bambino, che i poco convinti Otone e Kensuke si domandano ripetutamente, non si pone per Kore’eda, che accetta ogni forma di vita nella sua comunità, come nei finali dei suoi film spesso avviene.
Per il regista di Sheep in the Box, quindi, c’è posto anche per l’AI nel nostro prossimo futuro. Basta farne un buon uso. Dispiace solo che alcune idee si perdano nel corso del racconto: la misteriosa scomparsa di bambini umanoidi non viene del tutto chiarita e anche il ritorno ad una natura rigenerativa che accoglie ogni forma vivente su questo pianeta può risultare forse troppo semplicistica e di maniera. Ma nel cinema del regista giapponese prevale sempre l’intento contemplativo, pacificatorio e liberatorio. E le sue favole moderne dai finali positivi vogliono conciliarci con il mondo e la natura.
In Concorso al Festival di Cannes 2026. Presentato in anteprima a Cannes a Roma
In sala dal 27 agosto 2026.
Hako no naka no hitsuji (Sheep in the Box) – Regia e sceneggiatura: Hirokazu Kore-eda; fotografia: Senzo Ueno; montaggio: Hirokazu Kore-eda; musica: Yûta Bandoh; scenografia: ; interpreti: Haruka Ayase (Otone Komoto), Daigo Yamamoto (Kensuke Komoto), Rimu Kuwaki (Kakeru/Humanoid child), Nana Seino, Hinata Hiiragi; produzione: Fuji Television Network, Gaga Corporation, Toho, AOI Pro.; origine: Giappone, 2026; durata: 126 minuti; distribuzione: Bim e Lucky Red.
