UnArchive Found Footage Fest – Inizia la quarta edizione della belle manifestazione romana – da non mancare.
Arrivato alla sua quarta edizione, UnArchive Found Footage Fest è diventato, anzi sta diventando per restituire con più precisone il senso costantemente trasformativo del suo attraversare le immagini, qualcosa di più di un evento, un festival, un’occasione dedicata a quelle opere dell’audiovisivo, di varia forma e formato, che si confrontano con il riuso del materiale d’archivio: si presenta come un spazio esteso, aperto in uno scambio ramificato di questioni e di riflessioni, dove la presenza e la partecipazione della comunità , stando sulla pluralità degli archivi coinvolti e riaperti, riguarda e include tutti i livelli: politico, cinematografico, socio-antropologico, storico. Ma palando di un cinema composto di frammenti, fotogrammi, unità di misura talvolta infinitesimali nella vastità di ore ed ore di girato, non è possibile fare una catalogazione così netta e organizzata per genere, soggetto o perfino taglio del racconto in questione. Il senso del lavoro sull’archivio, scrivono nell’introduzione di quest’anno Marco Bertozzi e Alina Marazzi che curano come per le precedenti edizioni la direzione artistica, è altrove, in una zona più liminale e in corso di ricognizione: “ In quanto orizzonte di confine, il found footage lavora sulle soglie, sulla disgiunzione delle leggi acquisite, in una continua riflessione sulla perdita e sull’impossibile ritorno all’origine. La conferma che nessuna identità chiusa va bene, che nessuna “vera” origine è possibile”, e ancora: “Siamo rabdomanti alla ricerca di rivisitati cine frammenti, e proprio perché il pensiero frammentario è messa in crisi del pensiero sistematico, l’ecosistema culturale di UnArchive prova a sondare alternative alla storia teleologica del cinema”. Basti pensare che il film di apertura, emblematicamente ripresa dopo il suo passaggio alla scorsa Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, è lo struggente Remake di Ross McElwee, dove la stratificazione dei piani si apre a un crocevia di possibilità mancate e recuperate, che partono dalla necessità del regista di continuare a guardare, attraverso i filmati girati in comune con il figlio Adrian precocemente scomparso, ad un rapporto in bilico sulla consistenza dilatata e al tempo stesso sull’assenza fantasmatica del tempo ( remake come qualcosa di già fatto e ripetuto, e potenzialmente di nuovo e di diverso). Il passato allora non è più il ritorno ad uno stato originario delle cose, avvicinato solo dal sentimento del rimpianto e della mancanza. È materia parlante e sgorgante, che attiva tensioni e desideri attuabili nel nostro presente, accerchiato da una situazione che, almeno istituzionalmente e dall’alto, invita allo stallo e alla paura.
Tutti i film del concorso ufficiale, dove sono presenti autori e autrici già transitati e transitate per questi approdi (Maryam Tafakory, Miranda Pennel, Tomasz Wolski, Radu Jude, Bill Morrison, Sylvain L’Espèrance) con altri e altre alla loro prima esperienza, hanno in comune il fatto di non trattare l’immagine come un dispositivo a circuito chiuso, una questione privata, omessa, negata delle sue sfocature e sbavature, e riprodotta in un’ affabulatoria e consolatoria finitudine. Siamo pronti ad entrare nella proliferazione e nella fertilità di un campo di forze che non si contrae e si limita, ma si spalanca e rilancia la panoramica di una visione, perfino quella sulla paura di disintegrarsi nel vuoto (ma per mano).
E la risposta, può toccare anche le corde più inattese della poesia in movimento, come promette la retrospettiva Coreografie d’archivio curata da Giacomo Ravesi, che costruisce un possibile itinerario danzante di materiali che vanno dagli anni trenta alla contemporaneità, rielaborando dal punto di vista figurativo e ritmico, in due sezioni denominate Movimenti e Metronomi, quelle immagini che hanno rappresentato le più vasta eterogeneità delle forme di ballo e del corrispettivo apparato sonoro e musicale: dal balletto all’opera lirica, dalla danza contemporanea alla video-musica, dalle coreografie sportive alle parate militari, dagli scratch video ai balletti social, fino ai video in split-screen del web.
Evocativamente risuona, rispetto all’excursus su questo tipo di ricerca e di pratica, la proposta scelta da Philippe-Alain Michaud, direttore del dipartimento di Cinema Sperimentale del Centre Pompidou di Parigi – per Carte Blanche: l’artista Cécile Fontaine propone infatti la proiezione di fotogrammi trattati con una particolare tecnica amanuense, matericamente destrutturati e decomposti fin quasi alla distruzione (Histoires naturelles de la distruction è il titolo delle due sessioni e delle masterclass a lei dedicate), e che si infrangono sullo schermo come pirotecnici fuochi d’artificio che possono arrivare ad assomigliare a delle coreografie visive, mettendo in discussione, ancora una volta, il primato generativo dell’atto della creazione, che può essere altresì anche un atto di distruzione ( come le azioni talvolta spericolate e mortali dei ballerini che devono essere pronti a tutto).
E a proposito di irregolarità, di fuori norma, di contro sensi è significativo anche il recupero del lavoro di un cineasta come Giuseppe Bertolucci e della ricerca, e tentativo di penetrazione e di elaborazione a partite, a partite quasi più da un’esigenza strettamente emotiva, sulla stagione calda del ‘68 , attraverso una fluviale raccolta di materiali , classificati solo con il criterio di un abecedario di venti voci e con un titolo già parziale e frammentato ( In cerca del sessantotto-tracce e indizi); una visione documentaria più obliqua e trasversale, che ha mantenuto la stessa attitudine nel rivolgersi verso figure complesse come Eugenio Montale e soprattutto Pier Paolo Pasolini ( Pasolini prossimo nostro, La rabbia di Pasolini) . E , affianco a Bertolucci, la mai esauribile menzione di Roberto Rossellini, con la proiezione speciale di un documentario (Roberto Rossellini, più di una vita di Ilaria De Laurentiis, Andrea Paolo Massara e Raffaele Brunetti) che ne ricostruisce quelle fasi anche meno scandagliate della sua produzione post neorealista, in particolare la realizzazione del documentario India e la collaborazione con la RAI, offrendo sempre uno slancio, un prolungamento, la riformulazione di uno sguardo rigoroso e insieme differente.
L’apertura degli immaginari tocca poi anche i luoghi fisici abitati e vissuti dalle persone, e le città ne sono ancora la manifestazione più deputata e scrutabile: l’ inaugurato spazio Urban Footage, che presenta un dittico del regista Luc Boudon su Montréal (The Memories of Angels e La part du diable), nel quale il recupero di filmati d’epoca selezionati dalla vasta produzione cinematografica del National Film Board of Canada tra gli anni ’50 e ’70, descrive la dislocazione in più punti e prospettive della capitale francofona del Quebec, non fermandosi solo a una funzione illustrativa o espositiva: il punto è proprio che le città, e le immagini che ne hanno documentato le trasformazioni nelle varie fasi storiche, sono elementi vitali, in moto e in rivolta, coacervi e transiti di tempi e di spazi declinabili simultaneamente al passato, al presente e al futuro.
E al plurale. Perché, come sostiene Luca Ricciardi, direttore organizzativo della rassegna: “i patrimoni audiovisivi, accessibili e riutilizzabili, non possono non ricadere, oggi più che mai, nel novero di quelle risorse immateriali, di proprietà pubblica o privata, che una comunità si assume la responsabilità di curare, gestire, ma anche di rielaborare e rigenerare per il benessere collettivo: i beni comuni”.
