Un détour par Diane. Voto****. Un film delicato su un tema delicatissimo affrontato con grazia e originalità.

I registi Ann Sirot e Raphäel Bilboni li ricordo qualche anno fa con l’originale La vita folle (2020) in cui una splendida donna anziana (Jo Deseure) affetta di Alzheimer dirottava la vita di una giovane coppia formata dal figlio, sua moglie e un bebè.
La coppia di registi belgi ha uno stile riconoscibile, dirige storie complesse con la leggerezza di una farfalla, usa la macchina da presa a proprio favore con una disinvoltura sempre sensata e pensata.
La prima scena di Un détour par Diane è composta da un piano americano su uno specchio di un bagno pubblico in cui si riflette una giovane donna segaligna con occhioni blu che si asciuga le ascelle in canotta e cappello da cowboy: è Diane (non si può non pensare a Madonna in Cercasi Susan disperatamente). Fuori dalla toilette si ritrova in una discoteca, va in pista a ballare.
Nel locale sono tutti vestiti western, con cappelloni e stivali. Dopo una coreografia buffa Diane finisce a letto con uno, fanno sesso (un sesso raccontato in maniera astratta da corpi nudi immobilizzati in posizioni curiose, statiche, come dei quadri da cartolina su sottofondo techno). L’uomo non ha avuto un orgasmo e Diane invece si è stufata, troppa agilità, troppa ansia da prestazione, è stanca, se ne vuole andareL’uomo è deluso e offeso, piuttosto seccato che la donna non si presti a soddisfarlo. Diane lo fredda: Sai quante volte capita a me di non arrivare al piacere?
All’alba è sdraiata su una panchina con la testa sulle ginocchia di una signora anziana che le accarezza dolcemente i capelli: è sua nonna, morta da qualche tempo, con cui lei dialoga spesso nella sua immaginazione nei momenti difficili. Diane si confida sulla sua delusione nel rapporto con l’altro sesso, la nonna dall’alto della sua esperienza: Gli uomini sono come la radio, non è che perché è accesa la devi ascoltare.
La protagonista di Un détour par Diane si ficca nei guai, deve essere salvata dalla madre che ha pochi anni più di lei avendola avuta giovanissima con un uomo più grande. Hanno un rapporto stretto, vivono insieme, la figlia si confida, discutono spesso, con amore. Dopo l’ennesima lamentela di Diane sull’essere umiliata da un uomo la madre alza la voce, punta nel vivo. Un segreto esplode in faccia a Diane che non riesce a darsi pace, ferita come fosse sulla sua stessa pelle.
Hai sporto denuncia? Lo hai detto a papà? Lo hai detto a nonna?
La madre ha subito violenza a diciannove anni da un ragazzo in una località di mare, è rientrata a Bruxelles, ha scelto come padre di sua figlia un uomo più grande di lei e ha concepito Diane mossa da quel fatto tragico. Lei si sente il risultato di un’azione atroce che ha causato un effetto domino.
La madre ha taciuto tutto la vita, non ne ha parlato con nessuno, ha scelto di seppellire il suo dolore, di andare oltre, di crescere una figlia, ha lasciato l’università, ha fatto altro. Diane chiede dell’uomo che l’ha aggredita, chi fosse, dove si trova. La madre le mostra un ritaglio di giornale in cui si parla di un uomo trafitto da un fulmine: è morto, caso archiviato.
Irruente come al suo solito, a Diane non basta che l’aggressore non sia più in vita, si impadronisce di nascosto della macchina del padre e parte alla volta di Le coq sur mer alla ricerca di vendetta.
Nell’andare al cimitero incontra un uomo che spinge una bici nel freddo con un cappello copriorecchie. Si ferma, gli fa mettere la bici dietro, lo fa salire al posto del passeggero ma quando lui, appena seduto, incautamente le dice Che piacevole sorpresa Diane si offende, comincia ad aggredirlo verbalmente, a spiegargli che quella frase la mette a disagio, che gli stereotipi legati a quelle due parole rispetto al suo essere donna e guidare un suv sono gretti, meschini, da uomo che non vuole conoscere in alcun modo. Lo prega di scendere. Lui è allibito ma anche attratto.
Diane agisce da uomo, veste da uomo, indossa un cappello da cowboy. Vuole vendetta, cerca vendetta ma nei modi sbagliati, non media i suoi sentimenti che sono sempre fortissimi, estremi, nel bene e nel male.
La trama in Un détour par Diane si sviluppa su due piani, da una parte la realtà con il viaggio di Diane alla ricerca di giustizia e il risveglio della madre che deve capire che non è troppo tardi per cambiare e scegliere la cosa giusta per se stessa, da un’altra la fantasia di Diane che ha bisogno di ritrovare la nonna nei sogni o in visione come allucinazioni per stabilire un contatto con la parte morbida di sé che fatica a maneggiare.
Il caso le fa incontrare l’amore quando non se lo aspetta ma, al tempo stesso, il trauma familiare da superare è una cosa troppo grossa da gestire da sola. Con delicatezza, leggerezza, umorismo e intelligenza la storia srotola i pezzi del puzzle in maniera aggraziata, mai forzata, alla luce di verosimiglianza e senso.
La regia di Un détour par Diane soppesa gli elementi visivi e la drammaturgia in un bilanciamento lieve, assai piacevole da assecondare; i personaggi sono profondi e ben delineati, dalle protagoniste ai piccoli ruoli, è un film pieno di belle idee ben realizzate.
Quello stupro è stato un incidente di percorso, io sono nata da quella deviazione avrà la maturità di dire Diane alla fine della storia.
Senza morale né moralismi in Un détour par Diane si ride, ci si commuove, si riflette, si prova emozione.
Pensavo di venire qui e trovare qualcosa di brutto, di sporco, di disgustoso e invece ho trovato qualcosa di dolce, tenero, intenso. Penso sia questo la vendetta.
I conti tornano, si chiude un cerchio, si riparte.
Un détour par Diane – Regia e sceneggiatura: Ann Sirot, Raphaël Balboni; fotografia: Fiona Braillon; montaggio: Sophie Vercruysse, Raphaël Balboni; musica: Julie Roué; interpreti: Ninon Borsei, Lucas Meister, Sandrine Blancke, Peter Van Den Begin, Naidra Atari; produzione: Les Films du Fleuve, Marianne Productions; origine: Belgio/, Francia, 2026; durata: 92 minuti.
