Domenica capitale (genere domenicale). Voto ***(*). L’esplorazione di uno spazio-tempo che permette, nel suo accadere a parte e tra parentesi, la messa in discussione dei sensi, delle forme e delle direzioni che può assumere e prendere la realtà, persino quello di luoghi (apparentemente) cosi esposti e rappresentati, come le città di Roma e di Napoli. Giovanna Giuliani, con un gesto di preziosa libertà e trasparenza, si mostra nella relazione con altre due donne che hanno fatto delle cura e dell’ascolto una modalità trasformativa della norma e della consuetudine sociale.
Cercare di tracciare la geografia di città che sono state già viste, mappate e interpretate sotto molteplici punti di vista, è impresa assai complessa se si vuole evitare la retorica di un documentarismo spinto sulla chiave dell’osservazione fenomenologica o di un lirismo che tende a estetizzare e riportare allo sguardo interno e altrui la marginalità. Roma e Napoli sono state probabilmente le città con più tentativi di rappresentazione, anche da una prospettiva di non fiction, eppure questo magmatico e intimista Domenica capitale (genere domenicale) riesce a ritagliarsi una propria specificità nel solco di queste vedute urbane decentrate. Giovanna Giuliani, che l’ha scritto, diretto, curato la fotografia e il montaggio, vi partecipa anche davanti alla macchina da presa, con una completa adesione come soggetto autoriale e come persona. Ad essere messo in discussione, a partire dal primo cartello, è proprio il concetto di tempo, svincolato da qualsiasi ordine produttivo, stabilendo immediatamente un’analogia di contesti: un film realizzato con materiale raccolto nell’arco di dieci anni, che ha richiesto un ascolto, un’elaborazione e una comprensione, a sua volta svincolata dall’ordine narrativo della consequenzialità causa-effetto, di immagini e di interviste, o meglio di quelle che potremmo chiamare meno proceduralmente frammenti parlati di audio e video conversazioni.
Le interlocutrici di Domenica capitale sono due professioniste arrivate alle soglie della pensione che vengono sottratte dalla terminologia determinista della loro operatività e (in)definite dalla dismissione ufficiale di un suffisso: Fabrizia Di Stefano, dis-funzionaria dello sportello d’ascolto cittadino di Roma Capitale, e Mariagrazia Masini, dis-funzionaria dell’ambulatorio di Logopedia di Napoli, che scelgono la dislocazione spazio-temporale per continuare a prendersi cura degli altri. E anche Giuliani, personalità poliedrica tra attrice, performer e videomaker ( un colpo al cuore è riconoscerla come l’intensa e dionisiaca Lù in L’odore del sangue, ispirato e imperfetto adattamento di Mario Martone dal postumo sensuale e doloroso romanzo di Goffredo Parise) sembra essersi presa cura di questo girato, esplorandolo e espandendolo in direzioni e durate-168 minuti- che hanno il coraggio di girarsi intorno, di circumnavigare i giri a vuoto e i pieni di senso di un tempo non egoisticamente perduto, ma generosamente donato. Qualsiasi luogo edificante del racconto sociale sulla cartografia dell’emarginazione e di chi la abita è campato: Fabrizia e Mariagrazia sono filmate nella loro peculiarità, senza la misura narrativa, anch’essa forse intesa come produttiva e limitante di una narrazione, della maggiore presenza dell’una o dell’altra. A imporsi nella memoria con maggiore forza, senza venir meno a una seppur ruvida grazia, è il corpo queer di Fabrizia, la cui voce riecheggia in profonde riflessioni filosofiche e politiche, in analisi che sradicano l’ovvietà dello Stato/status quo, secondo la partecipazione pasionaria ma non acritica all’ideologia comunista e poi all’adesione al femminismo e al transfemminismo.

In bilico sul riverbero non malinconico bensì lucido, di un passato da attivista indipendente che ha poi civicamente cercato di trasferire anche alla propria attività di operatrice sociale, scontrandosi con l’immobilismo istituzione in particolare rispetto all’attenzione per le questioni di genere; ed è lei a stabilire il rapporto tra lo svuotamento e la sospensione del tempo domenicale, nel particolare quello estivo e ancor più nello specifico della lunga settimana del ferragosto metropolitano, e la ricollocazione di un pensare e di un agire non più necessariamente esplicati e riportati a una funzione regolamentata nello svolgimento del come e del quando o di una fisicità (etero) normata (anche nella costituzione identitaria dell’alterità). Un continuum speculativo e metariflessivo che Giuliani fa anche suo, mettendo in scena sé stessa mentre ascolta le registrazioni delle cose poetiche e colte dette da Fabrizia, che cita Beckett e Lacan per evocare anche concettualmente le trasgressioni dal senso e dalla forma, e delle sedute di logopedia tenute da Mariagrazia. Un interrogarsi, con ammirevole trasparenza, sul modo in cui restituire quel portato esperienziale, intellettuale ed emotivo nei cartacei appunti sparsi che produce matericamente e tattilmente, provando ad inserirsi oltretutto nel a- sincrono delle loro impronte sonore, mettendo a nudo una dedizione affettiva e performativa ai limiti dell’ossessione.
D’altra parte, proprio Mariagrazia, la logopedista napoletana, è pedinata in Domenica capitale nei suoi movimenti per le strade e nei suoi interventi dentro le case, assorbita nella ricostruzione del linguaggio interrotto da traumi e incidenti avvenuti in persone di generazioni e di storie differenti, dove poter innescare un graduale processo di recupero fonetico e semantico. La domenica attraversata come zona altra, laterale e interna, rispetto all’ingresso quotidiano nell’agone delle conversazioni e delle parole. Un lavoro evocato simbolicamente e posizionato fisicamente dal corpo di Giovanna che rimane, beckettianamente appunto, immobile davanti alle porte di un ascensore che si aprono e che suggeriscono un’idea di transito e di spostamento.
In questo Domenica capitale la scelta di inserire, sempre all’interno di questa fluida dialettica con lampi di lirismo interiore, l’ascolto, lo sguardo e la parola di Michelangelo Frammartino, suo compagno di vita e di ricerca di un linguaggio espressivo, problematizza ad un ulteriore livello il suo approccio nei confronti di questa fascinazione ( in una delle prime immagini c’è un confronto ruvido e schietto tra Fabrizia e Giovanna, con la prima che riconosce nel naso non conforme della seconda un punto di invasione e di attrazione): Frammartino, rispetto al sentimento di appartenenza ad una riconosciuta ibrida genealogia trans- genitoriale espresso da Giuliani nei confronti delle due donne, la mette di fronte al rischio di cadere nella definizione di genere che abbraccia trasversalmente i significanti e i significati della vita e del cinema, e sulla quale gioca anche la dicitura del sottotitolo. Questa partecipazione non si limita solo alla sua presenza come interlocutore del progetto in progress, ma anche all’introduzione di frammenti in cui si vede Giovanna calarsi dentro una grotta, con un rimando esplicito alle atmosfere de Il buco (2021), nel quale il cineasta calabrese si immergeva in una vertiginosa resa auditiva e visiva, assieme ad un gruppo di speleologi, nell’Abisso di Bifurto ( una voragine di 683 metri all’interno del parco nazione del Pollino): un’altra sospensione spazio-temporale che mette in contatto con qualcosa di viscerale, di stratificato e di non distinguibile tra i chiaroscuri, i frammenti e le sostanze sulfuree o melmose di quella platonica caverna.

La ricerca in Domenica capitale di una membrana permeabile nella durezza e lividezza della sua scorza rocciosa, un tragitto senza l’appiglio certo della destinazione, rappresentato con perturbante disorientamento dalla delocalizzazione dei luoghi. Lo stesso quartiere di Roma, Gianicolense, con il bar del bengalese davanti alla chiamata dei Taxi dove avvengono gli incontri con Fabrizia, dà il nome anche a una circonvallazione, a una via che ruota intorno, avvolge e si dirama, produce in maniera cinetica dei giri a vuoto e nel vuoto (domenicale); oppure la fissità di una porzione di spazio, il tavolino piazzato in un punto di marciapiede che diventa l’inquadratura e la scenografia di un permanente Aspetto Godot: l’attesa come pratica resistenziale di un vero falso movimento.
Domenica capitale (genere domenicale); regia, sceneggiatura, fotografia, montaggio e suono: Giovanna Giuliani; interpreti: Giovanna Giuliani, Fabrizia Di Stefano, Mariagrazia Masini, Michelangelo Frammartino; musica: Giulio Vannaggia; produzione: Giovanna Giuliani e Giulio Sangiorgio per Bad Take; origine: Italia, 2026; durata: 268 minuti; distribuzione: Okta Film.
