Festival di Venezia (2- 12 settembre 2026): Arrested Memory di SABU (Fuori Concorso – Fiction)

Arrested Memory. Voto **(*). Un ispettore di Taipei incaricato di occuparsi del rapimento del figlio di un magnate giapponese smarrisce, a causa di un’amnesia, la propria missione e la propria identità. Sballottato in balia degli eventi e dei codici di genere, verrà infine ricondotto a un apologo favolistico sulla riappropriazione di sé.

Un uomo in smoking bianco e valigetta alla mano si aggira disorientato nell’atrio di una stazione. Un ronzio sordo nella testa, la vista che si sdoppia, un’accidentale collisione con un passante. Si muove con passo incerto, come se non sapesse perché si trovi lì, né che cosa contenga la valigetta. Riceve una telefonata: una voce gli indica una nuova destinazione. Lui esegue.

Quell’uomo, in realtà, è Lee, ispettore di polizia di Taipei incaricato di gestire il rapimento del figlio di un magnate giapponese. Nella valigetta ci sono, dunque, i soldi del riscatto; all’altro capo del telefono, i rapitori. Solo che Lee non sa più chi sia, quale ruolo ricopra, con chi abbia a che fare. Incapace di conformarsi al proprio ruolo, al relativo codice di comportamento, si lascia guidare proprio da chi dovrebbe braccare.

Intanto, dalla magione del magnate, la polizia traccia a distanza i suoi movimenti. Di fronte alla deviazione dal protocollo, i colleghi giungono a un’unica conclusione: ha voltato le spalle alla legge ed è fuggito col bottino. Con il suo immacolato abito, Lee diventa il perno di un noir imbiancato, talmente illuminato da accecare la logica poliziesca. Presto, all’interno della sala di sorveglianza, la situazione deflagra in farsa: l’obiettivo viene perso, i poliziotti precipitano nel panico, un tossicodipendente finisce per dirigere l’operazione e la consorte del ricco decide bene di rifornirsi di metanfetamina.

L’unico che, in Arrested Memory, sembra conoscere il proprio mestiere è SABU: come suo solito, affastella diligentemente ritmi e tonalità dissonanti, facendo collidere differenti codici di genere. Il corpo, da sempre spazio privilegiato d’interrogazione dell’identità nel cinema del regista giapponese, sembra qui avere dimenticato la propria funzione, sicché la battaglia tra i generi finisce per contendersi il corpo del protagonista.

Un corpo in totale balia degli eventi, incapace di registrare la realtà che lo attraversa, come quando dimentica di consegnare il riscatto nel luogo stabilito e si ribalta in auto fuori strada. Tra rottami e rovine, si mette a saltare come un bambino su un trampolino elastico abbandonato lì. Il volto rimane impassibile, refrattario a ciò che lo circonda, a bocca aperta come un pesce fuor d’acqua. Dall’incontro con un’altra anima perduta, una giovane donna che salva dal suicidio, si innesta per caso la direttrice melodrammatica del film.

Seppur, tra slapstick, poliziotti inetti e tonti malviventi, l’assurdo cerchi prepotentemente di imporsi, non riesce mai davvero a regnare incontrastato in Arrested Memory. SABU mantiene i confini tra i generi abbastanza resistenti e impermeabili, applicando persino una compartimentazione spaziale con questa magione, dominata da una recitazione esasperatamente teatrale, che diventa roccaforte della farsa.

La regia di Arrested Memory dosa e alterna le tonalità a seconda delle necessità della singola sequenza, impedendo a una di esse di colonizzare definitivamente le altre. Questo equilibrio calcolato si spezza nel finale, quando due registri prendono il sopravvento in successione: l’action, sopito dopo il prologo, riemerge nel regolamento di conti conclusivo, attraverso il trauma fisico che risveglia d’impatto la memoria muscolare del corpo-macchina da “action hero”; la virata favolistica dell’ultima sequenza arriva a suggellare la riappropriazione psichico-emotiva del protagonista. Ma è proprio nel momento in cui il corpo recupera la memoria, riassorbe i propri codici, che il gioco della collisione formale si estingue, dissipando con sé l’ambiguità di un corpo ormai riconsegnato alla piena leggibilità.


Arrested Memory – regia: SABU; sceneggiatura: SABU; fotografia: Jai Ip; montaggio: Matthieu Laclau; musica: Junichi Matsumoto; suono: Tu Chun-Tang, Tu Duu-Chih; scenografia: Chen Po-Jen; costumi: Zoey Su, Emma Lin Yuyun; interpreti: Ethan Juan, Hsieh Ying Xuan, Moon Lee, Shinichi Tsutsumi, Reika Kirishima; produzione: Justine O. e Roger Huang per LHB Films, Shozo Ichiyama per Fourier Films; origine: Taiwan/Giappone, 2026; durata: 87 minuti.

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