Festival di Venezia (2- 12 settembre 2026): Bunker di Florian Zeller (Concorso)

Bunker. Voto ***(*).  Un film che avanza guidato da un incessante battito di martello, I colpi però, risuonano in maniera differente: i primi sono quelli chiassosi e inopportuni di un vicino che cerca uno spiraglio di luce; gli altri, quelli metaforici, cupi e sordi, riguardano la costruzione di un bunker per isolare e chiudere fuori tutti coloro che non ne hanno diritto.

Dopo il notevole The Son di tre anni fa, presentato proprio qui alla Mostra di Venezia, torna il bravo Florian Zeller, con un progetto scritto su misura per la coppia Bardem-Cruz. Il film trae diversi spunti, ma non è propriamente un remake, dal film argentino del 2010 intitolato The Man Next Door, (i cui autori figurano qui come produttori); l’inizio delle due pellicole è praticamente identico: una parete bianca, alcuni colpi di martello, il muro cede e spunta un buco.

Il buco dà direttamente nel cortile della lussuosa casa della coppia, lui, Miguel, un architetto, (mentre nel film originale era un designer), lei, Sofia, lavora nell’editoria. Al di là di quel muro c’è un nuovo vicino (Stephen Graham), un uomo dall’aria poco raccomandabile — chi ha visto Adolescence lo riconoscerà subito  — che sostiene semplicemente di volere un poco di luce e si ostina a perorare la causa del suo progetto di costruire una finestra che dà direttamente sul loro giardino, in barba a tutte le normative urbanistiche.

In parallelo a questo episodio, assistiamo ad una cena in cui Miguel e Sofia raccontano di come si sono conosciuti, i due si sorridono con complicità, ma attraverso piccole, impercettibili sfumature espressive e la camera che indugia quel che basta, si riesce a registrare una lievissima incrinatura. Bunker fa da subito molto affidamento sulle interpretazioni dei due, ma al contempo fornisce loro dialoghi scritti in maniera estremamente curata, e notiamo subito un interessante dettaglio: i due parlano in spagnolo tra di loro, ma si trovano evidentemente in un paese anglofono; il film si mantiene coraggiosamente e coerentemente su questo binario bilingue per tutta la durata e questo elemento aggiunge all’esperienza una qualità intrinseca notevole.

Con un amalgama perfettamente dosato, Zeller innesta, sull’impalcatura del film originale, tutta una parte rivolta alle insoddisfazioni, all’incertezza che produce un legame custodito con affetto e tenerezza ma messo a dura prova dal tempo e dallo straniamento. Fragilità che vengono raccontate in Bunker con eccellente misura: nessuna scena madre, nessuno psicodramma, nessuna crisi violenta, ci troviamo di fronte a due persone che cercano di fare i conti con quello che vogliono, attenti ai mutamenti, e decisi a chiarire quello va preservato nella loro relazione.

Il conflitto si innesca dal dilemma morale che si trova ad affrontare Miguel, che viene contattato da un celebre multimilionario (la cui interpretazione di Paul Dano lascia pochi dubbi sul fatto che si tratti di Elon Musk, lo stesso protagonista del mastodontico Musk presentato sempre qui alla mostra ieri). Gli si chiede, dopo avergli fatto firmare un contratto di massima segretezza, di progettare un bunker, ma non un bunker qualsiasi, un bunker concepito come residenza di lusso: «Noi multimilionari — dice — siamo abituati a immaginare sia in positivo che in negativo le conseguenze estreme di ogni scenario; io voglio essere ottimista, ma non posso negare che la situazione attuale potrebbe velocemente volgere verso un collasso sociale e una deriva violentissima».

Bunker
Penélope Cruz

Questo breve scambio mette in luce perfettamente la struttura del pensiero ed il modus operandi dei cosiddetti tecnocrati: freddezza, lucidità, spietata razionalità e assoluto disinteresse riguardo al destino dell’umanità.

Da qui in poi, Bunker acquisisce una venatura thriller e si conclude con un tocco leggermente moralista, (ma che gli perdoniamo) su come i veri criminali — o meglio, quelli di cui dobbiamo avere paura — non siano certo gli individui dal fare minaccioso, vestiti in maniera coatta, tatuati, poco istruiti, bensì quelli che ci illustrano, con uno strano lampo di follia negli occhi, la loro prospettiva di un mondo che verrà e che avrà i contorni cupi di una distopia normalizzata e gradualmente pianificata.

Come in tutti i film di Florian Zeller, le caratteristiche del suo cinema rimangono inalterate: impianto solido, dialoghi ben scritti, abbozzi di patetismo che si fermano appena prima di risultare stucchevoli, non mancano brevi e concisi accenni alle dinamiche genitoriali, e un trattamento musicale sintatticamente cupo, che fa da controcampo agli incessanti battiti di un martello.

I colpi però, risuonano in maniera differente: i primi sono quelli chiassosi e inopportuni di un vicino che cerca uno spiraglio di luce; gli altri, quelli metaforici, cupi e sordi, riguardano la costruzione di un bunker per isolare e chiudere fuori tutti coloro che non ne hanno diritto, e sono molto più terrificanti.


Bunker – Regia: Florian Zeller; sceneggiatura: Florian Zeller; fotografia: Ben Smithard; montaggio: Yorgos Lamprinos; musiche: Volker Bertelmann; interpreti: Javier Bardem, Penélope Cruz, Stephen Graham, Paul Dano, Patrick Schwarzenegger, Mark Gatiss, Eileen Atkins; produzione: Blue Morning Pictures (Federica Sainte-Rose, Florian Zeller), MOD Producciones (Fernando Bovaira, Simón de Santiago), Pathé Films, Mediawan Cinéma, Entourage Pictures; origine: Francia/Spagna, 2026; durata: 126 minuti; distribuzione: Notorious Pictures

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