Un bon petit soldat. Voto ****. Dopo Un altro mondo (2021), Stéphane Brizé torna al mondo del lavoro firmando un potente affresco sulle violente dinamiche aziendali attraverso il ritratto di una donna in carriera, madre in difficoltà, responsabile delle risorse umane. E si candida subito ad un Leone sul Lido 2026.

Velocità. Palazzi. Metropolitana. Folla. Scale mobili. Le note di What a wonderful world (versione punk dei Ramones) accompagnano in Un bon petit soldat esseri umani-formichine che meccanicamente affrontano la giornata.
Carla Moretti (una splendida Alba Rohrwacher), computer sulle ginocchia, lavora anche nel vagone del metró che la condurrà al lavoro. Un ascensore di vetro la deposita nell’ufficio tutto vetrate dell’azienda Amali, la compagnia di assicurazioni di cui è responsabile delle risorse umane da poco. Si svolge una riunione cruciale: il capo di azienda, Arnaud (Vincent Lindon) visiona per la prima volta il video promozionale girato da una idea di Carla per invogliare i giovani a unirsi lavorare con la compagnia.
L’idea alla base è quella dell’inclusione dei disabili. Nelle immagini si vedono tetraplegici, persone senza arti, uomini su sedia a rotelle che vivono con leggerezza l’handicap immersi in ambiente lavorativo classico in cui regna l’armonia. Amal: l’assicurazione impegnata recita lo slogan finale.
La reazione generale è entusiastica, il boss chiede a tutti un parere e all’unanimità vari dirigenti dichiarano di apprezzare l’idea di resilienza, di trasversalità e riconoscimento della differenza. Arnaud, al contrario, dice quello che pensa: Davvero qualcuno di voi mi dice sinceramente che, dopo aver visto il video, domattina si sveglierà pensando Che bello, vado a lavorare con un tetraplegico! Va bene voler dimostrare di essere una azienda responsabile ma io ora sono angosciato, disgustato.
Qualcuno suggerisce magari di alleggerire il tutto mostrando delle disabilità meno gravi. Un altro dice che dopo le Olimpiadi dei disabili è cambiato il modo collettivo di vedere quel mondo.
Arnaud insiste: È il politicamente corretto quello che state facendo, non la verità. L’obiettivo è quello di invogliare i giovani a unirsi all’azienda, un’azienda si giudica dai risultati non dalla morale.
Carla è tirata in causa, deve trovare una soluzione. È in difficoltà: in crisi si confronta con una amica che vive e lavora a New York che le snocciola il modello americano: Devi cambiare passo, dietro ogni difficoltà si nasconde sempre una opportunità, devi costruire un muro tra te e le tue paure e i tuoi dubbi. E, per calmarsi, le suggerisce degli esercizi usati dai Marines.
La donna ha un figlio di undici anni, Louis, che vive una settimana con lei e una con il padre Olivier. Nella costante pressione del lavoro la donna fa una videochiamata col piccolo. Comunicano a distanza tramite schermi, si vedono attraverso un computer, un telefono cellulare, parlano più frequentemente con dei messaggi vocali. Carla confida all’ex marito di non essere soddisfatta della media scolastica del figlio, che lei ha voluto mandare in un collegio esclusivo (La media del 7 in matematica al primo quadrimestre è 6 al secondo). Le aspettative sul figlio rispecchiano l’ansia di prestazione che vive sulla sua pelle ogni giorno.
Abbiamo cura dei clienti, abbiamo cura dei collaboratori – quasi per caso Carla trova il centro del nuovo video, la cura interna, l’attenzione al benessere degli impiegati. Il boss è felice. Carla ha carta bianca.
A casa la sera però in video chiamata con Olivier si mette a urlare dicendo che il figlio sta sprofondando, che ha preso una brutta china, che deve studiare e non solo divertirsi. Dalla camera accanto il ragazzo ha ascoltato tutto. La madre gli manda un vocale scusandosi. Padre e figlio passano dei bei giorni di vacanza in un parco avventure, le mandano dei video allegri mentre si divertono, le dicono che manca solo lei.
Dalla società viene ingaggiato un documentarista che riprende la vita in ufficio. Un happiness manager conduce dei workshop rilassanti che dovrebbero favorire la complicità tra colleghi. Declamando con aria furba le parole di Proust – Il vero viaggio di scoperta di sé non consiste nel vedere nuove terre ma nel guardare con nuovi occhi – sorride, guarda tutti negli occhi spalancando le labbra in un sorriso implacabile e invita a condividere una piccola gioia vissuta nelle ultime ventiquattr’ore.
È un gioco imbarazzante, gli impiegati faticano a lasciarsi andare, hanno vite monotone, fanno gli straordinari, fanno avanti e indietro ufficio-casa.
Madame Lalouette si fa avanti vantandosi dei buoni risultati raggiunti, ringrazia tutto il team, assume perfettamente il ruolo della lavoratrice modello. Carla condivide un bel voto del figlio in inglese. Madame Morel, invece, non vuole partecipare, viene pressata a farlo con insistenza – Stai rovinando la dinamica di gruppo. Presa da parte la signora Morel dichiara una difficoltà ad andare d’accordo con la signora Lalouette, hanno modi differenti, lei si sente presa in giro, lo patisce. Carla le dice di provare a invertire la situazione, a sentirsi stimolata a dare di più. Nel frattempo, il figlio passa col padre anche il weekend in cui dovrebbe stare con lei che è troppo oberata di lavoro.
Le riprese proseguono, filmano momenti di scambio tra Carla e il capo ma senz’audio: comicamente i due finiscono a dirsi scemenze, lei gli spiega la ricetta della pasta alla carbonara che lui rivela di non amare, ridono tantissimo.
La capa del personale di Un bon petit soldat va da Carla con un problema serio: per caso ha ascoltato, e registrato, una violenta lite tra Lalouette e Morel in cui la prima umilia, offende e insulta la seconda: Ti rovinerò la vita, sarà una guerra, parlerò male di te e del tuo lavoro, sei un niente, sei una merda.
Mobbing in piena regola. La registrazione è unica, Carla la porta da Erwan, braccio destro di Arnaud, ci sarebbe da aprire una indagine aziendale ma il momento è dei meno appropriati perché svela l’esatto contrario di ciò che si vuole promuovere col video: la cura interna tra i membri dell’azienda non è in atto, esiste la delazione, non c’è coesione né solidarietà, ognuno pensa per sé. Carla è combattuta, soffre, incamera tensione che sfoga, senza rendersene conto, col figlio che non sa la lezione di matematica perché il weekend col padre sono stati al luna park.
La tensione sale in Un bon petit soldat, il piano lavorativo frana tanto quanto la vita familiare, Carla è divisa, soffre, diventa insofferente, perde la pazienza, sente il terreno sgretolarsi anche sotto i suoi piedi mentre è in difficoltà a destreggiarsi tra responsabilità e fedeltà alla ditta. Le offese della Allouette le rimbombano nella testa, i ti amo del figlio, i dubbi tra il comportarsi in maniera corretta e il gestire un’impresa, cerca un compromesso senza trovarlo. La donna è dilaniata, vive male, non ha rapporti umani tranne che al lavoro, l’inferno è lì, più si intromette e peggio è.
Il motto da lei creato si sgretola sotto il peso delle bugie: Abbiamo cura dei nostri clienti, abbiamo cura dei nostri collaboratori. L’apparenza va salvata, in ogni caso, sempre, costi quel che costi. Sorridiamo, mostriamoci empatici, ostentiamo la nostra piccola gioia quotidiana e, nello stesso momento, sotto la superficie, una vittima pagherà le conseguenze.
Essere un buon soldatino comporta un prezzo elevato.
Implacabile, duro, affilato, realistico fino all’inverosimile. Un bon petit soldat è un film che colpisce duro. Regia, musica, montaggio, recitazione (i visi degli impiegati, tutti) inappuntabili. Potentissimo.
Un bon petit soldat – Regia: Stéphane Brizé; sceneggiatura: Stéphane Brizé, Coralie Amédéo, Olivier Gorce; fotografia: Antoine Héberlé; montaggio: Géraldine Mangenot; musica: Bertrand Blessing; interpreti: Alba Rohrwacher, Vincent Lindon, David Talbot, Adrien Bobinet, Sharif Andoura; produzione: Gaumont, France 3 Cinéma;; origine: Francia, 2026; durata: 102 minuti; distribuzione: I Wonder Pictures
