Digger. Voto ***(*). A partire dallo slogan “Da un grande potere derivano grandi capacità di negare le responsabilità”, Cruise, Iñárritu e tutti gli uomini del Presidente ci narrano di un magnate del petrolio, Digger Rockwell, imprevedibile e borderline. In un’opera, tra le più attese dell’anno, di fantapolitica – strabordante e (prevediamo) altamente divisiva.
Tornato dopo quattro anni dietro la macchina da presa dopo la fluviale seduta psicanalitica di BARDO, la cronaca falsa di alcune verità (2022), Alejandro González Iñárritu anche con Digger, il suo nuovo film, non si è certo reso la vita facile né ha scelto la prima via percorribile.
“Ho avuto un’idea – ha dichiarato il regista messicano-hollywoodiano . Non una sceneggiatura, non un film, solo un’ossessione implacabile e ricorrente che è durata per tutti questi anni. Sapevo chi fosse questo personaggio. Sapevo come parlava, come sopravviveva, come seduceva la realtà per farla cedere. Ma mi ci sono voluti 10 anni per fare questo film, perché non cercavo una storia. Cercavo il modo giusto per raccontarla.”
E quel modo giusto l’ha trovato, aggiungiamo noi. Solo che …
Recensire Digger, uno dei film più attesi dell’anno costato la modica cifra di 125 milioni di dollari e, come deto, quasi un decennio di tempo per realizzarlo, è – a dirla con una semplice battuta – un esercizio estremo di equilibrismo: tra il dire e il non dire. Perché?
Già un cartello iniziale, quasi minaccioso, invita il pubblico (e ovviamente a maggior ragione UN critico) a non rivelare la trama, una volta visto il film, per non togliere a un ulteriore spettatore il piacere della scoperta su quanto, appunto, si narra in questo film. E ovviamente avendolo visto, il suggerimento diventa palese e anche logico se si vuole, per non guastare il gusto della scoperta che è – ma non solo – alla base di Digger.
Il che ci obbliga a lavorare come un funambolo al circo sul filo del rasoio di quanto è possibile scrivere, almeno ora prima dell’uscita pubblica – ma sul film certamente si potrà anzi si dovrà ritornare successivamente magari in occasione di un possibile Oscar al protagonista, un quasi irriconoscibile Tom Cruise, che ha potentemente voluto questo film e che ci ha offerto, almeno a mio giudizio, un’interpretazione assolutamente straordinaria.
Ora, fatta questa premessa persino troppo lunga, veniamo alla trama, anche sulla base di quel che ci viene detto dal trailer che qui potete vedere.
Nell’incipit – questo ci sentiamo di poterlo, a prescindere, raccontare – ci troviamo in una sontuosa stanza da letto dove seguiamo un signore anziano, tal Digger Rockwell (Cruise) che subito sapremo essere un potentissimo petroliere e che sembra avere a cuore, oltre ai suoi interessi miliardari, solo una gattina bianca, Maggie, gravemente malata (è quella che beffardamente si vede proprio alla fine del trailer).

Il nome del magnate è parlante: to dig in inglese significa scavare, e lui brandisce più volte nel corso della storia la pala del nonno che, seguendo il classico sogno americano, da povero diavolo è diventato un grande capitalista. La gattina, invece, anche questo lo capiremo presto, rappresenta quasi il simbolo della nostra umanità in pericolo di morte a cui l’uomo si dedica in maniera quasi maniacale, trascurando tutto il resto o quasi. Guardate con estrema attenzione la prima scena del film e forse già da lì, vi potrete accorgere (o forse no come il sottoscritto) della sorpresa, dell’Easter egg che Digger contiene.
Ora i titanici interessi del protagonista che estrae, alla grande, petrolio e metano nei ghiacci dell’Alaska e della Groenlandia sono strettamente intrecciati con quelli del Presidente degli Stati Uniti (un John Goodman, al solito fantastico) nel quale non è molto difficile identificare una sorta di Donald Trump malato e smagrito.
Malgrado tutti gli avvertimenti avuti e poi spiegati dal consigliere scientifico ed esperto ambientale Dr. Ganesh (Oscar Riz Ahmed) – sorta di bussola morale del film -, improvvisamente accade quello che non dovrebbe poter accadere: un incidente causato dalle irresponsabili trivellazioni di una società proprietà di Digger nell’estrazione del metano provoca un disastro climatico senza precedenti. Così dalla frattura nella calotta glaciale si stacca un gigantesco iceberg di nome “Judy” che si dirige verso l’Europa del Nord scatenando uno tsunami senza precedenti.
In pratica come a un certo punto gli dice Emma (Sandra Hüller), la sorellastra e socia in affari del protagonista (ma ecologista convinta – l’altro lato del capitalismo!): “Hai sommerso metà del mondo, che cazzo vuoi”, l’uomo si deve discolpare contro l’umanità che gli si rivolta violentemente contro in una sorta di Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Ma le cose stanno veramente così? Senza il petrolio che si estrae e produce, potremmo vivere oggi con le comodità a cui siamo abituati – chiede in modo paradossale ai suoi avversari il protagonista. Sul crinale di questa gigantesca contraddizione sembrerebbe muoversi tutto Digger ma poi c’è tanto altro di cui non si può parlare. Per esempio, menzionare due opere di due colossi della storia del cinema molti diversi, Fellini e Kubrick esplicitamente citati da Iñárritu. Verranno immediatamente in mente a qualunque cinefilo o anche poco cinefilo che si recherà in sala.
Quindi? Diciamolo subito: già dalle prime reazioni e dalle prime recensioni americane il film del regista messicano è, come spesso è avvenuto in passato ma qui in modo forse ancor più estremo, altamente divisivo e produrrà reazioni molto discordanti. Ad esempio, il celebre recensore del “Guardian” Peter Bradshaw lo ha giudicato senza appello “il film più deludente dell’anno”, aggiungendo che “è intrappolato in un buco postmoderno”.

Personalmente sono di avviso contrario. Oltre che splendidamente recitato da Cruise e tutto il cast, Digger mi ha preso, quasi sempre con poche cadute, per tutta la sua durata di due ore abbondanti – nel ritmo, nei dialoghi e nelle contraddizioni che la storia riesce filmicamente a raccontarci. Magari ci sarà chi potrà commentare “bah… un sacco di banalità che conosciamo bene”. Può darsi, forse, ma non nella forma che ci viene qui offerta – mi pare.
Il consiglio finale è dunque, andate a vedere questo Digger strabordante e controverso. Di certo non ha la fulgida bellezza di un’altra opera di taglio politico, prodotta l’anno scorso dalla Warner e cioè Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson ma comunque penso che non siano soldi buttati al vento. Magari, aggiungete qui in calce a questo articolo qualche vostro commento (o insulto).
Ps.: Occhio alla folgorante fotografia, realizzata in originale in 35mm VistaVision ad opera di Emmanuel Lubezki – chissà, un omaggio visivo ai filmoni classici degli anni Cinquanta?
In sala dal 1 ottobre 2026.
Digger – Regia: Alejandro González Iñárritu; sceneggiatura: Sabrina Berman, Alexander Dinelaris, Nicolas Giacobone, Alejandro González Iñárritu; fotografia: Emmanuel Lubezki; montaggio: Stephen Mirrione, Conor O’Neill; musica: Bryce Dessner; scenografia: Dennis Gassner; interpreti: Tom Cruise, Jesse Plemons, John Goodman, Sandra Hüller, Michael Stuhlbarg, Sophie Wilde, Emma D’Arcy, Riz Ahmed, Pip Torrens, Corey Johnson, Cullen Moss, Joe Hurst; produzione: Alejandro González Iñárritu, Tom Cruise, Mary Parent per Legendary Entertainment, Warner Bros.; origine: Usa/ Gb / Messico, 2026; durata: 129 minuti; distribuzione: Warner Bros Italia.
