Non bisogna lasciarsi ingannare dai filmati di repertorio sui quali scorrono i titoli di testa: in A cena con il dittatore di Manuel Gómez Pereira la vittoria delle truppe falangiste del generale Franco nella guerra civile del 1939 è in realtà affrontata come una pochade dai tono grotteschi e a tratti anche demenziali, pur nel rispetto e nella simpatia per i dissidenti politici che vennero immediatamente incarcerati, perseguitati, costretti all’esilio. Lo scenario è quello di un ex Hotel di lusso riportato alla primaria destinazione d’uso, per allestire proprio la cena di celebrazione per il trionfo del feroce dittatore. I ruoli in commedia sono quelli dell’apparentemente ineccepibile maître dell’Hotel, Genaro, del rigido e ambizioso tenente Medina, e del vogare e violento ufficiale franchista Alonso, più tutti i componenti della speciale equipe di cuochi, reclutati dalle prigioni di stato in quanto apertamente schierati contro il regime neo imposto (perché, a detta di Genaro, i migliori chef sono tutti di sinistra). Ovviamente, l’intenzione di questi ultimi è quella di cogliere l’ opportunità offerta loro, peraltro davanti al plotone di esecuzione, per poter architettare una fuga, con la complicità prima reticente e poi sempre più convinta di Genaro, anch’egli fuori norma in quanto omosessuale e destinato a vivere in maniera clandestina e vietata la propria esistenza.

Questo desiderio di libertà, così come gli eventi drammatici che porteranno alla sua rocambolesca concretizzazione, è affrontato nel segno dell’ironia e della parodia che all’assolutezza di un potere così macabro e vitale oppone una sorta di sberleffo, di presa in giro, di schiaffo del soldato che rotea il dito indice sotto gli ordini arbitrari di chi ha trasformato la morte e la vita in un perenne terno al lotto. Trattandosi di commedia, quello che conta è il dinamismo dell’azione messo in scena dai corpi degli attori in relazione allo spazio circoscritto in cui si trovano costretti gli uni con gli altri, mentre l’altro dispositivo che innesca progressivamente disastri e digressioni è quello del tempo calcolato su un duplice livello: esteriormente si stanno preparando le prelibate pietanze per La cena dei generali ( cosi recita il titolo della commedia teatrale di José Luis Alonso de Santos dalla quale il film, per sua dichiarata ed evidente costruzione, è tratto), sotterraneamente si cerca il modo e il momento per fuggire, utilizzando la cucina come il crocevia dell’entrata e dell’uscita dalla pantomima autocelebrativa di Franco accompagnato dall’entourage di gendarmi e rispettive consorti per gettarsi, letteralmente, a capofitto nello scivolo che conduce alla lavanderia e poi di là alla strada, con un curioso collegamento della Chiesa limitrofa all’Hotel ( per una volta “compagna” e non delatrice). Il ritmo, in effetti, tiene insieme lo spettacolo che non dice cose particolarmente originali o interessanti su un nodo centrale quando si affronta la spinosa questione delle dittature e del loro impatto: il rapporto tra un immaginario di gloria e di benessere alimentato dalla propaganda e poi tradito a caldo dalla truce efferatezza dei suoi concreti, armati emissari (Alonso uccide istantaneamente, sotto gli occhi degli altri, un cuoco che si rifiuta di cucinare) e la riscoperta di una coscienza dal “basso” da parte di quel popolo, o meglio della parte buona di quel popolo, che vuole lubitschanamente vivere ma che al tempo stesso, come diceva di se stesso il poeta Federico Garcia Lorca in sprezzo ai fucili dei soldati esecutori della sua pena di morte, cosi come non si è preoccupato di nascere, non si preoccupa neanche di morire.

A situazioni cariche di un umorismo fisico quasi da slapstick comedy, visto che compare pure l’immancabile torta contro cui spiaccicare maschere e facce, con qualche incursione di stilizzazione post moderna, tarantiniana oseremo dire, nella rappresentazione di alcune morti “accidentali” (quella di un rozzo dipendente dell’hotel, rivale in amore di uno dei fuggiaschi protégée di Genaro, che verrà quasi sepolto vivo e poi resusciterà per una fine all’insegna dell’equivoco e del paradosso), si alternano momenti teneri e buffi; la scena in cui un attratto e imbarazzato Genaro si trova abbracciato allo statuario corpo nudo di Medina, in preda alla smania di confessioni e confidenze scatenate dal rilassamento di una canna e di un bagno caldo, appartiene alla costruzione di questa atmosfera pungente e dissacrante. La presa di mira dei simboli di un potere sciocco e patetico, con in testa l’apparizione di un Franco regredito, per voce e modi, a un bambino viziato dal baffo hitleriano è un po’ troppo diluita nella gestione e nella progressione dell’intreccio, nella parte esplicitamente costruita e funzionale all’intrattenimento, per cui gli spunti di riflessione, pur presenti, rimangono tali, pensiamo in particolare rispetto al trattamento delle figure femminili ( la moglie di Medina che, repentinamente, diventa l’amante di Alonso in una considerazione delle donne divisa tra oggetto da esporre come borghese e rassicurante visione familistica o da trattare come preda sessuale per imporre il proprio machismo). La sensazione è infatti è quella di una struttura ben congegnata, scorrevole, accesa persino nei colori degli interni dove si performa l’effettivo bisogno di continuare a reiterare il canovaccio della commedia umana e si esorcizza il potenziale, lugubre spettro di un mondo già inghiottito dall’oscurantismo e depotenziato attraverso la sua manifestazione più patetica. Gli improvvisi accessi d’ira di Alonso, al di là del divertimento provocato dalle gesta della banda di chef ribelli, introducono dei chiaroscuri che danno più spessore all’andamento da sketch accattivante, da innocua satira della (propria) Storia.

Non c’è tuttavia la profonda amarezza della commedia all’italiana che raccontava, con la lucidità e la precisione di una maggiore prossimità temporale, la banalità del male fascista nelle sue forme marginali e residuali, un titolo per tutti, Il federale di Luciano Salce, con un Ugo Tognazzi prototipo in uniforme di tutti i borghesi piccoli piccoli da lì a venire. L’invenzione più sorprendente resta un finale dal gusto buñueliano, con un altro banchetto da preparare, sempre dalla stessa equipe, ma con l’effetto dittatore raddoppiato, e con il fuori campo di un’ennesima, ancora più assurda, fuga da attuare. Come se in quel decennio di un’Europa messa a ferro e fuoco dalle invasioni e dalle prepotenze dei tanti fascismi, ogni luogo si potesse trasformare, in qualsiasi momento, nel palcoscenico di una cena reiterata dal fascino tutt’altro discreto di una borghesia miliziana e non consolata neanche dalla pietas di un angelo sterminatore.
In sala dal 9 aprile 2025.
A cena con il dittatore (La cena) – Regia: Manuel Gómez Pereira; sceneggiatura: Manuel Gómez Pereira, Yolanda García Serrano e Joaquín Oristrel dalla commedia “La cena dei generali” di José Luis Alonso de Santos; fotografia: Aitor Mantxola; montaggio: Vanessa Marimbert; musica: Anne-Sophie Versnaeyen; interpreti: Mario Casas, Alberto San Juan, Asier Etxeandia, Oscar Lasarte, Martín Páez, Elvira Mínguez, Antonio Resines, Xavi Francés; produzione: La Terraza Films, Turanga Films, Sideral Cinema, Entre Medina y Genaro AIE, Halley Production; origine: Spagna, 2026; durata: 106 minuti; distribuzione: Officine Ubu.
