As Bestas di Rodrigo Sorogoyen

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Antoine e Olga sono francesi. Tale connotazione, apparentemente priva di valore, acquista un’importanza cruciale se trasposta nella Galizia del nostro secolo, un’oasi atavica rimasta inviolata dallo scorrere del tempo. Antoine e Olga, dicevamo, sono francesi: e questo “essere francesi”, nella Galizia del nostro secolo (o dei secoli precedenti), equivale ad una condanna. Antoine e Olga sono francesi ovvero, si legga fra le righe, forestieri, estranei, parassiti potenzialmente nocivi alla sopravvivenza umana. O meglio, alla sopravvivenza di una realtà contadina in perpetuo disfacimento.

È così che il regista e sceneggiatore spagnolo Rodrigo Sorogoyen descrive la campagna, ormai ridotta a isola (in)felice nell’immenso oceano della Civiltà 2.0 – per intenderci, quella delle metropoli, delle multinazionali e delle pale eoliche con cui i topi di città marcano il proprio territorio. La campagna, bella e terribile come Madre l’ha fatta, è la grande protagonista di questo film: essa ci guarda impenetrabile dalle sue foreste, dalle vette ancora inesplorate, dal fango delle cascine, dagli occhi dei cosiddetti nativi che vorrebbero tanto andarsene ma non possono. As Bestas è un film sulla decadenza: non c’è nulla di romantico nei “giorni che furono”, nella rude e onesta quotidianità che sogniamo all’ombra di uffici e suburbi.

Prima di tornare alla tormentata vicenda che vede coinvolti i già citati francesi, occorre dunque liberarsi di un falso mito – quello, per intenderci, del tanto agognato “ritorno alle origini”, della natura che risana le patologie contratte dai topi di città… in città. La memoria corre ai deliziosi cammei cinematografici che l’eccezionale Alice Rohrwacher cesella per noi da più di dieci anni: impossibile non pensare alle Meraviglie che Gelsomina e Marinella creano con i loro sciami d’api, o al Lazzaro felice trasformatosi in lupo per non dover abbandonare la sua favola. La “vecchia Italia”, insomma, ci sorride dalla tomba: proprio come capita nel poetico cortometraggio Omelia Contadina, presentato solo un anno fa al Lido di Venezia.

Un altro “nostalgico di professione” è, nel nostro Paese, Salvatore Mereu, anch’egli incontrato ai lidi della Serenissima fra il 2020 e il 2021. La sua cinepresa, decisamente più cupa e imbronciata rispetto a quella della Rohrwacher, ci ha lasciato in eredità una Sardegna onirica e disturbante: eppure, nelle lande spazzate dal Bentu e nell’idioma misterioso che i topi di campagna ostentano a sfregio dei topi di città, spira ancora un’indefinibile malinconia. Ogni volta ci ritroviamo a combattere contro uno strano rimpianto, come se avessimo smarrito qualcosa di familiare, qualcosa che né gli uffici né tantomeno i suburbi possono restituirci.

Ora, prendete questo breve preambolo e… dimenticatelo. Anzi, sentitevi in colpa: sì, perché la Galizia di Rodrigo Sorogoyen non ha nulla a che vedere con il Cinema. Sentitevi in colpa per i vostri sentimentalismi, per il vostro idealismo da quattro soldi, per il gioco di ruolo che vede l’Inurbato travestirsi da Bifolco. Potete, come fanno Antoine e Olga, comprare un podere e mettervi a coltivare pomodori. Magari ristrutturando case. Magari credendo di fare qualcosa di buono, qualcosa di grande, magari sognando di riportare in vita i “giorni che furono”. Potete rinnegare la Civiltà 2.0 e impedire la costruzione di quelle mostruose pale eoliche che deturpano e distruggono la bella e terribile campagna. Ma l’ingenuità e la purezza, quando sono una scelta, portano a conseguenze nefaste.

È per tutti questi motivi che Antoine e Olga (qui interpretati da Denis Menochet e Marina Foïs) diventano francesi – all’inizio, come si evince da alcune discussioni notturne, essi non lo sono affatto. Lo diventano, per l’appunto, quando rifiutano di vendere i propri terreni, permettendo alla comunità per così dire autoctona di sistemarsi e abbandonare definitivamente le “origini”. La caparbietà con cui Antoine difende i suoi valori è commovente: si tratta, forse, dello stesso candore che anima Alice Rohrwacher e Salvatore Mereu. Ma, agli occhi dei vicini Xan e Lorenzo (Luis Zahera e Diego Anido), questo candore è un mero ostacolo – un ostacolo fastidioso e ingombrante, lo spiacevole inconveniente che impedisce ad un’umanità incolta e in perpetuo disfacimento di migrare verso il proprio cimitero.

In poche parole, ognuno vuole ciò che non ha: Antoine e Olga vogliono essere galiziani, Xan e Lorenzo vogliono essere francesi. Antoine e Olga vogliono recuperare il perduto legame con la madre terra, Xan e Lorenzo desiderano guidare un taxi e mandare in pensione l’anziana genitrice. Antoine e Olga sono allegri, visionari, innocenti. Xan e Lorenzo sono cinici, livorosi e materialisti. Sorogoyen ribalta le regole del gioco, mostrandoci il lato oscuro del mito: in un crescendo dalle tinte ombratili, i quattro personaggi si scontreranno fra loro, portando alla luce una verità ben più ambigua e sfaccettata della morale manichea che vede il “topo di città” scagliarsi contro il “topo di campagna” e viceversa.

L’epilogo sarà indubbiamente funesto – ma a ciò siamo preparati: il film s’ispira ad una storia vera e i colpi di scena sono banditi. Eppure, il gran finale viene collocato proprio a metà, spezzando la pellicola in due frammenti cronologicamente (e narrativamente) distinti: così, anche Antoine e Olga vengono separati, o meglio, collocati rispettivamente nella prima e nella seconda parte di questa favola nera. Le loro voci non s’incrociano mai: quando Antoine è presente, Olga non lo è. Quando Olga prenderà il suo posto sotto i riflettori, per Antoine sarà giunta l’ora di ritirarsi dietro le quinte. Alla fine non ci rimane nulla – né la bella e terribile campagna, né le foreste e le vette inesplorate, che qui si trasformano in luoghi d’orrore: il regista, come i suoi contadini galiziani, si porta via tutto. Perfino quello strano rimpianto che tanto ci piace provare di fronte alle “origini” – o meglio, di fronte all’idealismo tutto cinema e poesia di Alice Rohrwacher e Salvatore Mereu.

Ci auguriamo che questo bel film, dopo le anteprime festivaliere, possa uscire presto anche nelle nostre sale.

Presentato Fuori concorso al Festival di Cannes 2022 (Cannes Première) e alla Festa di Roma (Best of 2022)


Cast & Credits

As Bestas  – Regia: Rodrigo Sorogoyen; sceneggiatura: Isabel Peña, Rodrigo Sorogoyen; fotografia: Alex de Pablo; montaggio: Alberto del Campo; interpreti: Denis Menochet (Antoine), Marina Foïs (Olga), Luis Zahera (Xan), Diego Anido (Lorenzo); produzione: Arcadia Motion Pictures, Caballo Film, Cronos Entertainment, Le Pacte; origine: Spagna, Francia 2022; durata: 137’; distribuzione: Movies Inspired.

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