Billy di Emilia Mazzacurati

  • Voto

Sembra arrivare da un altro spazio-tempo cinema Billy, opera prima di Emilia Mazzacurati  che rielabora, con una leggerezza di tocco e una malinconia anacronistica ma non manierata, su un piano sostanziale e formale, alcune istanze e certi sentimenti che hanno attraversato almeno un paio di stagioni del cinema italiano, quello a cavallo tra la seconda metà degli ottanta e i primi anni 2000: diciamo subito che Emilia è figlia di Carlo Mazzacurati, ma non si tratta tanto di un dato biografico quanto della sensazione di appartenenza ad un immaginario, a una sensibilità, ad  una poetica (altra parola forse anacronistica se non proprio retorica e desueta)  della quale era fatta l’opera cosi terrena e cosi lunare del prematuramente scomparso cineasta padano: il paesaggio come luogo della memoria e dell’affetto, la marginalità e l’eccentricità come forma di resistenza e talvolta di sopravvivenza nella prospettiva piana e desolante di un orizzonte, la foschia ambientale ed esistenziale che si illumina, di notte e di giorno, con la forza della creatività e dell’immaginazione.

In una parola, anzi, in un nome Billy (Matteo Oscar Giuggioli), eponimo protagonista in quella terra di mezzo che sono i 19 anni, appena ufficialmente uscito da una maturità legale, ma ancora nel tunnel degli orrori/meraviglia e nel labirinto da parco giochi addirittura prepuberale: questo ragazzone dai capelli mossi e gli occhi dolci e sperduti riesce a instaurare rapporti amicali soli con bambini di otto anni, con i quali riesce  letteralmente a conservare il suo sguardo puro e basito, nell’osservare gli aerei che attraversano il cielo di una cittadina di provincia (la cui rappresentazione è immersa nella schietta, sincera ispirata atmosfera di ricordi e suggestioni di qualcosa che ci sembra (ri)conoscere) dalla porzione/inquadratura/ angolo di mondo del tetto aperto di una roulotte.

C’è la necessità di venire a patti con un maschile paterno rimosso e ridefinito dalla parzialità , in parte mistificante e in parte rivelatoria , di una memoria immaginifica, che fin dalle origini cerca un senso in una forma di narrazione; proprio quando aveva 9 anni , l’età immutabile delle sue amicizie, Billy aveva concepito e realizzato un podcast radiofonico che aveva avuto un certo successo, sublimando, attraverso il racconto di un transfuga cantate rock (o meglio, di quello struggente rock-folk contaminato con le introspezioni esistenziali della bassa padana), la mancanza/perdita di un padre.

A equilibrare questo vuoto di memoria, c’è un ingombrante e presente femminile, nella colorata carnalità di una madre (Carla Signoris) che mette in gioco la propria solitudine e indolenza sotto le vesti estroverse ed eccessive di una tenera, impacciata seduzione. Questo (dis)equilibrio di umori cangianti e desideri repressi verrà spezzato dall’entrata in scena di un rocker dal decadente e appassito carisma, in fuga da una desolazione all’altra, che lascia segni sulla pelle e nei cuori di Billy e degli abitanti di quella provincia non meccanica (e non importa capire se non più o non ancora), spostando quel poco o quel tanto che sia l’immobilità di un stato delle cose nel dinamismo di una tensione che stravolge assopite credenze e cristallizzate posizioni. Non sorprende dunque che ,in quella che potrebbe tranquillamente iscriversi  nella proliferante epica minimalista della commedia di formazione, entri in campo anche la morte (meglio non svelare di quale personaggio e in quali circostanze , visto la quieta e dolente maniera nella quale è annunciata, interrompendo il clima di sommesso happening in corso fino a quel momento ), perché è proprio tramite una circostanza cosi definitiva, ineluttabile, non negoziabile, che la ferita si fa tangibile e fisica perdita e non più  distanza tra un presente e un passato da annullare. Ed è quello che fa Billy  nella costruzione/proiezione di un microcosmo protetto da un’artigianale dimensione onirica e fantastica; un’ infantile confort zone di ossessioni regressive travolta dal montare delle pulsioni, dei primi innamoramenti e degli incontri/scontri con una realtà livida e vibrante.

In questo crocevia di ordinario e magia , si incontra , senza forzature o un citazionismo troppo esposto, quella declinazione malinconica, romantica e stralunata di certo cinema italiano di cui si parlava all’inizio: una decrescente intensità di tutte le notte italiane e le altre vite ( più oscure e amare ) di Mazzacurati padre (del quale si sente però l’impronta aggraziatamente parossistica del terminale, 2013, La sedia della felicità), il Silvio Soldini più caldo e sognante di Pane e tulipani e Agata e la tempesta, ma anche la capacità di cogliere la precarietà e lo spaesamento giovanile del Piccioni meno celebrato (l’incantevole Questi giorni, 2016).

E poi, magari, qualche eco della cinematografia statunitense, con in mente uno sguardo e un movimento in particolare: quello del Mason di Boyhood, il film-vita di Richard Linklater  (2014, girato seguendo gli stessi attori che crescevano nell’arco di 12 anni) dove era la continua scoperta di ciò che gira intorno a determinare e segnare certi passaggi fondamentali nell’esistenza di un bambino e di un ragazzo. Il bambino-ragazzo Billy della Mazzacurati condensa di più , e senza dubbio con minore ambizione autoriale, la portata di una visione del mondo che cresce e si espande. Tutto rimane più circoscritto, suggerendo che un cambiamento potrebbe esserci, come potrebbe non avvenire mai.

Ma il velo di una curiosità e di un’intuizione, involuta in una sorta di autismo refrattario alla relazione e all’incontro al di fuori di un proprio preciso schema mentale, c’è e galleggia sopra le immagini, rendendo gradevole e plausibile quello che a volte risulta un po’ tirato via, sconclusionato, irrisolto (la carrellata di caratteri bizzarri è superflua e rende un po’ troppo  greve l’apprezzabile levità di una regia attenta ai chiaroscuri e ai mezzi toni).

Però  resta il fatto che è stato un piccolo dono aver fatto un altro giro su questa  giostra affacciata su un panorama cinematografico così sentito e personale, che non vuole dire nulla di nuovo, ma chiede con pudore di esistere e danzare con i propri ricordi e le sue aspirazioni.

In Anteprima al Festival di Bellaria 2023
In sala dal 1 giugno


Billy  – Regia e sceneggiatura: Emilia Mazzacurati; fotografia: Alessandro Abate e Daria D’Antonio; montaggio: Jacopo Quadri e Matteo Serman; musica: Alessandro Stefana; interpreti: Matteo Oscar Giuggioli, Alessandro Gassman, Carla Signoris, Giuseppe Battiston, Benedetta Gris, Carlotta Gamba, Roberto Citran, Sandra Ceccarelli; produzione: Francesco e Paola Bonsembiante per Jolefilm con Rai Cinema; origine: Italia, 2023; durata: 100 minuti; distribuzione: Parthenos.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *