Call My Agent – Italia di Luca Ribuoli (seconda stagione) – Tutti gli episodi

Hanno fatto bene quelli di Sky a chiudere la seconda stagione di Call My Agent – Italia con Sabrina Impacciatore, perché la 56enne attrice romana, reduce dal successo personale ottenuto con la serie americana The White Lotus, è davvero spiritosa nel rifare sé stessa come madrina dell’80ª Mostra del cinema di Venezia (vedi copertina). Una madrina buffa, folleggiante e maldestra, che incespica sulla spiaggia davanti ai fotografi, finisce nel mare e rovina l’acconciatura, resta pure in mutande sul red carpet ed è costretta a improvvisare il discorso sul palco della Sala Grande. Il tutto mentre rischia di addormentarsi dovunque a causa del jet-lag.

Direi che la sesta puntata sia la migliore del nuovo ciclo, anche per l’equilibrio che il regista Luca Ribuoli e la sceneggiatrice Lisa Nur Sultan sono riusciti a conferire alla trasferta veneziana, tra scenografie reali e incursioni all’Excelsior, col direttore Alberto Barbera impegnato a interpretare sé stesso. Ma, appunto, è Sabrina Impacciatore a fare la differenza: perché recita, pur nell’autoritratto ironico, dando un certo spessore al personaggio dell’attrice che torna vincente da Hollywood dopo essere stata un po’ snobbata in patria. C’è un azzeccato duetto finale a bordo piscina con Emanuela Fanelli, dai toni malinconici, quasi amarognoli, e dispiace che non tutta la serie abbia saputo trovare quella tonalità, in bilico tra parodia, satira e dramma.

Meno azzeccato mi pare, invece, il quinto episodio, con Elodie che fa Elodie, cioè una star “normale” alla quale capita di risvegliare dal coma un giovane fan: e quel miracolo si trasformerà in una maledizione per lei a causa del molesto “Lazzaro”. Appare a un certo punto anche Dario Argento, sotto una luce fosca, quasi cimiteriale, da spaventare chiunque: pure lui si prende in giro, sussurrando a Vittorio Baronciani, il veterano dell’agenzia, “Ti vedo avvolto dalle tenebre”. Quello che fu il re dell’horror e ora sembra un quieto vecchietto ce l’ha con i punti luce cari ai nuovi direttori della fotografia, i quali accenderebbero 18 abat-jour per illuminare meglio una stanza quando magari proprio non servirebbero.

Prodotta con cura da Carlo Degli Esposti e Nicola Serra, Call My Agent – Italia è generalmente piaciuta, ho amici cinefili e non che hanno trovato assai divertenti le prime quattro puntate, rimproverandomi un eccesso di zelo critico. Magari hanno ragione. Eppure, continuo a pensare che troppa farsa uccida la commedia, col rischio di rendere i personaggi poco più che macchiette.

Su Sky dal 5 aprile 2034

E qui sotto riportiamo le considerazioni sulle precedenti puntate

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Terza e quarta puntata

“Ognuno si diverte come può” cantava Antoine in “Le divagazioni”, 1966, ma solo nella versione italiana della canzone, quella con le parole scritte da Herbert Pagani. Vale anche per Call My Agent – Italia, la seconda stagione italiana ispirata alla serie transalpina Chiami il mio agente!. Grazie a Sky Extra, ho potuto vedere in anticipo altre due puntate, la terza e la quarta, delle sei previste dal nuovo ciclo sempre diretto da Luca Ribuoli su sceneggiature di Lisa Nur Sultan. Delle prime due avevo scritto una settimana fa (vedi qui sotto), con qualche perplessità sul clima generale, anche se vedo, da commenti sui social e pareri illustri (Aldo Grasso), che molti invece apprezzano.

Sono certo che la miniserie, prodotta da Carlo Degli Esposti e Nicola Serra, andrà benissimo sul piano del gradimento, ma continuo a pensare che gli autori avrebbero fatto meglio a non allontanarsi così tanto, nello spirito, nello stile e nelle storie, dal modello originale, s’intende pur aggiornando all’andazzo italico tic e atteggiamenti delle “star” coinvolte.

Il problema, se tale è, riguarda a mio parere l’immagine che dalla serie esce dei nostri attori. Va benissimo l’autoironia e lo sfottò, anche giocare sull’evidente mitomania che affligge la gente del cinema appena strappa un’oncia di successo. Tuttavia: perché renderli così fessacchiotti? Prendete Claudio Santamaria nel terzo episodio. Potrebbe forse essere ingaggiato da Christopher Nolan (?) per un film su Giordano Bruno, e lui, attore gentile che ricopre di vini, formaggi e sottaceti gli amici dell’agenzia Cma, improvvisamente si trasforma, per aderire al personaggio, in un torvo “monaco” criminale, un po’ trapper, dalle magliette bucate, gli occhi bistrati e il cappuccio in testa, che insulta le persone per strada e si fotografa sotto la statua di Campo de’ fiori per vedere la somiglianza. Boh! Capisco l’ossessione dell’immersione totale, all’americana, ma senza la giusta distanza l’ironia diventa solo parodia.

Al contrario, la coppia coniugale/televisiva Serena Rossi e Davide Devenuto, quelli di Un posto al sole, al centro del quarto episodio, porta lo sguardo sul terreno opposto: la noia per le interviste a raffica, l’attesa mattiniera degli ascolti, il sogno di presentare il festival di Sanremo, lei che diveggia un po’ senza crederci, lui che fa il “mammo” nella villona con piscina.

Può darsi che, in buona misura, questo sia il doppio standard del nostro star-system, ma una serie ambientata nel mondo dello spettacolo, sia pure in una chiave un po’ soap, tra le solite sfuriate di Emanuela Fanelli e i fardelli sentimentali degli agenti Cma, potrebbe ambire a qualcosa di più profondo, sempre col sorriso, o meno corrivo, non così ripiegato sulla farsa e una recitazione gasata, tutta esteriore.

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Prima e seconda puntata

Lo so, non ci farà caso nessuno o quasi, ma mi spiegate perché prendere “Fortunate Son” dei Creedence Clearwater Revival, una canzone di fine anni Sessanta che parla della guerra nel Vietnam e dei favori fatti ai figli di senatori e potenti affinché non morissero laggiù nella giungla, per aprire la prima puntata della nuova serie di “Call My Agent – Italia. Francamente non capisco, e non capisco nemmeno perché utilizzare il fosco murder-blues “Hey Joe”, ma non nella versione originale di Jimi Hendrix che costa troppo, per inaugurare la seconda? Sento già che mi daranno del fissato, eppure la piccola questione spiega parecchio, credo, attorno all’uso sconsiderato che i cineasti e i televisivi italiani fanno delle canzoni americane o inglesi: a puro scopo decorativo, vagamente suggestivo, senza mai alcun riferimento con le storie raccontate.

Rispetto alla prima stagione ci si è voluti allontanare dal modello francese, da noi intitolato Chiami il mio agente!, per puntare maggiormente, nelle dinamiche psicologiche e nelle strizzatine d’occhio, al cinema nazionale. Scelta forse comprensibile, anche meno vincolante, se non fosse che le storie parigine custodivano un elegante mix di farsa e di tragedia, dentro un’assoluta credibilità; mentre le storie romane sanno un po’ di soap-opera, anche nelle riprese e negli sfondi, con qualche accensione naturalmente degna di nota, intendo spassosa.

Non voglio anticipare le vicende per non rovinare le sorprese, che ci sono: dico solo, come già apparso in alcune anticipazioni stampa, che nell’episodio d’esordio Valeria Golino e Valeria Bruni Tedeschi, amiche per la pelle anche nella vita, si ritrovano nella declinante agenzia Cma per firmare un contratto al buio con un regista di culto il quale ha ordinato di non consegnare loro la sceneggiatura di un film da girare sull’isola di Tavolara; mentre nel secondo la stabilità stessa dell’agenzia, dopo una devastante caduta di credibilità dovuto al tonfo di “Bastianazzo”, il film degli esordienti cugini Pigna ispirato ai Malavoglia, è messa a dura prova dall’arrivo del nuovo proprietario.

Per rendere tutto più “vero” gli autori citano il critico Paolo Mereghetti, i Fratelli D’Innocenzo, le “lucherinate” del press-agent Enrico Lucherini, “MyMovies”, il “Corriere della Sera”, il casting director Francesco Vedovati viene promosso regista di culto con lo stesso nome e cognome, Gianmarco Tognazzi sprofonda in una dieta strabiliante che ricorda quella praticata dal povero Pietro Taricone per Pericle il nero poi all’epoca saltato, Corrado Guzzanti fa le bizze su un set infinito, soprattutto Gabriele Muccino si produce in un autoritratto di furente e survoltata efficacia, mettendosi amabilmente alla berlina (il più bravo di tutti, a suo modo, anche nel parossismo cercato).

“Tu dimmi se c’è una forma di cinema più alta di una famiglia che se sbrana” scandisce, senza balbettare, il regista di L’ultimo bacio: la battuta dovrebbe disegnare la caotica atmosfera, tra invidie, affetti e sgambetti, che si respira in quel covo di matti che lavora dietro le quinte del cinema nazionale per strappare il 10 per cento sui contratti. A mio parere, forse per aumentare l’effetto buffo, sono tutti sovraeccitati, tra mosse e mossette, i personaggi dell’agenzia, di nuovo incarnati da Michele Di Mauro, Sara Drago, Maurizio Lastrico, Sara Lazzaro, Francesco Russo, Paola Buratto, Kaze e Marzia Ubaldi, purtroppo recentemente scomparsa, più Emanuela Fanelli nei panni di un’attricetta gasata.

Sono sicuro che sarà un successo, pensato s’intende non solo per la gente di cinema, più lesta a riconoscere allusioni e riferimenti. Continuo a pensare, però, che sarebbe stato meglio seguire, con gli ovvi ritocchi dovuti al cambio di ambientazione, la partitura originale francese, senza allontanarsene troppo.

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