44° Bellaria Film Festival (6 -10, maggio): De capul nostru (On our Own) di Tudor Cristian Jurgiu (Concorso Casa Rossa internazionale)

De capul nostru 
De capul nostruCi sono alcuni luoghi nel mondo nei quali il passaggio tra l’età giovane e quella adulta è meno strettamente marcato e connotato da eventi, rituali, transizioni (anche semplicemente quelle degli anni scolastici ) in una maniera così precisa e identificabile. I protagonisti di De capul nostru, opera terza di lungometraggio di Tudor Cristian Jurgiu, in Concorso al Bellaria Film festival, sono evidentemente dei ragazzini abbandonati a loro stessi nella periferia di una contemporanea città rumena. Non sappiamo quando questo “stare da soli”, sia precisamente cominciato, né quali sia precisamente la loro età. A parlare sono i loro corpi puberali che esprimono pulsioni, desideri e fantasie collegati in principio alla sessualità. È il caso dei due protagonisti, Flavia e Luca, amici in quella zona opaca e incerta nella quale si vedono reciprocamente come amanti di un gioco anche sadomasochista, dove lei simula di morire strangolata da lui, prima di liquidarlo con la sfrontatezza e la secchezza degli adolescenti. Non si tratta però solo di noia o della ricerca di emozioni forti dettate dal vuoto pneumatico dei palazzi e dei viali quasi svuotati dalla figura umana e abitata dai relitti di una discarica post neoliberista. La violenta, parafrasata o applicata dal vero, è quasi un codice linguistico che fa parte dei loro scambi e di chi anche è più piccolo di loro: cosi la sorellina di Luca, della quale è l’unico tutore e responsabile in vece di genitori assenti, a parte un’anziana nonna ormai in caduta libera, ammette candidamente di aver picchiato un compagno di scuola di fronte all’indignazione degli insegnati che non sanno leggere dietro quel gesto un disagio più profondo di una bulla spavalderia e alla disarmante impotenza del fratello, che pure ha provato ha punire e stigmatizzare quei comportamenti.

De capul nostru

Ma il mondo di quegli adulti è distante da qualsiasi forma di ascolto o di tentativo di comprensione ed accoglienza, a prescindere dalla prossimità o meno della loro presenza. Se la scuola si barrica dietro delle generiche regole di convivenza e un distanziamento punitivo verso il soggetto indisciplinato, i genitori sono distanti spazialmente ed emotivamente. Flavia si trova a parlare alternativamente con il padre e la madre ( quest’ultima fa la badante in Italia) tramite lo schermo di una videochiamata dove, fuor di metafora, lei non viene mai vista  nella sua esposta, vibrante fragilità ma saturata strumentalmente  dalle confessioni, le informazioni e le richieste, tra le quali un’autorizzazione a divorziare, di due persone che la trattano come l’egoico prolungamento o soddisfacimento dei loro bisogni pratici ed emotivi. Un peso che Jurgiu scarica poi nei giri a vuoto lungo le notti di viandanza urbana, girovagando sempre intorno allo stesso punto asfaltato e cementato, e con l’unico fuori campo di un bosco nel quale è concessa la possibilità d’immaginarsi altro, di riprodurre simbolicamente quel fardello omesso delle proprie ferite, in primis l’abbandono.
Viene da pensare a Un affare di famiglia di Hirokazu Kore’eda, in quanto anche in quel caso c’era l’aggregarsi e il sostenersi di bambini, ragazzini e adulti tenuti insieme non da un legame formalmente o geneticamente certificato, ma da un dolore che spinge al movimento della ricerca e della cura. Certo, c’era ancora una presenza trasversale di generazioni, con anche le implicazioni di responsabilità e contraddizioni di quel livello utopico di comunità “per scelta”.  Per Jurgiu l’assenza genitoriale si traduce, conseguentemente, in un caos che è più sbandamento e dubbio che generativa riformulazione di uno status familiare. In Flavia e in Luca c’è anzi una saggezza come un’istintiva intelligenza del cuore, che permette loro di fare quello che il mondo adulto tout court, quello ufficiale delle istituzioni e quello domestico delle relazioni, non riesce ormai più a fare. Accogliere un fratello e una sorella più piccoli, in fuga da una casa probabilmente violenta e abusante, con il ragazzino che soffre di sonnambulismo  in un modo tale da farla sembrare l’elaborazione inconscia di un trauma esperito e impresso nella memoria del corpo. Un’interessante contrappunto sul quale si regge la messa in scena, venata di momenti inquietanti come quello della morte della nonna (l’ultimo baluardo dell’adultità) il cui cadavere è tenuto in casa fino alla sepoltura dell’indomani da quella famille a part, è l’utilizzo della luce diurna: nonostante la storia abbia un suo nucleo oscuro e struggente, a prevalere sono i toni di una solarità estiva e campestre, da rohmeriane commedie e proverbi, anche se non ci sono ne lo spazio ne gli strumenti per ricavare una riflessione morale, per fare della parola, anche quella più acerba, il viatico di una presa di coscienza e di un’affermazione di sé. Si tratta in realtà di un’illuminazione che tende ad astrarre l’ambientazione, a farne la manifestazione di un laico limbo in cui le vite dei personaggi sono sicuramente incastrate ma, in virtù della loro età , non può esserci ancora un determinismo tanto spinto, una condanna alla frustrazione, all’anafettività, alla precoce disillusione.

De capul nostru

Ci sono ancora dei punti e delle direzioni da attraversare, ogni cosa è sotto la luce del giorno, basta guardarsi intorno. Una forma di resistenza che si condensa in quel bacio appassionato e desiderante, finalmente, tra Luca e Flavia di ritorno in treno da una gita inel suddetto bosco, vogliosi di sganciarsi dalle pantomime di ruoli dettati da una sopravvivenza minimalista. Cosi il film acquista una leggerezza che, più che Rohmer, prova a toccare lo spontaneo romanticismo picaresco de Gli anni in tasca di Francois Truffaut, non dimenticando né  la cornice amara e dolente di un stato esteso di solitudine, né l’indifferenza abissale di un struttura socio-culturale che non esprime, per incapacità oppure intenzionalmente, una visione di riscatto della marginalità. Vista l’ampiezza e la portata del racconto, ci si poteva aspettare uno sguardo più incisivo, preciso, calato in mezzo agli spazi e ai corpi,  mentre in alcuni momenti si ha la sensazione di una evanescenza se non proprio svagatezza che preclude alla messa in fuoco di ciascun elemento, cosa peraltro curiosa per un film talmente “chiaro”. L’inconsistenza e la debolezza degli adulti lascia in ogni caso aperta e ben visibile una ferita che riguarda un paese cosi logisticamente vicino eppure cosi antropologicamente distante, rimasto chiuso nel cerchio di un estemporaneo  va e vedi  per quanto riguarda la prospettiva dei più giovani,  con il controcampo della realtà intorno che, in mezzo al nulla, spinge ancora, dardenniamente, a cercare gli occhi dell’altro.

In anteprima al Festival di Berlino 2026 (Sezione Forum).


De capul nostru (On our Own) – Regia: Tudor Cristian Jurgiu; sceneggiatura: Anca Buja, Tudor Cristian Jurgiu; fotografia: Andrei Butică; montaggio: Alexandru Popescu; musica: Marco Biscarini, Mihai Ghiță; interpreti: Denisa Vraja, Vlad Furtună, Mara Diaconu-Ducica, Sofia Vasiliu, Dominique Toma; produzione: Tudor Giurgiu, Bogdan Crăciun per Libra Films Bukarest; origine: Romania/ Italia, 2026: durata: 94 minuti.

 

 

 

 

 

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