Festival di Locarno 2026 (5-15 agosto): Diya di Achille Ronaimou (Open Doors Screenings)

Diya. Voto ***(*)

Il conflitto centrale intorno al quale sembrano confrontarsi con se stessi e scontrarsi tra di loro i personaggi di Diya, opera prima di finzione,  dopo un’esperienza di cortometraggi e di documentari, del ciadiano Achille Ronaimou, è quello tra le regole e le leggi di una civiltà  per certi versi ancora arcaica e l’ordinamento sociale e giuridico di una società contemporanea che è stata segnata dal passaggio del colonialismo francese, e che successivamente venne messo a ferro e fuoco da numerose guerre civili, rivolte, colpi di stato. Questo martoriamento resta impresso sull’espressione corrucciata e smarrita di Dane che fa l’autista per una ONG nella caotica città di N’Djamena, la capitale del Ciad, dove la copresenza per le polverose strade di macchine, furgoni, biciclette  e pedoni mette ogni attraversamento nella condizione di una  collusione forse fatale tra i mezzi di trasporto, necessari per coprire le lunghe distanze, e gli esseri umani, specialmente i ragazzini sparsi lungo i margini di sentieri battuti ma non definiti. Basta così una forzata distrazione,  la pronta risposta al telefono aziendale, a far precipitare Dane nella peggiore delle fatalità, ovvero l’investimento di un bambino che tornava da scuola. Un simile fatto, oltre che innescare il meccanismo drammaturgico, premette a Ronaimou di dare una desolante rappresentazione del modo in cui funziona il sistema sanitario del suo paese, con i cittadini obbligati a comprare le medicine in farmacia per poter essere curati e la qualità dell’intervento commisurata al costo della struttura ospedaliera privata di turno (sul modello neocapitalista e classista della sanità americana).

Ma questo discorso,  con un contrappasso di segno positivo per quanto riguarda le condizioni lavorative (l’assicurazione dell’ azienda per cui lavora Dane sarebbe disposta a pagare le spese mediche), viene meno nel momento in cui il bambino muore e la famiglia, appartenente ad un distretto che fa capo a una tribù diversa da quella di Dane, esige ancora la diya, ovvero un tributo che può essere sanato in due forme: quella più “modernizzata” prevede una cifra stabilita da un giudice da elargire alle vittime in un tempo stabilito, mentre l’altra richiama direttamente alla legge del taglione, il tributo della vita di un altro caro del colpevole (e Dane ha una moglie incinta). L’aspetto più acuto e intelligente della regia, che si articola per il resto la linea mediana di una robusta e non sorprendente narrazione, si esplicita nel mostrare non lo sfinente duello, ossessivo e muscolare, di una non scritta tradizione patriarcale dei capi tribù e dei loro emissari maschi che  vogliono vendicare l’evento luttuoso inflitto  al loro gruppo di appartenenza. Pensiamo ad un film affine per tematica e quasi opposto per progressione, come il libanese L’insulto (2017) di  Ziad Doueiri, dove sulla scena di una multietnica e infuocata Beirut post guerra civile, un cristiano e un palestinese non riuscivano a districarsi tra l’odio e il rancore per reciproche offese dal tono sempre più grave. Al di fuori di un discorso di fanatismo religioso e di conservatorismo rituale, la diya produce comunque un effetto concreto e reale sulla vita del protagonista, costringendolo, per procurarsi il denaro necessario ed evitare la soluzione più radicale, a compiere azioni mortificanti  (la svendita di tutti i suoi beni e la separazione dalla sua compagna in procinto di partorire) o criminali (una rapina ai danni di una carovana di turisti, con tanto di agguato e fucili).Diya

Il trattamento di un soggetto come pretesto per parlare di implicazioni differenti da quelle apparentemente in esso contenute, accomuna questo film a un’opera geograficamente, narrativamente e  culturalmente molto distante: ne L’amante inglese (2009) di Catherine Corsini descriveva la dura odissea economica di Kristin Scott Thomas, nel ruolo di una divorziata francese costretta a pagare un prezzo alto, anche lei, dopo aver lasciato il facoltoso consorte per essersi innamorata di un sensuale e intenso operaio spagnolo. Ma invece di soffermarsi sui picchi di un desiderio carnalmente sbocciato e vissuto, l’attenzione veniva dirottata sulle conseguenze estreme alle quali può portare una condizione prima scelta e poi subita ( nel caso del povero Dane solo subita). In Diya avviene cosi che i soldi e il loro reperimento transitino nella loro cartacea e dissolubile materialità, sotto simbolico pegno di valore quantificabile per risolvere una diatriba, oppure in quanto disperata e antagonista promessa di rivalsa per un gruppo di sfollati ex militari  delusi dal tradimento e dall’indifferenza dello Stato che hanno servito (ai quali Dane si aggrega con scarsa convinzione per la suddetta rapina). Se Scott Thomas vendeva il suo orologio per acquistare la benzina in una sperduta stazione di servizio e faceva rubare i quadri dalla casa dell’ex marito per venderli a un ricettatore, la moglie di Dane si vede strappare dalle mani il proprio computer, finito con i mobili e gli altri oggetti sul furgone del rigattiere, fino allo svuotamento totale della loro casa, inclusa interruzione della corrente  elettrica. Un’ immagine che, interpretando le intenzioni del regista, potrebbe indicare anche il metaforico ritorno ad uno stato delle cose quasi pre illuminista e tribale, dove perfino il mercanteggiare si compiva prima nell’urgenza del gesto che nella parola razionale utilizzata per catalogare,  formalizzare e stabilire i comportamenti e le azioni. Anche la prigione nella quale viene rinchiuso temporaneamente Dane, poco più di una grotta buia, è d’altronde  il luogo nel quale stabilirà il contatto improvvisato e ignoto con quella marginalità illegale, viatico per un abbrutimento quasi mortale.

Diya

Per contrasto a tale miseria , e per mostrare quanto gli aspetti più tradizionalisti delle culture locali africane possiedano  un proprio fisiologico codice etico e solidale, il regista inserisce una sequenza dominata dalla dignitosa e corposa presenza delle donne madri della comunità di Dane : sono loro  le prime ad alzarsi e a versare la quota per la sua cauzione, perché “uscito dalle  loro carni”. Il problema è, semmai, nel mai esaurito disfacimento di un tessuto sociale che continua a soffrire la tara originaria dell’occupazione colonialista,  e il disorientamento valoriale e politico che ne è seguito nel corso dei decenni, con la stessa  molteplicità linguistica ( il francese, l’arabo, i dialetti locali)  che esprime una sua ricchezza e dispone una frammentazione geografica e relazionale. Si scoprirà dunque, nella concitata parte finale tra il noir e il cinema d’azione, che la diya invocata dai parenti del bambino, e caduta in disuso in molti parti del paese, è stata usata in una maniera strumentale e spregiudicata, con la dittatura dell’avidità e del raggiro a imporre una sterzata tragica alle vite e ai corpi di tutte le persone, presunti colpevoli  e presunte vittime, coinvolte. Non è cosi esplicitamente detto quanto la portata di un simile e non rivelabile oltraggio sia dovuto al processo di occidentalizzazione di molti paesi africani, parzialmente mutati dal punto di vista antropologico a causa del crescente e diffidente individualismo degli abitanti che sfalda il loro senso genealogico e costitutivo di collettività.

E, a proposito di genealogie, bisogna forse vedere questa storia attraverso lo sguardo, quello si veramente potente e posizionato nel fare della realtà post coloniale l’allegoria della tragedia di un popolo, del grande cineasta senegalese Ousmane Sembene. Ronaimou, invece, non va oltre la dimensione del racconto a circuito chiuso, bucato in alcuni punti ispirati dal respiro lungo di un’autentica indignazione e di un vibrante sgomento.

Presentato in Concorso al Festival di Torino del 2025.


Diya – Regia e sceneggiatura: Achille Ronaimou; fotografia: Cyrille Hubert; montaggio: Guillame Talvas; musica: Afrotonix; interpreti: Ferdinand Mbaissanè, Moussa Zakaria Ibet, Ramada Mahamat, Youssouf Djaoro, Haikal Zakaria; produzione: Issa Serge Coelo e Valéry du Peloux per Sic Productions, Artisans du Film, Canal +, FilmGalerie451, Babi Pictures, L’Atelier; origine: Ciad, 2025; durata: 96 minuti.

 

 

 

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