Festival di Venezia (2- 12 settembre 2026): Falling House (Moragheb) di Mohsen Gharei (Premio Orizzonti per la migliore interpretazione femminile: Laleh Marzban)

Falling House. Voto ***. Una tragedia annunziata, un film che mescola uno stile iperrealista a una disarmante attitudine melodrammatica, che non lascia né speranza, né via di scampo per nessuno delle figure in campo, tra cui la protagonista Laleh Marzban premiata come miglior interprete nella sezioni “Orizzonti”. Interessante ma un po’ lento e strascicato soprattutto nel finale, l’ultima opera di Mohsen Gharei che insieme a A Bit of Light di Ali Asgari difende la grande bandiera del cinema iraniano alla Mostra 2026.

Rashid (Farhad Aslani) in Falling House è una guardia carceraria di mezza età a Teheran. È un padre di famiglia che ha lavorato tutta la vita per mantenere moglie e figlie, ha una casa da cui deve traslocare, ha un profondo senso morale e di responsabilità. Le tre donne di famiglia – la moglie Zirat (Rima Raminfar) e le due figlie di età diverse, Janan (Elena Khakbazan), una ragazzina di dodici anni, e Ensi (Laleh Marzban), una ragazza di una ventina d’anni con la passione dei vestiti – amano il padre e lo trattano come il signore di casa: gli fanno complimenti, lo proteggono, sono pronte a mentire per lui.

Il modello patriarcale in Falling House non viene messo in dubbio, si è fedeli al padre pure se sbaglia, se non tiene in considerazione i sentimenti altrui, pure se si trova in carcere.

Alla fine di una giornata di lavoro Rashid viene convocato dal direttore della prigione che lo interroga sulla fuga di un detenuto appena evaso. Per qualche ragione sta indagando su di lui, su dei versamenti che ha ricevuto sul conto bancario che non tornano: il potere può tutto, non esistono segreti, le bugie vengono subito smascherate.

Sul lavoro, sebbene non competa nei suoi compiti, Rashid si occupa, per gentilezza, delle transazioni bancarie dei detenuti, dice al direttore che tutti hanno il numero del suo conto, non è strano che qualcuno gli faccia un bonifico. Con metodi vessatori il direttore lo minaccia: confessa o ti distruggo. E lo chiude in cella, come i detenuti di cui è solito prendersi cura, per indurlo a confessare.

Le tre donne si impegnano cercando di racimolare in giro i soldi della cauzione e lo riportano a casa.

La casa di una vita si trova in una zona di riqualificazione urbana: tutte le case della strada sono state demolite, le ruspe avanzano, il giorno dello sfratto è imminente, verrà costruita un’autostrada su quel terreno. Ensi ha il sogno di fare la modella, non mangia, si pesa continuamente, fa sport all’ora dei pasti. È un progetto serio di cui ha tenuto all’oscuro il padre, in combutta con la madre e la sorella che l’hanno coperta.

Ha comprato un biglietto aereo per la Turchia, è stata selezionata da una agenzia di moda, deve partire ma prima deve dirlo al padre, come la spinge a fare la madre, rispettando i ruoli familiari in cui è l’uomo a decidere di tutto, incluso il futuro della figliolanza. Al ritorno di Rashid a casa Ensi gli dice che sta per partire per Istanbul, è stata scelta, il suo sogno sta per avverarsi.

Doppiamente ferito nell’orgoglio (è stato liberato dalle donne di cui è tenuto a occuparsi e non il contrario; la figlia disobbedisce per andare a mostrarsi ad altri uomini: scandalo!) Rashid chiude a chiave Ensi nella sua stanza sequestrandole il passaporto con l’intento di tenerla chiusa fino alla partenza del volo, che coincide col giorno in cui devono demolire la casa.

La tensione aumenta col passare dei giorni, delle ore in Falling House.

Zirat e Janan provano a intercedere per la sorella imprigionata, prima allisciando l’uomo e dandogli ragione, poi davanti alla sua irresoluta caparbia dimostrandosi dalla parte di Ensi, contrarie alla sua opinione, dichiarando soprusi che arrivano da lontano. L’uomo, che ormai ha perso la ragione, sequestra anche loro in un’altra stanza. Le finestre hanno le sbarre, la casa è circondata da un muro con filo spinato, le donne cercano di attirare l’attenzione degli operai sulle ruspe ma è tutto inutile, troppo forte è il rumore circostante. Rashid corrompe ogni giorno i lavoratori per guadagnare un giorno in più.

Falling House
Laleh Marzban e Farhad Aslani (il padre)

La violenza domestica assume i contorni di un film horror in Falling House, le minacce sono sempre più pesanti, i tentativi di liberarsi – a parole e nei fatti – sempre meno efficaci.

La casa, un tempo considerata un nido, si è trasformata in prigione.

Crolla la casa, crolla la famiglia, crollano i valori su cui è fondata la società iraniana.

Falling House è un film che riassume in sé realismo sociale, una attenzione agli strati più bassi della popolazione, una costante denuncia del sistema e del regime, lo stato di violenza intestina alla istituzione della famiglia mescolando uno stile iperrealista a una disarmante attitudine melodrammatica, che non lascia né speranza, né via di scampo per nessuno dei protagonisti: in Iran oggi – così ci racconta Falling House –  non si scappa da un patriarcato assoluto che si riverbera nel privato e nel pubblico.

Il padre violento non trova in sé rimpianto né senso di colpa, resta fermo e fedele al suo credo, non ammetterà mai di essere in errore, ogni sua azione è mossa dal voler proteggere la sua famiglia, a cui non permette di essere diversa da come lui vuole. Crolla la casa, crolla l’uomo, crolla il mondo.

La coercizione ha la meglio, ineluttabilmente. La privazione della libertà è inaccettabile. Niente sarà più come prima. La tragedia è annunciata in Falling House.


Moragheb (Falling House) – Regia: Mohsen Gharei; sceneggiatura: Mohsen Gharaei, Amirmohammad Abdi; fotografia: Farshad Mohammadi; montaggio: Evelyn Rack, Emad Khodabakhsh; interpreti: Laleh Marzban, Farhad Aslani, Rima Raminfar, Elena Khakbazan; produzione: Seven Springs Pictures, RaeFilm Studios, 3SIX9 Studios, Basis Berlin Filmproduktion, Zentropa Germany; origine: Iran/Usa/Germania, 2026; durata: 130 minuti.

 

 

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