Festival di Venezia (2-12 settembre 2026): What belongs to others di Grzegorz Dębowski (Orizzonti – Concorso)

What belongs to others. Voto***(*). Il polacco Grzegorz Dębowski costruisce un dramma urbano dalla premessa rischiosa e riesce a svilupparla con credibilità sorprendente.

What belongs to othersAl suo secondo lungometraggio, il regista polacco Grzegorz Dębowski porta sul Lido di Venezia, in prima mondiale nella sezione Orizzonti, Cudze rzeczy (What belongs to others).

Protagonista è Kasia (Monika Sabina Kwiatkowska), che insieme al fidanzato si mantiene entrando furtivamente nelle case altrui, fingendosi donna delle pulizie per intrufolarsi negli appartamenti e sottrarre oggetti da impegnare. Durante uno di questi furti, Kasia si imbatte nel cadavere di un uomo, morto suicida.

Quando il fidanzato viene arrestato, lei torna sola in quell’appartamento, e quello che nasce come un’occasione per fare cassa si trasforma gradualmente in un’indagine personale: Kasia comincia a ricostruire chi fosse davvero quell’uomo, fingendosi la sua fidanzata di fronte alla famiglia di lui, e infilandosi sempre più a fondo in una vita che non le appartiene. Grzegorz Dębowski ha accompagnato il suo film con una frase che ne riassume bene lo spirito: “ogni fortuna si nutre di una frattura”.

La premessa, sulla carta, è pericolosa perché il rischio è quello di scivolare nell’artificioso, nel twist a effetto fine a se stesso, è alto. Eppure, What belongs to others riesce a svilupparsi in modo credibile e convincente, evitando le insidie più prevedibili del proprio meccanismo di partenza e trasformando l’inganno iniziale in un percorso di scoperta che riguarda tanto il morto quanto, soprattutto, la protagonista Kasia.

A tenere insieme What belongs to others è proprio lei, la protagonista, seguita da una macchina a spalla che non la abbandona praticamente mai, restituendo un’aderenza fisica quasi claustrofobica al suo punto di vista. Monika Sabina Kwiatkowska sostiene il ruolo con una prova molto convincente, capace di reggere da sola gran parte del peso emotivo della storia.

C’è un detto secondo cui chi muore diventa automaticamente un santo e in What Belongs to Others questo vale quasi alla lettera. Piotr, l’uomo che Kasia finge di aver amato, non era affatto irreprensibile. Eppure, ora che è morto, il ricordo che ne conserva la famiglia sembra essersi già ripulito da ogni imperfezione. La morte lo ha trasformato in un’immagine consolatoria, liberandolo proprio da quelle contraddizioni che, da vivo, lo rendevano un uomo difficile da amare e da comprendere.

Il film sembra suggerire così che, tra un uomo morto e uno sbandato ancora in vita, la memoria collettiva finisca per preferire il primo. È più facile piangere un santo immaginario che fare i conti con le ambiguità e le responsabilità di chi è ancora vivo.
Non è casuale, allora, che a un certo punto di What belongs to others una donna pronunci una frase tanto brutale quanto rivelatrice “Gli uomini non servono a niente, dormo meglio con il mio cane, almeno posso abbracciarlo”.

In poche parole, Dębowski condensa una sfiducia che va ben oltre i rapporti sentimentali. In questo mondo, persino l’intimità sembra diventata un lusso: le persone sono troppo sole, troppo stanche e troppo impegnate a sopravvivere per riuscire davvero a prendersi cura le une delle altre. Il cane, al contrario, offre ciò che gli esseri umani non sembrano più in grado di garantire, cioè, in fondo, un affetto privo di conflitto.

È forse questa la Polonia che Dębowski sceglie di raccontare in What belongs to others, lontana dall’immagine trionfale del miracolo economico e della crescita del Paese. Non quella delle statistiche e delle trasformazioni urbane, ma quella di chi è rimasto ai margini di quel progresso, le persone sfiancate dalla precarietà, costrette a lottare quotidianamente per sopravvivere e progressivamente incapaci di riconoscersi negli altri. La povertà, qui, non è soltanto materiale e finisce col deformare i rapporti umani, alimentando diffidenza, risentimento e solitudine. E così i vivi diventano più difficili da amare dei morti, perché i primi sono ancora imperfetti, scomodi, contraddittori, mentre i secondi possono essere trasformati, dalla memoria, in ciò che si avrebbe voluto che fossero.


Cudze rzeczy (What belongs to others) – Regia e sceneggiatura: Grzegorz Dębowski; fotografia: Stanisław Horodecki; montaggio: Anna Garncarczyk; scenografia:Maja Pawlikowska-Kobylińska, Magdalena Marszałek; musica: Piotr Kurek; interpreti: Monika Sabina Kwiatkowska, Robert Mania, Ewa Pająk, Martyna Rozwadowska, Aleksandra Kolan, Jadwiga Grygierczyk, Marcin Kiszluk; produzione: Blue Onion (Agnieszka Skalska); origine: Polonia, 2026; durata: 105 minuti.

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