Festa del cinema di Roma 2025: My Daughter’s Hair (Raha) di Hesam Farahmand (Premio miglior film Alice nella Città 2025)

La prima sensazione che lascia addosso Raha  (tit. intern: My Daughter’s Hair), esordio alla regia di Hesam Farahmand, è quella di un crescente turbamento provocato da una tensione drammaturgica spiazzante, che, visti i primi quaranta minuti, forse non si era preparati ad affrontare. Lo sguardo su una famiglia iraniana di oggi appare infatti caldo, tenero, perfino ironico: Tohid e la figlia Raha si coccolano sul divano dell’interno serale di un salotto, e parlano con intesa e confidenza dei problemi sentimentali e più pragmatici della ragazza: il cuore spezzato per un amore non corrisposto e il computer che le è stato rubato, un fatto quest’ultimo che le impedisce di portare avanti il suo lavoro come animatrice in uno studio cinematografico che produce cartoni animati.

Due eventi apparentemente non collegati, se non dallo stato di preoccupazione e frustrazione nel quale gettano Raha, e che invece si intrecceranno generando delle conseguenze al di là di qualsiasi previsione o intenzione. Il padre sembra infatti essere un uomo buono e generoso, anche se l’eccessivo entusiasmo lo porta talvolta a creare delle situazioni un po’ confusionarie e problematiche, innescando un concatenamento di azioni e reazioni in bilico sul fragile equilibrio del tragicomico ( con uno spostamento, capiremo in seguito, più verso la condizione espressa dal primo termine di questa composita parola). All’inizio i rocamboleschi tentativi per riavere il laptop trafugato, prima sporgendo denuncia alla polizia e cercando tra quelli recuperati e poi rivolgendosi al mercato dell’usato per comprarne uno di seconda mano, sembrano virare quasi su una sorta di commedia degli equivoci, un puzzle di giri di vite, dove tutto è destinato a tornare dentro un apparente ordine, grazie a una qualche soluzione drammaturgica che fa svettare sopra tutto la giovinezza, la sensibilità e l’intelligenza del personaggio richiamato nel titolo (anche lei solo nominalmente protagonista assoluta di quello che è invece di fatto un racconto corale), e restituisce l’affetto paterno e filiale come strumento di conoscenza e di trasformazione di quel rapporto, da una dipendenza piuttosto infantile e regressiva per entrambi a una differenziazione più adulta e responsabile degli abiti e dei comportamenti.

Questo possibile scenario non entra però nel solco della storia che invece prende una deriva ben più drammatica e cupa. Il tentato e disperato reperimento del computer diventa dunque il McGuffin hitchcockiano intorno al quale saltano gli schemi e le posizioni in cui si collocano padri, madri, fratelli e sorelle, sradicando le rispettive maschere di follia, manipolazione, aggressività e meschinità. Un dispositivo che ricorda da vicino quelli concepiti e messi magistralmente in scena da Asghar Fahradi, con la presenza di uno dei suoi attori feticcio, lo Shahab Hosseini de Il cliente  qui nel ruolo di Tohid, ad esserne incarnata e vibrante citazione. È infatti sulla sua duttile espressività in particolare che si regge il cambio di registro del racconto, dalla mitezza e dallo slancio di una carezza all’ accelerazione di un insulto, fino allo smarrimento di uno sguardo allucinato.

Il riflesso di questo stato di prostrazione che non si dimentica facilmente è il doppio speculare rappresentato dall’altra famiglia, quella della ragazza il cui computer, con annessi tutti i suoi documenti, i suoi dati e le sue  foto personali, finisce involontariamente e accidentalmente nelle mani di Raha.

Il dislivello di potere e di status è una delle questioni che mettono in discussione il sistema non ancora pienamente equo di una giustizia che è portata a credere in automatico alla denuncia e alla rivendicazione del ceto più ricco e privilegiato. Raha e i suoi si presentano già con lo svantaggio di aver acquistato quel PC a un mercato dell’usato, mettendosi quindi nel minato campo di una potenziale e presunta illegalità. Se nelle opere di Fahradi  questa stratificazione sociale veniva però espressa filmicamente attraverso un incrociarsi degli sguardi dei personaggi capaci di direzionare lo scontro dialettico nella vertigine del rapporto indistricabile tra vero e falso, Fahramand segue un approccio più impattante, frontale, ineluttabile.

Tutti sono intrappolati in inquadrature strette, trasversali, oblique e progressivamente chiuse fino allo schiacciamento contro le pareti del senso di colpa, attaccati alle mura di un pianto senza suono e senza catarsi. Non può esserci una versione alternativa della vicenda, perché chi vi si dovrebbe opporre non ha lo spessore morale e umano per sostenerla e portarla avanti fino al capovolgimento della prospettiva.

Se nei film diretti da Fahradi, Una separazione e Il passato sopra a tutti, restava un residuale e umanissimo spiraglio di possibilità per un riscatto e per un’elaborazione degli intricati fatti, Raha non lascia alcuna speranza per una pacificazione della coscienza. Come se la scelta tra un finale amaro e un’amarezza senza fine posta dal racconto autobiografico di uno dei personaggi di About Elly, sempre di Fahradi, si fosse sintetizzata nei minimi termini di una condanna auto inflitta; un oblio che ha inghiottito tutti i finali possibili  e immaginabili e le loro declinazioni in qualcosa a cui attribuire un senso di amarezza e ne ha riprodotto una sola, godardiana “immagine giusta”: quella di un individuo perso nell’ accarezzare il feticcio della propria figlia non più anelata e idealizzata estensione del proprio se, ma proiezione fantasmatica di un amabile resto e di un’abissale perdita.


Raha (tit. intern: My Daughter’s Hair)  Regia: Hesam Farahmand; sceneggiatura: Mohammad Ali Hosseini; fotografia: Rouzbeh Rayga; montaggio: Mehdi Sa’di,Loghman Khaledi; musica: Fardin Khal’atbari; interpreti: Shahab Hosseini, Ghazal Shakeri, Arman Mirzaee, Zoha Esmailifar, Mohammad Reza, Samian; produzione: Saeed Khani; origine: Iran, 2025; durata: 109 minuti.

 

 

 

 

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