Sulla parete di casa, una bambina disegna il graffito di un mostruoso essere informe. Il granitico volto del nonno, potrebbe essere, o, più generalmente, il fantasma della cultura patriarcale. Anzi, non v’è alcun dubbio, visto che è proprio la voce fuori campo a confessarlo, la stessa regista che passati trent’anni tenta ora di rimettere in scena i propri traumi infantili, forgiati tra le bombe della prima guerra cecena, per trovarvi la radice marcia dell’ossessione russa, quel circuito perverso di vanagloria imperialista.
Sfuggita alle bombe nel 1998 per rifugiarsi a Stavropol’, Vladlena Sandu presentò il progetto alle autorità russe sotto mentite spoglie come un documentario sul nonno, veterano della Grande Guerra Patriottica, ottenendo così il permesso di filmare nella città d’infanzia, Grozny, nella Cecenia di Kadyrov, sodale di Putin e nuova incarnazione del potere patriarcale. Un inganno strategico per ripercorrere il suo stesso itinerario di emancipazione: dagli schizzi infantili di un potere informe alla conquista di una voce propria, incarnata dalla piccola interprete.
In un paese dove l’acqua è avvelenata, le menti incantate dai valzer del potere diffusi dagli altoparlanti della propaganda e dalla disciplina leninista (stalinista) delle aule scolastiche, l’unico rifugio è l’immaginario. In una sala vuota di un cinema, Vlada si rivede negli informi mostri dello schermo. Così King Kong diventa il suo amico immaginario, la società si può riprodurre e smontare in una casa di bambole e la propria cultura rivitalizzare in teatrali mascherate. Qui il film sprigiona la sua forza critica più libera da retoriche preconfezionate, giustapponendo elementi culturali difformi la cui strumentalizzazione militante rimane incerta, sperimentale: musica tradizionale e musica classica, cartoni animati e iconografia pittorica, teatrini di carta e opera lirica, uno straniante cortocircuito tra alto e basso, che re-interroga le fondamenta di una “nazione senza cultura”, titolo di un precedente corto del 2022 della regista. Tuttavia, e qui risiede il limite dell’operazione, l’immaginazione non regge l’urto con la schiacciante macchina del potere. A confronto con la realtà della devastazione, l’immaginario appare come un posticcio artificio, uno spazio solo apparentemente sicuro, destinato a crollare alla prima esplosione, esattamente come la cultura cecena sotto il rullo compressore del colonialismo sovietico.
Le identificazioni della protagonista con le figure femminili più prossime dell’albero genealogico, la nonna e la madre, donne forti ma senza voce, producono continui salti temporali nel tessuto narrativo che mettono a nudo le fratture del ramo familiare e, per estensione, le lacerazioni di un’identità nazionale condannata da oltre un secolo al silenzio. Malgrado l’alto grado di intimità del soggetto, la regia sembra però arrestarsi sempre un attimo prima di mostrare il fiume di sangue che sgorga dalla ferita, immediatamente suturata dalla voce fuori campo dell’autrice che riconduce ogni inconscio sussulto alla rassicurante retorica del discorso militante. Quegli schizzi informi non diventano mai scrittura traumatizzata, perché all’immaginario è già stato assegnato in partenza il ruolo di spazio terapeutico per la risoluzione simbolica del trauma.
Nell’apocalisse finale, l’insistita “soggettiva” è sostenuta da inserti documentari, sonori e visivi, fin troppo reali. La casa di bambole prende fuoco e dalle sue ceneri non si proiettano che immagini in negativo: un’orda di zombie iperreali, spettri digitali d’inquietante concretezza, che scatenano un’associazione immediata con le altrettanto crude immagini dell’invasione di oggi. Sistematicamente, ogni conclusione critica viene ricondotta a una denuncia dei “padroni della guerra”, sintetizzata nel rimando circolare che dalla bambina con la paletta conduce al ragazzino con il fucile.
Memory – Regia, sceneggiatura e montaggio: Vladlena Sandu; fotografia: Liza Popova; scenografia: Daria Litvinova; sonoro: Philippe Grivel; interpreti: Amina Taisumova, Selima Agamirzaeva, Vladlena Sandu; produzione: Yanna Buryak per Mimesis, in co-produzione con Ludovic Henry per Limitless, Raymond van der Kaaij e Kirsi Saivosalmi per Revolver Amsterdam; origine: Francia/Olanda, 2025; durata: 98 minuti.
