Following the Sound di Kyoshi Sugita (Giornate – Concorso)

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Una ragazza approccia, in maniera apparentemente casuale, due personaggi, un uomo ed una donna. Le inquadrature statiche e le panoramiche lentissime ci mostrano piccoli episodi insignificanti della sua esistenza, assieme a momenti in cui si ritrova con uno dei due, tra silenzi, gesti pudici, scambi di battute seguiti da altri silenzi, spostamenti, in autobus, in motorino, a piedi, ripresi ostinatamente nella loro interezza. Diviene ben presto chiaro che il film sta tessendo lentamente una forzatura nella percezione, e una sottotrama si fa strada lentamente tra le lunghe scene, lasciando spazio ad ipotesi che, però, non prendono mai pienamente forma. La ragazza porta con sé un walkman, e frequenta un corso di film-making, e ha già incontrato quei due personaggi in precedenza, ma loro non lo ricordano, e capiamo che qualche modo si sta prendendo cura di loro. Seguendoli, ed affacciandosi delicatamente nelle loro esistenze alla deriva. 

Kanata no uta  (il cui titolo internazionale suona Following the sound) è un film molto, troppo contemplativo, fatto di silenzi, gesti, distribuiti in modo da diluirne l’esperienza e farla scivolare nel tedio prima che si possa riuscire a cogliere l’essenza e la filosofia della pellicola, misteriosa, non priva di fascino, ma che si smarrisce continuamente, e che non distilla nulla di significativo. 

Lo stile impressionista ed i tempi fanno collassare dentro un oceano vuoto l’azione, che è quasi inesistente. Si intravedono molte suggestioni, il vuoto pneumatico ed emotivo dell’umanità, l’incapacità di sopravvivere a sé stessi, l’esistenza che lentamente erode gli esseri umani fino a ridurli a figure che si muovono come ombre, dalle quali talvolta emerge un barlume di dolorosa consapevolezza, ed attraverso le quali la stessa protagonista cerca salvezza. Le ampie possibilità speculative però, rimangono il pregio migliore del film. 

Perché c’è poco altro, i tempi dilatati non sono sorretti da una reale impalcatura esistenziale in grado di giustificarli, e mentre la visione prosegue un’insofferenza generale comincia a palesarsi, ma il film, coerente con sé stesso, prosegue imperterrito per la sua strada fino alla fine. 

Opera terza di un autore la cui poetica ha già un certo grado di definizione, Following the Sound è un oggetto filmico che galleggia tra l’inaccessibile e l’inconsistente, e, che in ultima analisi, non fornisce appigli e si configura come un delicato e rigoroso viaggio nel silenzio della mente e dei luoghi, quasi un esperimento meditativo, ma a cui sfugge la chiave per trasportare lo spettatore nella dimensione che vorrebbe. 

Rispetto al precedente film, Haruhara-san’s Recorder, il regista dichiara di aver “provato ad abbandonare una certa modalità di fare film, che consiste in una struttura narrativa e nella costruzione dei dialoghi, per ritornare al punto di partenza del cinema, che deve emergere dal montaggio dei momenti generati dal film”, intento ammirevole, si sentono echi del cinema di Jacques Rivette, ma qui, a parere di chi scrive, l’antinarrazione e l’immagine-tempo deleuziana non giungono a cristallizzare indefiniti ricordi, e ci lasciano sospesi in un limbo incerto e poco significativo. 

Buone le interpretazioni, i tre protagonisti si calano bene nelle atmosfere sospese e i loro visi sono sufficientemente espressivi da sostenere le lunghe scene silenziose, la protagonista ha qualcosa di disturbante nella sua gentilezza, mentre gli altri due hanno un ché di commovente nella loro discreta disperazione.


Kanata no uta (Following the Sound) – regia: Kyoshi Sugita; sceneggiatura: Kyoshi Sugita; fotografia: Yukiko Iioka; montaggio: Keiko Okawa; musica: Skank; cast: Yûko Nakamura, Hidekazu Mashima, An Ogawa; produzione: Nekojarashi; origine: Giappone, 2023, durata: 84 minuti.  

 

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