Hokum. Voto:***. Un horror con al centro la figura di uno scrittore tra crisi esistenziale e blocco creativo, intrappolato in un albergo che risuona in parte con le immagini fantasmatiche e deliranti fuoriuscite dal rimosso della colpa serpeggiante tra le camere infestate dell’ Overlook Hotel kubrickiano di Shining.
Immaginate se Stephen King diventasse a tutti gli effetti un personaggio della sua più celebre e labirintica ghost story, Shining; racconto fantastico e spaventoso su che chi e in quale forma potrebbe sopravvivere dopo la morte, specie se avvenuta in maniera traumatica e mai sostanzialmente elaborata psichicamente ed emotivamente o sublimata a livello simbolico da una credenza religiosa. Una riflessione che era stata introiettata e proietta dalle geometriche ossessioni di Stanley Kubrick. Hokum, opera terza dello sceneggiatore e regista irlandese Damian McCarty, riprende alcuni elementi topici del romanzo di King – lo scrittore in preda ad uno stallo creativo, l’esilio in un albergo isolato per ritrovare concentrazione e ispirazione – ma li declina da una prospettiva più ibrida e velata.
Ohm Bauman (Adam Scott) non ha apparentemente i tratti sfatti e già apertamente sull’orlo dell’abisso di Jack Torrance, costretto ad abbandonare la carriera di professore universitario e aspirante romanziere dal vizio dell’alcol degenerato verso la violenza perfino domestica nei confronti del figlioletto (donato invece della visionaria e salvifica “luccicanza”). Al contrario, è l’autore di una saga di successo su un personaggio di avventuriero genericamente chiamato il “Conquistador”, che ambisce all’assoluto tragico e psicotico dell’herzogiano Aguirre, furore di Dio , ma viene diluito nella trilogia di una saga best seller. Un immaginario da deserto piuttosto patinato verso il quale Ohm non riesce ad avere il coraggio per trovare la chiusura radicale del terzo capitolo. Quel nodo strumentalmente narrativo da sciogliere è in realtà il blocco creativo provocato da un senso di colpa infantile, che verrà poi chiarito durante l’esegesi del racconto.
Dalla visualizzata panoramica aerea delle dune desertiche attraversate magniloquentemente ed epicamente dal suo (anti) eroe, Baumann passa in Hokum all’interno oscuro di un albergo sprofondato nella stregata foresta irlandese, anche se la scelta di tale luogo fu mai meno casuale. Si tratta infatti dello scenario della luna dei miele dei suoi genitori, laddove immagina, dal sorriso della madre in una foto, siano stati veramente felici. E dove vuole, con una tendenza forse più necrofilia sottotraccia che ritualmente celebrativa, spargere le loro ceneri. Specularmente al dissoluto Torrance, non è dunque costretto ad accettare nessun incarico né a portarsi dietro moglie e figlio in quel forzato isolamento tra i boschi. Il suo controllo, la freddezza e la diffidenza, l’insofferenza verso la notorietà del suo nome riconosciuto ne mettono in scacco il ruolo e, forse, anche la falsa coscienza di intellettuale che ha cercato con le parole di razionalizzare il fantastico, il mistero, l’ignoto. Di darne una spiegazione e rassicurare con una narrazione il corrispondente lettore, equivalente alla versione passivizzata di sé stesso, cresciuto tenendo a distanza con la razionalità l’ombra delle streghe, dei mostri e degli spettri.
Stavolta, però, in Hokum non ci sono filtri intorno, davanti e dietro la facciata del Bilberry Woods Hotel, dove si intersecano una trama tipicamente gialla, la scomparsa di una dipendente, e l’introduzione dell’elemento folkloristico e orrorifico, ovvero la minaccia di una vera strega intrappolata nella camera destinata alle lune di miele dell’albergo, dallo stesso proprietario del posto, il signor Cobb (eccentrico come richiede la parte in commedia).
A questo punto, McCarthy compie la scelta parzialmente riuscita di abbandonare il tentativo di scioglimento dell’intreccio per frammentarlo in un serie di segni e di segnali, di apparizioni e di dettagli scenografici che contribuiscono a trasmettere, specie nella parte centrale, quell’attesa costante per un voluttuoso spavento. E il binario sul quale fa scorrere questo effetto, con l’utilizzo degli jumpscares di circostanza annunciati dal campo lungo o dai riflessi dietro un paravento delle presenze inquietanti (in primis la sovrapposizione tra il fantasma della madre e quello strega) mette insieme due dei possibili oggetti speculativi dell’horror: la morte e la decomposizione reale, concreta, tangibile dei corpi- che restano soggetti al mondo delle leggi umane e non si trasformano in zombie animati- e il post mortem degli spiriti maledetti, guidati dalla strega, che dei corpi si impossessano per nutrirsi delle loro colpe parafrasate nel concetto sincretico tra paganesimo e cattolicesimo (dopotutto siamo in Irlanda) di anime maledette e di spiriti dannati.
L’aspetto maggiormente interessante di Hokum è che Ohm si trova in mezzo a quelle che potrebbero essere delle sue creature anche dal punto di vista letterario, e non solo da quello esplicitamente psicologico (non sarebbe corretto svelare la provenienza del trauma, quanto sottolinearne l’attivazione del dispositivo per giustificare lo statuto delle immagini che si manifestano sempre più vicino a quel nucleo doloroso).

Inquadrarlo inizialmente perso nella rappresentazione del suo libro, che prevede peraltro la possibilità di una scelta agghiacciante da parte del protagonista per il suo sviluppo, ne prospetta la condizione di uomo tormentato e destinato a rimanere incastrato nel meccanismo, figurativamente rappresentato dall’immagine di un carrello che sale e scende e collega lo spazio superiore delle camere ai sotterranei dell’hotel. Il passaggio occultato e occulto dal quale il male può risalire, la trasposizione della stanza 237 dell’Overlook Hotel, del rimosso dei delitti e delle pene.
Se in Jack Torrance questo assalto si trasforma in delirio esaltante di morte ( paradossalmente vitalistico ed istrionico nella super performance di Jack Nicholson), nel metodico Bauman quasi sempre sotto controllo (l’interpretazione piuttosto monocorde di Adam Scott ne coglie la chiave di lettura giusta) non viene mai smarrita la volontà della propria sopravvivenza, e i brutti ricordi d’infanzia restato intrappolati magari nello scorrimento intermettente e interferente di un vecchio programma per ragazzini alla TV nel quale si risponde in diretta a lettere inconfessabili ( ancora un espediente drammaturgico per evitare il corpo a corpo con la tragedia della fragranza della vita e la paura dell’evanescenza del dopo la vita).

Per quanto l’apparato scenico in Hokum sia esaustivamente minaccioso e intrigante, McCarthy non ha comunque l’ardore di trasfigurarlo completamente in un’altra backroom della psiche e della percezione, e si spende, verso la parte finale, a far convogliare ogni svincolo, corridoio o fessura di transizione nel portone centrale della narrazione e dei suoi quesiti strumentali e logici (in particolare riguardo alle cause dell’omicidio di Fiona, la barista scomparsa, chissà se volutamente tanto insignificanti da apparire quasi poco plausibili). Anche se il fuoco centrale parte e ritorna allo stesso punto, nel presunto alter ego di un inventore di favole capace di (far) fare la scelta giusta. Di non far partire il colpo sbagliato, questa volta.
E se Torrance/Nicholson rimaneva congelato ed eternizzato nello scatto fotografico di un’epoca oltrepassata solo come confine fantasmatico, il caustico ma oculato Ohm non si immola al fuoco sacro dell’arte e a quello infernale dell’inconscio. Meglio continuare a confrontarsi con i dubbi e i crogiuoli della scrittura che, come i demoni, a volte ritornano.
In sala dal 5 agosto 2026 – qui le sale che lo programmano.
Hokum – Regia e sceneggiatura: Damian McCarthy; fotografia: Colm Hogan; montaggio: Brian Philip Davis; musica: Joseph Bishara; interpreti: Adam Scott, Peter Coonan, David Wilmot, Florence Ordesh, Michael Patric, Will O’Connell, Brendan Conroy; produzione: Image Nation Studios, Team Thrives, Spooky Pictures, Tailored Films, Cweature Features; origine: Irlanda, 2026; durata: 107 minuti; distribuzione: Lucky Red.
