Festival di Locarno 2026 (5-15 agosto): Il cileno di Sergio Castro-San Martín (Piazza Grande)

Il cileno. Voto ***(*). Da una storia legata prima al putsch del Cile di Pinochet, quello da poco rievocato nel bel Hangar rosso, e poi all’Italia degli “anni di piombo”, il primo film di Sergio Castro-San Martín racconta l’immigrazione ma anche la forza dell’essere umano a incontrarsi in tempi di esplosivi contrasti .

Il cileno, primo lungometraggio di finzione del regista Sergio Castro-San Martín, prende spunto da fatti realmente accaduti ambientati prima nel Cile di Pinochet e poi nell’Italia del terrorismo legato ai cosiddetti “anni di piombo”.

Il protagonista è Aldo, minatore come pure militante esperto di esplosivi che nel mezzo delle proteste che coinvolgono a pieno il suo paese, il Cile, è costretto all’esilio. Lasciata la moglie e il figlio neonato alla volta dell’Italia, si arrangia a Torino svolgendo lavori saltuari in fabbrica, finché non incontra Luciana (Sara Serraiocco, grandissima interpretazione la sua), un medico legato a gruppi anarchici che gli offre la possibilità di ricongiungersi alla famiglia. In cambio, deve però tornare al suo vecchio mestiere: fabbricare bombe per i gruppi rivoluzionari italiani.

Due date aprono e chiudono Il cileno: 1976 e 1986. Tutte le vicende stanno nell’arco di questi dieci anni, anni esemplari di lotte e di contestazioni per la storia dei due paesi, ma anche dei due continenti. C’è un episodio su cui subito soffermarsi. Aldo si trova in fabbrica a Torino e viene dato l’allarme d’evacuazione. Nel recarsi al di fuori dell’edificio s’accorge che in sede c’è ordigno pronto a esplodere. Con un gesto nervoso, che nasconde quasi violenza ma anche stizza, disinnesca il congegno e ne evita la deflagrazione.

Qui probabilmente è possibile leggere una presa di coscienza del personaggio che intende mettersi alle spalle il recente passato fatto di conflitti e contrapposizioni sociali e politici. Quasi l’essere giunto in Italia è come se avesse il sapore non tanto della resa ma della quiete dopo la tempesta. Ma non è così. Aldo, in Italia, trova in forme diverse la stessa sostanza di rabbia, d’ira e di odio che costituiva le strutture collettive e pubbliche del suo paese. Infatti, gli viene subito teso un agguato intimidatorio dalle frange che avevano ordito l’attentato in fabbrica e da lì Aldo anche in Italia torna a essere parte attiva nel tessuto sociale della messa in discussione delle istituzioni dello Stato.

Esperto di ordigni esplosivi, il ragazzo collabora coi rivoluzionari fornendo loro bombe a orologeria. Emerge dunque un aspetto classico di queste storie che Il cileno in modo elficamente delicato mette in mostra. Quello per cui i protagonisti di questa stazione, le loro vite in particolare non distinguono più la vita privata da quella pubblica, non si riesce più a marcare dove finisce l’io e dove inizia il noi.

Questa nota è sì presente in Il cileno ma viene “calmierata” dalla relazione di profonda amicizia che Aldo e Luciana si trovano a intrecciare. Non sembra essere la solita storia d’amore impastata al terrorismo di cui sono pieni di solito questi tipi di vicende. È un incontro certamente sul campo, ma capace di aprirsi in modo naturale e puro alle loro rispettive sorti umane.

Il cileno
   Sara Serraiocco

Coinvolti e inzuppati nel loro spazio-tempo della contestazione tra clandestinità e vita reale di tutti i giorni, i due sembrano curarsi a vicenda per riservarsi una forma d’amicizia e aiuto reciproco profondamente necessario alla sopravvivenza. E sarà così anche dopo che ad Aldo capiterà di andare fino in fondo da solo, seguendo le folli strade dell’utopia anarchica, e dunque di scontare il massimo della pena: la morte. Sì, perché per lui Luciana sente di dover compiere un atto violento che la porterà in carcere.

Ecco allora perché il 1986. Quei dieci anni che passano dal 1976 sono quelli durante i quali Luciana sarà in cella a espiare la sua pena. L’uscita poi dal carcare, che non è proprio quella dalla fabbrica (eppure qualche assonanza sembra averci), per la ragazza significa trovare il modo per ricongiungersi ad Aldo, andando alla ricerca di quello che di lui è rimasto, nel suo cuore come nel reale mondo che si trova di fronte.

“Ricostruire un’epoca – afferma il regista – non significa soltanto definirne l’atmosfera, ma comprendere le figure che la incarnano. L’esiliato Aldo Marín ci conduce a una delle questioni sociali più urgenti: l’immigrazione, onnipresente nel film”.

Ha ragione sì Sergio Castro-San Martín a sostenere ciò riguardo al Il cileno. A noi è piaciuto più mettere in evidenza al lettore la forza dell’essere umano a incontrarsi, anche in tempi di forti contrasti che offrono gli ambienti alle vicende del suo film. Molto riuscito seguendo le suggestioni di questa prospettiva. Da vedere sicuramente e magari rivedere il documentario di Nanni Moretti Santiago, Italia.

In sala dal  27 agosto 2026.


Il cileno (The chilean); Regia: Sergio Castro-San Martín; Soggetto e sceneggiatura: Simona Nobile, Sergio Castro-San Martín liberamente ispirata dal libro “Aldo Marín: Carne de cañon” di Juan Cristóbal Guarello; fotografia: Simon Guy Fässler; montaggio: Valeria Hernández, Caterina Mona; scenografia: Marco Ascanio Viarigi; musica: Zeno Gabaglio; interpreti: Camilo Arancibia (Aldo), Sara Serraiocco (Luciana), Gaetano Bruno (Franco Russo), Andrew Bargsted (El Chapa), Lorenzo Richelmy (Enrico), Riccardo Lombardo (Giuseppe); produzione: Alessandro Amato, Luigi Chimienti, Pablo Calisto, Michela Pini per Dispàrte, Equeco, Cinédokké,; origine: Italia/ Cile/ Svizzera, 2026; durata: 99 minuti; distribuzione: Fandango.

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