La commedia romantica sembra essere il genere prediletto attraverso cui il cinema italiano contemporaneo, oltre a tentare di rinnovare dei dispositivi narrativi di derivazione classica per fare spettacolo e intrattenimento, propone, volente o nolente, uno sguardo non tanto sulla realtà, quanto sul modo in cui viene percepita dagli individui che la abitano. Anche i rapsodici personaggi de Il Dio dell’Amore di Francesco Lagi sono mossi e portati, come i tanti prima di loro che hanno dato vita a questa forma di racconto, dall’imperante declinazione del sentimento amoroso, facendone la loro bussola per orientarsi o, ancora di più, la sostanza con cui nutrire il loro processo di soggetivazione dentro un mondo geograficamente connotato e mappato. Lo scenario quanto mai mobile ed errante è infatti quello di una Roma, quasi astratta e sospesa, che transita dalla centralità dei luoghi più turistici, inclusa la moneta lanciata a fontana di Trevi, fino ai luoghi più quotidiani e vissuti dei quartieri dove abitano i protagonisti del vasto cast corale, intrecciato in una trama di rendez vous che trovano il loro drammaturgico e aristocratico archetipo ne Il girotondo di Arthur Schnitzler e nella sua più sublime trasposizione cinematografica (Il piacere e l’amore di Max Ophüls). Si tratta però di una suggestione che non deve corrispondere per forza né agli esiti né probabilmente alle intenzioni di Lagi, che con intelligenza si svincola da qualsiasi paragone, compreso quello con quei film di più immediato e popolare impatto come Love Actually – l’amore davvero (2003) di Richard Curtis nonché una vera e propria serie di opere a tema ( i vari Capodanni e San Valentino sovente festeggiati a New York in variante nazional-popolare di un immaginario cristallizzato dal cinema di Woody Allen).

L’amore, per prima cosa, ha un corpo e non solo una voce off, e si aggira tra di noi per dare una cornice poetica e filosofica ai piccoli fatti della gente comune: non si tratta, peraltro, di un signore qualsiasi, ma proprio di una reincarnazione o, più soavemente, di un’apparizione di Ovidio, che ha associato, poeticamente e filosoficamente appunto, le pulsioni e i desideri più profondi dell’umano sentire alla capacità di trasformarsi, di mutare, di acquisire i tratti dell’animalità antropomorfizzata, dimostrando come l’amore metta insieme istinto e ragione, o irragionevolezza, l’appagamento dei sensi e la pienezza dell’anima. L’Ovidio di Lagi, interpretato felicemente, anche nel senso di attitudine, da Francesco Colella, non porta però su di sé un cosi denso carico di riferimenti e di segni. Ha più la funzione di dare un tocco favolistico, stralunato, da gentile deus ex machina che comunque non risolve ma commenta e attraversa le storie che incontra e che sono collegate tra di loro da un filo come non mai rosso. La passerella di coppie varia per generazioni, status sociale, orientamento sessuale, anche se sono elementi che non influiscono molto sulle scelte sentimentali, in quanto a prevalere sui volti di ciascuno è quest’aria spaesata e sognate dell’innamorato e dell’innamorata.
In questa prospettiva la relazione più intersezionale è quella tra la psicoterapeuta omosessuale Ester e il suo paziente Jacopo, che fa l’autista di autobus, dove, oltre ai potenziali limiti già citati, si aggiunge quello della deontologia professionale della donna. L’aspetto più interessante della messa in scena curata da Lagi, rispetto alla sceneggiatura che presenta una costruzione inevitabilmente un po’ forzata nel far quadrare i pezzi del puzzle , sta allora nel far percepire che queste barriere dettate e introiettate da una consuetudine sociale e culturale possono essere superate, almeno nella fase dell’infatuazione e dell’innamoramento, dal modo in cui il soggetto del desiderio cambia la posizione dello sguardo desiderante

E questo gioco di sguardi trova la sua espressione maggiormente interessante e compiuta tra Ester e Jacopo e almeno tra altri due personaggi, Filippo, che insegna arte, e la sua allieva, Silvia: per loro, le soggettive libere indirette, che sono una cifra stilistica del film nel voler restituire l’interiorità emotiva come espansione totalizzante di un’atmosfera ambientale, amplificano le sensazioni, anche fisiche, di una possibilità più forte della plausibilità ( nonostante lo schema tra Filippo e Silvia sia in verità piuttosto comune). Anche il ménage à trois, altra figura immancabile, prova ad ancorarsi non solo ad un espediente narrativo o ad una abusata dinamica da fiction televisiva, ma si vorrebbe baciato da una grazia francese (rohmeriana? ): la questione della paternità del figlio di Ada, che ha provato per anni con un compagno (Filippo) e resta poi incinta di un suo ex (Pietro) è proprio il picco dell’ espressione del valore transitivo dell’amore, del suo spostarsi in una maniera che viene affidata al concentrarsi sulle espressioni facciali, sugli occhi, le bocche, i pianti e i sorrisi, un attimo prima dell’entrata in campo della parola che magari confonde, fraintende, crea il caos generativo e proliferante di chi si rivolge a chi e di chi piange sulla spalla di chi.
Piace pensare che il contatto tra questi uomini e queste donne avvenga più per questo qualità fluida della capacità di vedere con l’intelligenza del cuore, che per il meccanismo banalizzato ai gusti del pop di un kieslowkiano destino cieco. Buona parte del lavoro la fanno evidentemente gli attori, e la loro ottima direzione non è d’altronde scontata o ovvia. Alla stregua delle trame più riuscite, i più a fuoco e convincenti sono Vanessa Scalera, che fa Ester sovvertendo a un certo punto con autoironia il piglio arcigno della sua figura televisivamente standardizzata ( Imma Tataranni – Sostituto procuratore), Isabella Ragonese, lucida in un ammortizzato dolore come la Renate Reinsve de La persona peggiore del mondo di Joachim Trier (2021), Enrico Borello (Jacopo) nevrotico e tenero come richiedeva il ruolo, e Vinicio Marchioni, sempre pronto a dimostrare le fragilità e le contraddizioni del “maschio” progressista. Se un dubbio, anche piuttosto forte, c’è, è quello di una evanescente, innocua, rassicurante aria di futilità, di ritorno a un privato astorico e apolitico che risulta un rifugio o una fuga dal mondo la fuori, messo a ferro e fuoco, e nel quale non scappano alla dittatura della precarietà, della distruzione e della pazzia terrestre e non divina, nemmeno i liricizzati destini sentimentali.
Che pure, ci dice questo film, continuano ad essere più o meno l’unico racconto sul quale il nostro cinema ha voglia di investire dal punto di vista produttivo e immaginifico.
Film d’apertura del Festival di Bari 2026
In sala dal 26 marzo 2026
Il Dio dell’Amore – Regia: Francesco Lagi; sceneggiatura: Francesco Lagi, Enrico Audenino; fotografia: Edoardo Bolli; montaggio: Alberto Masi; musica: Stefano Bollani; interpreti: Anna Bellato, Enrico Borello, Benedetta Cimatti, Chiara Ferrara, Corrado Fortuna, Vinicio Marchioni, Isabella Ragonese, Vanessa Scalera, Francesco Colella, Leonardo Maddalena, Elia Nuzzolo; produzione: Cattleya, Bartleby Film; origine: Italia, 2026; durata: 117 minuti.; distribuzione: Vision Distribution.
