La persona peggiore del mondo di Joachim Trier

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È possibile affrontare in molti modi  La persona peggiore del mondo, quinto lungometraggio del notevole Joachim Trier (classe 1974), presentato al Festival di  Cannes dove è stato unanimemente elogiato dalla stampa internazionale e dove l’ottima protagonista Renate Reinsve ha ricevuto la Palma come migliore attrice. È possibile cominciare descrivendone la struttura – prologo, dodici capitoli in larga parte cronologici ma non solo, epilogo – forse un po’ capziosa e furba, anche se molto postmoderna e contemporanea nel mettere sullo stesso piano snodi drammaturgici decisivi accanto a episodi di minor spessore. È possibile studiarne l’appartenenza a un genere: 1) (tragi)-commedia romantica o se vogliamo melodramma, stringi stringi si tratta pur sempre di un triangolo amoroso;  2) racconto del tentativo fallimentare di un coming of age, fallimentare perché si fa fatica a vedere un’evoluzione coerente nel percorso biografico della protagonista; 3) film urbano, nella fattispecie Oslo, e che questo aspetto sia decisivo lo si capisce dal fatto che è l’autore stesso a definire questo film come il terzo capitolo di una trilogia dedicata alla capitale norvegese (che poi le trilogie siano anche pensate a sancire e rafforzare lo statuto autoriale di un regista, non lo scopriamo da oggi: pensiamo alla trilogia dell’incomunicabilità di Antonioni, alla trilogia del silenzio di Dio di Bergman, alla trilogia della glaciazione di Haneke, alla trilogia tricolore di Kieslowski etc etc); 4) film sull’arte, visto che non si fa altro che parlare di tanti e diversi media: letteratura, cinema, fotografia, fumetto etc.

Ma forse la domanda più interessante evocata dal film è la ragione di un titolo così schierato e così giudicante. Ci vuole un po’ più di un’ora per capirlo e, contrariamente a quel che nel frattempo si sarebbe potuto immaginare, il titolo non si riferisce alla protagonista Julie (la già citata Renate Reinsve, continuamente in scena), bensì a uno dei due deuteragonisti, ovvero Eivind (Herbert Nordrum), il semplice barista a cui Julie verso metà del film decide di legarsi, separandosi dal suo precedente compagno, il celebre fumettista di alto spessore intellettuale Aksel, interpretato da Anders Danielsen Lie. È Eivind stesso a definirsi così, quando, a sua volta, abbandona la propria compagna Sunniva (Maria Grazia Di Meo) per mettersi con Julie. Come mai quest’uomo dotato di una prorompente fisicità ma non particolarmente acuto e intelligente si autodefinisce “la persona peggiore del mondo”? Perché,  in conflitto col proprio super-io etico e sociale (al pari di tutti i personaggi di questo film), Eivind, pur fra mille esitazioni, tradisce Sunniva, perché Sunniva fa parte di una minoranza, perché Sunniva è una persona consapevole, eticamente impeccabile che ha reso anche Eivind migliore. Eppure, malgrado questo, lui decide di lasciarla e di mettersi appunto con Julie che non ha nulla di tutto ciò. Può darsi che la definizione valga anche per la protagonista? Può darsi. Sia perché anche lei compie scelte analoghe (tradimento etc.), sia perché Julie, arrivata all’età di trent’anni, deve ancora capire che cosa vuol fare da grande, con chi vuole stare, se vuole un figlio oppure no – e nelle more di queste scelte, sfruttando appieno il fascino derivante anche dalla sua bellezza, dalla sua fragilità e dalle sue ferite pregresse, lega a sé i due uomini finendo in qualche misura per manipolarli emotivamente. È molto abile Joachim Trier a giocare con i punti di vista, a provocare continui slittamenti dell’empatia nello spettatore che, davvero, non sa da che parte stare, con chi identificarsi, anche se la straziante deriva tragica che il film assume nelle sequenze finali provoca con certezza un drammatico spaesamento e spostamento.

Come un altro film nordico che per tanti aspetti gli assomiglia, ossia il controverso The Square (https://www.closeup-archivio.it/the-square, e https://www.closeup-archivio.it/the-square-perche-si),  La persona peggiore del mondo rappresenta un’acuta riflessione morale, oltreché sul rapporto fra arte e etica e sulla coazione alla correttezza, che è forse uno dei grandi temi della contemporaneità, visto che impatta al contempo sulla sfera privata e su quella pubblica. In tal senso la scena certamente più convincente è quella in cui Julie che si sta allenando in palestra e assiste casualmente a una intervista radiofonica che vede protagonista Aksel, all’epoca ormai suo ex-fidanzato, e le due intervistatrici post-femministe che lo fanno a pezzi per le sue presunte e pregresse scorrettezze.

Non ultimo, il film è notevole sul piano squisitamente cinematografico con un’alternanza di camera a mano (la sensazione è che nelle sequenze in interni gli attori e le attrici ricorrano anche a una abbondante dose di improvvisazione) e inquadrature molto rigorose e artificiali (fra tutte si ricorda una splendida plongée sul finire che inquadra un drammatico incontro fra Julie e Aksel) e leggeri, quasi impercettibili movimenti di macchina, oltreché una quantità significativa di primi piani dell’ottima Renate Reinsve, nobilitati da un uso mai banale della fotografia e del colore.

Fra meno di un mese a Berlino, Reinsve concorrerà al premio come miglior attrice per gli European Film Awards (https://close-up.info/5146-2/), vedendosela con Carey Mulligan (Promising Young Woman: https://close-up.info/una-donna-promettente-2/), Jasna Duricic (Quo vadis, Aida?: https://close-up.info/3714-2/), Agathe Rousselle (Titane: https://close-up.info/titane/) e Seidi Haarla, la protagonista del film finlandese Compartment No 6.

In sala dal 18 novembre


Cast and Credits

Verdens verste manneske; Regia: Joachim Trier; sceneggiatura: Eskil Vogt, Joachim Trier; fotografia: Kasper Tuxen; montaggio: Oliver Bugge Coutté; interpreti: Renate Reinsve (Julie), Anders Danielsen Lie (Aksel), Herbert Nordrum (Eivind); produzione: Oslo Pictures;  origine: 2021 Norvegia, Francia, Svezia, Danimarca; durata: 121′; distribuzione: Teodora Film.

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