Sotto le stelle di Parigi di Claus Drexel

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Spesso guardare la realtà non è facile, rischia di romperti gli occhi. Scorgerla invece attraverso l’obbiettivo di una mdp può essere un compromesso, una distanza di sicurezza per corpo e anima, vi è però un’altra possibilità, una terza via: utilizzare un caleidoscopio. Sotto le stelle di Parigi di Claus Drexel sceglie proprio questa strada, un caleidoscopio fisico e metaforico che si pone tra realtà e spettatore, e ciò che ne esce è un abbraccio fatato ad avvolgere l’esercito degli ultimi. Il prezzo da pagare ovviamente c’è, ed è quello della fiaba: la strozzatura del grido di orrore.

Christine (Chaterine Frot) è una vecchia fiammiferaia della notte parigina, vive sotto uno dei ponti vista Senna e sopravvive a stenti. La sua vita da clochard è scandita da lunghe attese nella deriva cittadina, letture notturne a lume di candela e il pane inzuppato nella mensa dei poveri. È una disperata, come tante, dal passato doloroso. D’un tratto però la sua routine subisce un ribaltamento: un bambino di colore «comparso dal nulla» (Mahamadou Yaffa) bussa alla porta recando con sé la foto della madre e un avis d’expulsion abbastanza chiaro sul destino a cui andrebbe incontro.

Fra i due, Suli e Oila (soprannome dato dal bambino a Christine), nasce un rapporto di gesti e mezze parole, una maternità reiterata nella quale Oila si fa prima curatrice delle necessità del piccolo e poi garante del loro cammino di ricerca: ritrovare due madri, una quella del bambino, l’altra lei medesima, madre e persona. Inizierà un viaggio tra Parigi e dintorni, tra distese di tende sotto i ponti e una società, quella francese, che sotto i ponti non vuole guardare. Lì, dopotutto, ci stanno i residui nostrani, i clochard francesi, e quelli di tutto il mondo, gli immigrati. La strada non sarà facile, avrà i suoi picchi e le sue cadute, fino al finale nel quale si chiederà un tributo di sangue, poche gocce, ma efficace perché laddove non giunge la voce all’Occidente deve bussare l’istinto, quello umano.

Claus Drexel firma con Sotto le stelle di Parigi  un film estremamente ordinato, senza strattoni, men che meno strappi, fedele a un soggetto – il rapporto di affetto tra una donna dimenticata dalla società e un bambino espulso dalla stessa – che mette in fila le maestranze. La fotografia è impostata, rispettosa dell’intera figura degli attori, e la scenografia presenta la messa in scena di una Parigi degli ultimi infiocchettata da tratti romantici propri della capitale: dai bassifondi all’asfalto delle strade l’atmosfera diviene ovattata (c’è pure spazio per una spruzzata di neve) e nei fondali non manca di fare la sua comparsata un monumento che facilmente troveremmo nel rullino di qualsiasi turista (Notre-Dame de Paris, Montmatre).

Non si salvano nemmeno i costumi che ricalcano una gamma di colori (poco) polverosa quanto bizzarra (con citazione al seguito, vedi il cappotto rosso di Suli) mentre le interpretazioni dei personaggi risultano avvolte in un dolce umorismo aiutato da un linguaggio che si fa ridotto e lascia spazio al gesto. Ciò che trova lo spettatore nella visione è quindi una sensazione di conforto, d’intangibilità dalla storia raccontata, ma non deve sorprenderci: non siamo solo in Francia, bensì ci troviamo in una fiaba.

La scelta del regista di adottare una modalità fiabesca per narrare un tema fondamentale della realtà contemporanea non è infatti nuova, però sempre rischiosa come una lama a doppio taglio per l’oggetto trattato, l’immigrazione. Gli elementi della fiaba ci sono tutti: il bambino disperso, la vecchia aiutante (parlante con gli uccellini), il percorso a ostacoli, i mezzi cattivi e i mezzi buoni, l’ambientazione fatata, tuttavia la fiaba non viene sola e porta con sé tutto quel carico di stilizzato e semplificato che rischia di annullare il contenuto del messaggio. Perciò se da una parte permette di trattare un mondo disperato, quello degli ultimi, con un tocco tenero e goffo, come la sua protagonista, dall’altra subisce l’immancabile conseguenza di quando si va in duello con una lama smussata: il ricordo delle stoccate dura il tempo del tocco, poi si dimenticano. E così sullo spettatore.

Sotto le stelle di Parigi è un film ben fatto, godibile, che conosce la grammatica del cuore, forse troppo, e avendo così il pregio e il limite di peccare di retorica. Diviene infatti prevedibile e si avvicina pericolosamente a certi film natalizi mansueti nei quali la presa di coscienza risulta affievolita da un’atmosfera che tanto condanna e tanto perdona. Rimangono certo dei bei spunti, l’azzardo fiabesco e il pescaggio biografico nel passato di Christine (bella la sua riappropriazione finale della capitale, e non solo di quella), nonché l’utilizzo di una lente, quella caleidoscopica, attraverso la quale il bambino scruta un mondo (realmente) frantumato, lo scopre e con esso riesce persino a giocare. Lui, perlomeno, ha l’attenuante dell’età.

In sala dal 25 novembre


Sotto le stelle di Parigi – Regia: Claus Drexel; sceneggiatura: Claus Drexel, Olivier Brunhes; fotografia: Philippe Guilbert; montaggio: Anne Souriau; scenografia: Pierre-François Limbosch; musica: Valentin Hadjadj; interpreti: Catherine Frot, Dominique Frot, Mahamadou Yaffa; produzione: Arches Films, Maneki Films; origine: Francia, 2020; durata: 90’; distributori: Diaphana Distribution, Athena Films, Officine UBU.

 

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