Jazz noir di Rolf van Eijk

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Chiudete gli occhi ed immaginatevi al timone di un lungometraggio sul grande Chet Baker. Come aprireste le danze? Il regista olandese Rolf van Eijk deve essersi posto la stessa domanda, e aver ricevuto come unica risposta le strane e inquietanti visioni che ora animano le vostre fantasie: un palcoscenico vuoto. Una sala buia. Una sedia al centro, in attesa di un ospite che non arriverà mai. La luce sporca e caliginosa di un riflettore illumina l’oscurità, raggelando gli spettatori. Un’unica nota si espande da dietro le quinte, quasi giungesse da un’altra dimensione. Una voce maschile s’innesta sul tragico assolo, ripercorrendone i rauchi accenti e gracchiando una bizzarra parabola sul blues. Signore e signori, inizia lo spettacolo.

È tutto suono, dunque, l’universo di  My Foolish Heart  (in italiano diventato Jazz noir), sorta di omaggio postumo agli ultimi giorni del grande trombettista statunitense. Ad immortalare l’ormai sfregiata esistenza del musicista è la rockstar irlandese Steve Wall, qui nei panni un po’ stucchevoli di un passeggiatore solitario e parzialmente incompreso, di un ostinato romantico da tempo anestetizzatosi alla vita, di un fantasma visibile soltanto attraverso lo stridore del proprio strumento. La cinepresa si limita a seguire i passi dell’artista rifugiatosi in un consolante anonimato, a registrare l’estraneo e sgradevole vernacolare dell’Americano disperso in un’Europa ostile, ad evocare il pungente gemito che questa routine ai margini, fatta di droga e solitudine, ancora oggi emana.

Il film, difatti, si articola come una nervosa ballad intonata fra i vicoli scoscesi di Amsterdam, città del peccato ma anche patria di un’eterna redenzione: My Foolish Heart  è infatti un inno alle atmosfere algide ed esangui del cosiddetto cool jazz, il jazz commestibile delle generazioni a venire, il jazz di Miles Davis, di Stan Getz, di Dave Brubeck, il jazz addomesticato e adeguatamente reintegrato in società, insomma il jazz dopo il jazz. Così si dice. Sbagliando. In realtà, ad animare i docili e mansueti virtuosismi di queste melodie in apparenza eteree è la stessa sofferta miseria che si celava dietro alla paranoica schizofrenia del bebop – termine coniato, fra gli altri, da Dizzy Gillespie in risposta ai severi arrangiamenti proposti delle Big Band bianche.

Il cool jazz propostoci da Rolf van Eijk, dunque, non è affatto gelido, così come non lo è il suo animalesco Chet Baker, deceduto nell’invernale maggio del 1988 di fronte all’ingresso del fatiscente (e, ironia della sorte, ormai leggendario) Prins Hendrik Hotel. Torniamo, per l’appunto, a quella confusa nottata e mettiamoci nei panni di un qualunque avventore casualmente ritrovatosi di fronte all’improbabile scena del crimine. Mettiamo che si tratti di un detective. Mettiamo che il detective sia un certo Lucas (Gijs Naber), un enigmatico girovago dal passato non certo limpido. Mettiamo che il luogo del delitto conservi le tracce di un segreto rimasto tutt’ora irrisolto: un uomo giace sul selciato, inerme. Fra le mani stringe una chiave. All’ultimo piano dell’albergo, un’ombra s’affaccia dalla finestra aperta, svelando parte della stanza ancora rischiarata da un fosco bagliore.

Vi chiederete quale assurdo legame possa mai instaurarsi fra questa banalissima costellazione da thriller e la lirica intimista di Chet Baker. Ci arriviamo. Una prima risposta è incarnata dal nostro misterioso investigatore, protagonista di un melodramma personale in fondo perfettamente sovrapponibile a quello del celebre cantante. Il corso delle indagini, guarda caso, finirà per articolarsi come una ballata romantica dai risvolti neri: sospeso in un limbo fra cronaca e finzione, Lucas si ritroverà alle prese con una tetra partita di Cluedo, durante la quale egli svelerà tre carte che si riveleranno fondamentali per la risoluzione del rompicapo. Così s’affacciano, nell’ordine, il manager discografico, il medico tossicodipendente, l’affittuario geloso e, dulcis in fundo, l’amante tradita e abbandonata. L’obiettivo estrae dal cilindro magico un gioco da tavolo noir sul cui libretto delle istruzioni vigono regole piuttosto eccentriche – proprio come accade nelle struggenti performance offerte al pubblico dall’infelice trombettista.

Di fronte alla stravagante fantasmagoria, ci domandiamo che fine abbia fatto il blues con tutti i suoi affascinanti stereotipi da copertina. La follia messa in scena da van Eijk non potrebbe mai appartenere alla selvaggia New Orleans di Louis Armstrong o al ragtime gioioso e sincopato di Scott Joplin, ma s’inscrive all’interno di una cornice più moderna, più vicina ad un presente storico in cui violenza e dolore, per essere ascoltate, devono trovare una mediazione socialmente accettabile. Lungi dall’affidarsi alla logica ferrea del documento biografico, il lungometraggio naviga libero per vie traverse, utilizzando la scusa del jazz per parafrasare l’angoscia umana e disattendendo malignamente le nostre ingenue aspettative. Il coup de théâtre finale ci lascia insoddisfatti, e rimaniamo in sala nella vana attesa che compaia sotto i riflettori l’illustre star di My Foolish Heart. Che non arriverà mai.

In sala il 22-23-24 novembre


Cast & Credits

Jazz noir (My Foolish Heart) Regia: Rolf van Eijk; sceneggiatura: Rolf van Eijk, Roelof Jan Minneboo; fotografia: Martijn van Broekhuizen; montaggio: Xander Nijsten; interpreti: Steve Wall (Chet Baker), Gijs Naber (Lucas), Lynsey Beauchamp (Sarah), Arjan Ederveen (Doctor Feelgood), Raymond Thiry (Simon); produzione: Pupkin Film; origine: Olanda 2018; durata: 83’; distribuzione: I Wonder.

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