Il Muto di Gallura di Matteo Fresi

A volte il destino non è scritto ma parlato – tuttavia da parole non tue, perché sei muto – e diavolo di turno ti ritrovi perché agli altri fa comodo così. Provi a imparare un linguaggio alternativo, non quello dei segni ma dei proiettili, e allora peggio che invischiato ne risulti: è guerra e ne diventi pure il capro espiatorio.

Il Muto di Gallura, per la regia di Matteo Fresi, è uno spaghetti sardo che ragiona in sottrazione e lascia che siano le pallottole, e solo successivamente parole fotografia scenografia, ad avere il centro della scena. In parte la scelta è interessante, in parte all’arte si preferisce la credibilità storica e la trama può risentirne in fatto di ritmo.

Aggius, 1849. Pietro Vasa (Marco Bullitta) sta per sposarsi con la figlia più giovane della famiglia Mamia. Il matrimonio manca soltanto delle formalità quando Pietro litiga con Antonio Mamia (Giovanni Carroni). Non sono cose da dimenticarsi, queste, e da promessi sposi a promessi nemici è un attimo. Inizia una faida a suon di doppiette, una testa ne vale un’altra, il corpo di un bambino chiama quello di una donna uccisa davanti alla porta di casa. Lo Stato, quello monarchico, e i dragoni cercano di mettere una pezza, tuttavia «il re a Gallura non si è mai visto», e allora poco può.

Dove non può Cesare può però Dio, e così il prete riesce a far fare pace una volta stabilito il prezzo della stessa. Si ritorna agli abbracci, quelli che sanciscono una «tregua sottile come una bava di ragno», ma chi è diventato Diavolo ormai Diavolo rimane. È lui, Sebastiano Tantu (Andrea Arcangeli), sordomuto dalla nascita e cecchino solitario, per cuginanza e vendetta dalla parte dei Mamia. Lui non sbaglia un colpo, tutti alla fronte, uno dopo l’altro. Perché la guerra possa dirsi finita bisogna che i conti siano regolati anche con lui, ma eliminare un randagio non è facile. Soprattutto finché non ha nulla da perdere…e quando invece ce lo ha?

Matteo Fresi, alla sua prima prova registica, firma un film che si affida a una terra e a ciò che riecheggia da essa una volta percossa. Maggiore è la calata nell’entroterra sardo, con i suoi paesaggi dialetti leggende («è muto perché ha visto la Reula»), maggiore è la solennità che la pellicola guadagna benché, a conti fatti, sia una solennità mai esplosa e sopita con la forza: «la prossima volta che piangerai sarà alla mia morte, non prima» dice il padre alla figlia appena lasciata all’altare, e la figlia, all’ennesima vittima della faida, non può che rinfacciargli: «Posso piangere ora?». Si accenna, non si raggiunge però alcuna profondità shakespeariana, gli si è invece tangenti perché alla serietà dei dialoghi – il sardo funziona come il napoletano per Gomorra, evitando però i medesimi picchi patetici – si alterna il ritmo forsennato dei proiettili, senza lasciare tregua, e l’attenzione per la data, quelle che riportano la Storia in primo piano.

È in effetti un lavoro in sottrazione quello a cui si assiste. Non vi è alcuna ironia esaltata tarantiniana, nessuna cartuccia o parola viene sprecata (anzi), e non vi è rischio alcuno di cadere nell’enfasi del gesto. Se i dialoghi seguono il passo, ricercando la schiettezza della sentenza popolare, la mdp si avventura invece in movimenti più avventati che ricercano l’iconicità e si fanno citazione; non sono molti, quando ci sono saltano all’occhio ridestando magari lo spettatore, tuttavia mancando di un intento dichiarato che possa ricondurre l’incoerenza dei singoli a una coerenza registica generale fissata. Detto ciò, si può allora dire che l’Arte fa un passo indietro, la trama non va di rincalzo ma preferisce i singulti e la scansione nonché la credibilità storica ha la meglio.

Il Muto di Gallura è un caso interessante. Forse, destinato a un futuro da cult movie. Evita l’errore di porsi a confronto diretto con il presente estero e il passato westerniano, si accontenta della citazione per poi virare verso la secchezza dei fatti. Se ne sia poi il limite o il potenziale dipende dallo spettatore che si trova in sala. Rimane certo la bravura degli attori, la Sardegna che si scopre oltre il semplice dato geografico e il rimando a un tempo antico che in teatro già si è ripresentato con MacBettu di Alessandro Serra e qui invece viene portato da Matteo Fresi – ed entrambi condividono il Lady MacBettu Fulvio Accogli. È il richiamo a una terra e una legge antica, quella che vive di onore macchiato, parole alla base di regole non scritte bensì sussurrate

Se è vero che potete dare la vita ai morti, è vero che potete dare la morte ai vivi

Dal 31 marzo al cinema


Il Muto di Galluraregia: Matteo Fresi; sceneggiatura: Matteo Fresi, Carlo Orlando; fotografia: Gherardo Gossi; montaggio: Valeria Sapienza; scenografia: Alessandro Vannucci; costumi: Monica Simeone; interpreti: Andrea Arcangeli, Marco Bullitta, Giovanni Carroni, Syama Rayner, Aldo Ottobrino, Fulvio Accogli, Nicola Pannelli, Andrea Carroni, Fiorenzo Mattu, Felice Montevino; produzione: Fandango, RAI Cinema; origine: Italia, 2021; durata: 103’; distribuzione: Fandango.

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