Il processo ai Chicago 7

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Fra molti alti e qualche basso Aaron Sorkin è sulla cresta dell’onda a Hollywood, a Broadway e in TV da una trentina d’anni nei quali ha alternato la stesura di alcune sceneggiature, plays e serie televisive che hanno ricevuto numerosi riconoscimenti (Oscar, Golden Globes, Emmys): da The Social Network Westwing , da Moneyball Sports Game oppure Steve Jobs . Il primo film nel quale figura come sceneggiatore ovvero A Few Good Men , in italiano Codice d’onore (con Tom Cruise, Demi Moore e uno strepitoso Jack Nicholson) altro non è che la trasposizione cinematografica di un suo play di quattro anni prima. Nella Hollywood classica chi partiva sceneggiatore di solito restava tale, nel cinema di oggi succede invece, magari non spessissimo, che lo sceneggiatore si trasformi in regista magari passando attraverso quella specie di via di mezzo che sono le serie televisive dove, a furia di essere creatorwriter e producer, il passo verso la regia diviene decisamente piuttosto breve. È quanto accaduto a Sorkin che nel 2017 (alla non giovanissima età di 56 anni) esordisce alla regia con Molly’s Game , l’apprezzabile, intricata e forse troppo lunga vicenda della ex-sciatrice omonima poi divenuta imprenditrice del gioco d’azzardo interpretata da Jessica Chastain. Tre anni dopo Sorkin torna alla regia con il notevole court movie The Trial of the Chicago 7 , uscito qualche tempo fa su Netflix e adesso candidato ai Golden Globe in ben cinque categorie (le tre più importanti: film, regia, sceneggiatura, più canzone originale, quella dei titoli di coda di Daniel Pemberton e Celeste e miglior attore non protagonista a Sacha Baron Cohen, davvero eccellente come non mai).

Con tutta evidenza a Sorkin i processi piacciono parecchio: si pensi a Codice d’onore ma anche a Molly’s Game. Qui almeno una buona metà del film si svolge nell’aula di tribunale. E con altrettanta evidenza va anche aggiunto che, come non di rado accade ai directors tardivi che provengono dalla sceneggiatura, anche qui la regia tende ad essere particolarmente vistosa, qua e là eccessiva, quasi che appunto il non più giovanissimo regista volesse dimostrare ai colleghi di avere tutte le carte in regola per il salto di specie. Era quanto accadeva già in Molly’s Game dove Sorkin a parte il continuo slittamento fra almeno tre sfere temporali si assisteva a tutte le più svariate tecniche cinematografiche, un esibizionismo qua e là un po’ stucchevole. Già molto meglio nel Processo ai Chicago 7, anche se il ricorso al footage (fatte salve le scene iniziali) non aggiunge niente alla narrazione, vista anche la qualità delle immagini molto molto sgranate, e malgrado il ricorso alla visualizzazione delle anamnesi rischi ogni tanto di divenire didascalico. Detto ciò, Il processo ai Chicago 7 è un gran bel film, un ottimo film di denuncia che rievoca un episodio (un processo) che forse era uscito dalla memoria collettiva e che per merito di Sorkin vi è brillantemente tornato. L’uscita dalla memoria collettiva è certamente dovuta al fatto che la vicenda trova la sua origine nell’anno 1968 (il 28 agosto), nel quale, si sa, di cose importanti ne sono successe abbastanza, segnatamente in America, basterà ricordare l’omicidio di Martin Luther King in aprile e quello di Bob Kennedy, candidato democratico alla presidenza in giugno. È proprio per trovare il suo sostituto che a Chicago si tiene la convention che decreterà la nomination di Hubert Humphrey per il Partito Democratico, vista l’indisponibilità di Lyndon Johnson. E a Chicago convergono numerosi giovani, pacifisti, studenti, esponenti in senso lato di una attitudine controculturale o si direbbe oggi antagonista, per protestare pacificamente contro il Partito Democratico colpevole di mandare ormai da anni una spaventosa quantità di giovani a combattere l’assurda guerra del Vietnam. La polizia di Chicago si piazza in assetto di guerra e provoca a suon di lacrimogeni e manganelli rivolte di piazza. Pochi mesi dopo Nixon ha seppur di pochissimo battuto Humphrey e secondo il noto principio dello spoils system cambia il procuratore generale, che, anche per differenziarsi dal predecessore Ramsey Clark a suo dire troppo connivente con la controcultura (nel film Clark è, in uno splendido cameo, interpretato da Michael Keaton) decide che le figure di spicco di Chicago (dirigenti del movimento studentesco, hippies, normalissimi pacifisti) debbano essere incriminati per istigazione alla violenza e cospirazione. Con tutta evidenza: un processo farsa, un giudice tutt’altro che imparziale e forse corrotto, una serie di condanne annunciate, fortunatamente annullate in sede di appello. Il film di Sorkin è molto avvincente ed è anche molto divertente anche in grazia di una notevole quantità di attori eccellenti come Frank Langella nel ruolo del giudice, oppure Mark Rylance in quello dell’avvocato difensore Kunstler e dei sette imputati (fino a un certo punto otto, un dirigente delle Pantere Nere, Bobby Seale riesce con clamorosa tenacia a far sì che il proprio processo venga dichiarato nullo), fra i quali emerge oltre a al già ricordato strepitoso Sacha Baron Cohen nel ruolo del brillantissimo Abbie Hoffmann anche Eddie Redmayne che interpreta il dirigente del movimento studentesco Tom Hayden successivamente diventato senatore della California. La ricostruzione storica è fatta davvero molto bene. Una decina di minuti in meno non avrebbe guastato, ma anche in questo Sorkin è molto migliorato, ben 11 minuti in meno rispetto a Molly’s Game.

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