Io sono l’abisso di Donato Carrisi

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Premessa, dal backstage di una recensione: Donato Carrisi, il romanziere regista alla terza opera cinematografica con questo Io sono l’abisso (anch’esso tratto da un suo romanzo come i precedenti La ragazza nella nebbia e L’uomo del labirinto) ha fatto una curiosa richiesta tramite una lettera consegnata ai giornalisti e ai critici all’anteprima stampa del film, ovvero quella di non divulgare all’interno degli articoli i nomi degli attori che interpretano i personaggi principali, in modo da creare una spersonalizzazione tra interprete e ruolo nella percezione dello spettatore e, di conseguenza, un effetto di maggiore verosimiglianza e credibilità di fronte alla visione degli avvenimenti raccontati, fino ai rivelatori titoli di coda.

Ora, il paradosso sta proprio nel fatto che la storia, un thriller con venature horror e qualche pennellata di mélo com’è nello stile di Carrisi scrittore e cineasta, è talmente carica di piani narrativi e temporali , di soluzioni drammaturgiche, di argomenti di carattere filosofico , culturale e sociologico (l’infanzia violata e corrotta, il disagio giovanile, il Male come elemento ontologico dell’individuo) da non poter essere certo analizzata secondo le categorie della verosimiglianza e della credibilità.

Tutto è eccessivo, sottolineato, ridondante a cominciare dal serial killer calvo che di giorno fa l’uomo delle pulizie e conserva la spazzatura che raccoglie (nella quale ritrova le verità più inconfessabili delle persone) e di notte indossa parrucchino e baffi finiti per adescare donne mature, malinconiche e possibilmente bionde in un night club di provincia, facendone a pezzi i cadaveri e disperdendoli nel lago (la vicenda è ambientata tra Como e dintorni). C’è poi una madre, tormentata da un dolore che le ha devastato la vita e da un dubbio terrificante, che decide di investigare a partire dal braccio mutilato dell’ennesima signora nessuno scomparsa nel nulla; e c’è una ragazzina dal ciuffo viola, irrequieta e autodistruttiva figlia dell’alta borghesia comasca, che entrerà in scena innocente e perversa,  non come impossibile salvezza ma come agognata redenzione per quel killer con un passato di torture e sadismo subiti da ragazzino nell’antro oscuro di una psiche genitoriale esplosa.

Un materiale tanto denso ed esplosivo solo a raccontarlo , con tutti che hanno qualcosa da espiare, elaborare, attraversare, avrebbe forse avuto il bisogno di una forma di distanziamento e lucidità; la capacità di entrare e uscire dalle prescritte soggettività di ogni personaggio facendone capire, con più sottigliezza, i contorti meccanismi psicologi e gli acuti sbandamenti emozionali. In quel caso avrebbe avuto un senso la richiesta di Carrisi, nel processo di accompagnamento e svelamento delle identità dentro e poi fuori lo schermo. E non a caso abbiamo parlato di effetto di verosimiglianza e credibilità perché Io sono abisso, fin dal titolo declamatorio (“benvenuto nell’abisso”, il finale con cui il regista chiude la sua lettera, sarebbe stato più evocativo…) , è completamente effettistico in ogni suo aspetto a partire , ovviamente, da quello formale, il più significativo e rilevante : l’incipit, composto da inquadrature sghembe, riflessi di luce e dettagli fisici e paesaggistici, mostra un bambino che rischia di affogare in una piscina sotto gli occhi , anzi gli occhiali, della propria madre non solo indifferente, ma proprio avida e fremente nel poter fa fare ciò che vuole al corpicino inerme del figlio terrorizzato.

Il mood sembra quello estetizzante, compiaciuto, fintamente radicale e molto astuto del cinema dei fratelli D’Innocenzo (c’è un affinità con questi ultimi nella scelta del non rivelabile cast), e la sensazione che ne deriva è la stessa, seppur con meno presunzione autoriale; non c’è niente di abissale, profondo o viscerale, perché a prevalere è la superficie di un simbolismo un po’ affettato (l’acqua oscura e stagnante che inghiotte e trasforma le vittime in carnefici) e l’impatto di situazioni al limite, che lasciano peraltro poco spazio all’immaginazione dello spettatore attraverso l’uso improprio di voci off  non ossessive, ma solo esplicative. Non c’è la possibilità di un’immersione sensoriale, perché sono gli stessi personaggi a dare l’idea di non aver fatto esperienza con i sensi di quello che vivono e hanno vissuto : ogni parola e ogni gesto sono frutto di un artefatto costrutto mentale dove si vede la mano pesante del prosatore piuttosto autoreferenziale rispetto al suo mondo di codici e rituali.

Probabilmente gioca la sua carta migliore nel piglio robusto e martellante del racconto che fa entrare a forza, sotto l’ inefficace tensione di una luce bluastra ed elettrica di notti ed albe, il sublime e l’efferato, la tenerezza e la crudeltà. Qualcuno ricorderà Almost blue, il bel thriller d’esordio di Alex Infascelli (era il 2000): anche in quel caso c’era un serial killer calvo con un diverso target di vittime (studenti universitari fuori sede)  ma con una equivalente necessità famelica e compulsiva di uccidere.

L’audacia e l’originalità consistevano però nel cercare una rappresentazione visivo/sonora degli omicidi compiuti dal memorabile psicopatico autistico e mimetico interpretato da Ronaldo Ravello (nessun problema di credibilità o verosimiglianza a conoscere prima il nome degli attori…), grazie all’escamotage narrativo dell’unico testimone oculare, ovvero un ragazzo non vedente. Il rapporto tra campo e fuori campo, tra ciò che possiamo o non possiamo vedere, questione fondante per la percezione dell’orrore, era dunque definito nella zona intermedia tra la sfocatura e la messa a fuoco; l’assoluto deformato da un sentimento di rabbia o desiderio contro la prospettiva realistica dell’osservazione analitica. Se in particolare nel suo esordio, La ragazza nella nebbia, Carrisi aveva saputo mantenere tale duplice matrice in un’efficace compenetrazione, pur con alcune inevitabili cadute romanzesche, e rivelare un’ ispirazione suggestiva e fecondamente ambigua di depistaggi, senza compromettere troppo la logica del whodunit (Chi è stato?), adesso si lascia prendere la mano da un estremismo di facciata divenuto già maniera. E, rasentando talvolta il ridicolo involontario nei dialoghi grevemente letterari,  smarrisce il nucleo di una paura che vorrebbe farsi presuntuosamente altro (un conradiano orrore da Cuore di tenebra?), ma finisce annullato dalla pedanteria di un occhio che (si) uccide.

In sala dal 27 ottobre


Io sono l’abisso – Regia e sceneggiatura: Donato Carrisi, dal suo omonimo romanzo; Fotografia: Claudio Cofrancesco; Musica: Vito Lo Re; Produzione: Carlo Degli Esposti e Nicola Serra; Durata: 126′ minuti; Origine: Italia, 2022; Distribuzione: Vision Distribution.

1 thought on “Io sono l’abisso di Donato Carrisi

  1. Di Io sono l’abisso ho letto il libro. Ricordo che l’autore scrive che ha tratto tutto da storie accadute.
    Con questo presupposto non c’è un animus agendi dell’autore così come stroncato nella recensione. Piuttosto la capacità non mediocre di restituire un narrato che segue le regole della suspense e della crudeltà.
    Che può non piacere.

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