Kim Novak’s Vertigo – La donna che visse due volte (2025). Voto ***. Un ritratto in prima persona della grande star hollywoodiana, mitica interprete di uno dei grandi capolavori diretti da Alfred Hitchcock che, attraverso le complesse implicazioni rappresentative e performative del personaggio di Madeleine e Judy, racconta il suo processo di emancipazione da figura femminile plasmata dal male gaze di registi e produttori a donna libera che si è riappropriata di uno sguardo e di una prospettiva su sé stessa.
L’immagine di una spirale luminosa, che assomiglia a un sole allungato, incornicia il volto dal sorriso ineffabile di una donna meravigliosa, così accessibile nella morbidezza delle fattezze, eppure così sfuggente nella distanza sublimata di una laica Madonna da venerare come simulacro di una visione perturbante . Ma non si tratta di un riflesso, di una proiezione o di un ricordo anonimo. Quel volto appartiene a Kim Novak e Alexandre O. Philippe, il regista del documentario dall’eloquente titolo a lei dedicato, Kim Novak’s Vertigo – La donna che visse due volte, cerca di smontare l’idealizzazione totemica intorno alla quale è stata plasmata la figura dell’attrice americana di origine polacca e di restituire una dimensione più intima, quotidiana, concreta alla storia di una ragazza che forse non ha mai avuto il sacro fuoco del suo stesso culto. La chiave di lettura è, ovviamente, uno dei più grandi capolavori di Alfred Hitchcock, del cui punto di vista Novak, che ne fu la memorabile interprete principale, si riappropria prospetticamente, in quanto protagonista in prima persona e voice over autobiografica.
La riflessione sul modo in cui lo sguardo cinematografico maschile ha creato e standardizzato la percezione del soggetto femminile nell’immaginario collettivo – quello che la studiosa americana Laura Mulvey ha specificamente identificato come male gaze e che è stato al centro delle riletture e dalle ricollocazioni elaborate dai gender studies sul cinema – passa dunque attraverso il punto di vista di una di coloro che sono state toccate e segnate proprio da quello sguardo. Ma Novak pone una netta e sostanziale differenza tra i diversi livelli nei quali questa forma di potere è stata applicata e rivolta nei suoi confronti. Al contrario di altre attrici che hanno girato con Hitchcock, ad esempio, non sottolinea l’atteggiamento pressante, morboso e iper controllante del cineasta inglese nei confronti di ogni dettaglio che doveva costituire l’apparizione sullo schermo delle sue protagoniste; un’ossessione quasi feticistica che, per interposto soggetto, trasferiva ai personaggi maschili, spesso suoi duplici alter ego, nel senso di vittime e di carnefici, di testimoni manipolati e di agenti manipolatori di scenari, corpi, conformazioni del reato e del desiderio.

Una dilaniante contraddizione, che cerca l’impossibile sintesi dell’utopia tra essere e apparire e trova il loop tragico del corto circuito, vissuta fino agli abissi della propria ombra psichica dallo Scottie/James Stewart di Vertigo. Liberandosi dal ruolo di (doppia) vittima rappresentato dall’illusione di Madeleine e poi incarnato dalla presenza di Judy, Novak rielabora creativamente quello sdoppiamento e ne fa una delle ragioni attivatrici del suo essersi dedicata alla pittura. Un linguaggio che ha scelto per continuare a raccontarsi nel momento in cui ha precocemente scelto di abbandonare il cinema, con l’omissione comprensibile di chi non vuole ammettere sia stato un atto costretto dalla forzatura di una carriera in declino (all’interno di una quanto mai stigmatizzante industria hollywoodiana di fine anni ’60, che proprio non faceva passare alle donne, soprattutto identificate come molto belle, il passaggio a un’età matura della loro rappresentatività).
E nei quadri che ha realizzato e che appaiono in Kim Novak’s Vertigo, la protagonista ritrae anche sé stessa, in periodi differenti e successivi all’incanto sorgivo della giovinezza, come una faccia distinguibile tra le spirali di un segno grafico circolare, dentro la riproduzione di un paesaggio aereo e marino, spesso ispirato dalla vista della sua villa a Eagle Point affacciata sul mare. La risonanza dichiarata è con il concetto di vertigine hitchcockiana, un movimento che attira e che allontana, che conquista in un abbandono e che terrorizza nell’ipotesi di uno smarrimento (di sé).
Ed è proprio questa la dicotomia che Kim Novak ha introiettato della sua performance del dittico Madeleine/Judy, ovvero la follia della prima convinta di essere la reincarnazione di un quadro del Settecento e il tentativo della seconda di svincolarsi, attraverso un’esecutiva e millimetrica applicazione di indicazioni altrui, dalla responsabilità di guardare a se stessa e di restituite una copia non conforme a certi parametri e richieste. Per questo mentre Hitchcock le ha permesso in qualche maniera di elaborare nel corso del tempo la consapevolezza di una condizione di sfruttamento, il rapporto con il tycoon della Columbia Pictures Harry Cohn non ha avuto altro che l’effetto di un abuso psicologico, completamente incentrato sull’unicità iconica dell’immagine (e non sul suo fecondo sdoppiamento). “Grassa polacca”, è l’espressione con la quale Novak ricorda di essere stata apostrofata da Cohn quando avveniva la lettura talvolta impietosa delle recensioni dei film. Nel mentre della rievocazione questa amara memoria, Philippe in Kim Novak’s Vertigo fa scorrere frammenti di alcuni film della diva, spesso impegnata in ruoli di donne costrette a corrispondere all’aspettativa di un parte scritta e diretta, in commedia come in melodramma, dagli uomini. Tra i più significativi, quello che presenta un grado di raffinatezza metalinguistica paragonabile a Vertigo, è Baciami, stupido! , uno dei più acuti e pirandelliani rendez vous di Billy Wilder, dove Novak interpreta un’entraîneuse di provincia ingaggiata per fingersi la versione sexy e seducente della moglie di un aspirante cantautore. Un film nel quale il corpo dell’attrice è impressionato in tutta la sua carnalità e autenticità senza la misura imposta dai canoni dello Studio System, e per di più dotato di una saggezza che le permette di riacquisire, in mezzo alla mercificazione dello scambio di coppie messo lucidamente alla berlina, uno spazio di prospettiva, di fuga e di possibilità.

Certo, in questo Kim Novak’s Vertigo non manca, e neanche troppo sottotraccia, un certo (auto) compiacimento nell’essere riuscita a coniugare il fatto di essere padrona del proprio destino ( un po’ come la Moll Flanders di Daniel Defoe che ha interpretato in un adattamento cinematografico) e la creatura misteriosa e (ir)raggiungibile dei sogni e dei bisogni del ragazzo ormai uomo della porta accanto (sempre Jimmy Stewart in Una strega in paradiso, film del 1958 diretto da Richard Quine).
La reiterazione del tema, e della figura, del doppio registro privato/pubblico tra il nome d’arte Kim e quello all’anagrafe Marilyn (davvero un bel paradosso!) risulta a tratti ridondante, un veicolo attraverso il quale Novak, ormai ultranovantenne, vuole consegnarsi alla Storia del cinema, pur volendo far capire in tutti i modi che ha cercato di sottrarsene (ma non nella modalità totalizzante di Greta Garbo). D’altronde il genitivo che le viene attribuito è riferito a Vertigo, un labirinto ovale e un ellittico turbine spazio-temporale che, sulle tracce dei pedinamenti e delle decifrazioni di Chris Marker (il grande filmmaker francese che ne era ossessionato) continuiamo ad oltrepassare, con lo chignon di Kim/ Madeleine/Judy da seguire come un orizzonte senza (s) fondo.
Presentato (Fuori Concorso) alla Mostra di Venezia 2025.
In sala dal 30 luglio 2026.
Kim Novak’s Vertigo – La donna che visse due volte; regia e sceneggiatura: Alexandre O.Philippe; fotografia: Robert Muratore, Jeff Pointer; montaggio: David Lawrence; musica: Jon Hegel; produzione: Gull House Films, Medianoche Productions; origine: Usa, 2025; durata: 77 minuti; distribuzione: Madison Pictures.
