La cocina di Alonso Ruizpalacios (Festival di Berlino – Concorso)

  • 3,5
3.5

Il regista messicano Alonso Ruizpalacios (1978, foto qui accanto) è un aficionado di Berlino, tutti i suoi film precedenti sono passati di qua. Tutti sono stati recensiti da Close-Up: Güeros nel 2014 (il suo film d’esordio, forse il suo migliore, fin qui), Museo nel 2018. Entrambi i film, seppur in ritardo, sono anche arrivati in Italia. Poi c’è stato il terzo film, presentato nell’anno della pandemia, quando la Berlinale fu solo online. S’intitolava Una pelicula de policías  e dei tre era certamente il più ambizioso ma anche il più faticoso. Tutti e tre film girati fin qui Ruizpalacios li aveva ambientati nel proprio paese, tutti o in parte nella capitale, dove peraltro  è nato.

Con questo quarto film invece, come alcuni illustri suoi connazionali (Guillermo del Toro, Alfonso Cuarón, Alejandro González Iñárritu) si è trasferito negli USA e nel farlo ha, e non di poco, alzato l’asticella, dando vita a un film assai ambizioso, certamente non privo di difetti, ma comunque di qualità, nella struttura, nei temi affrontati e nello stile, partendo da un celeberrimo lavoro teatrale del drammaturgo inglese Arnold Wesker (1932-2016), uscito nel 1957 e intitolato appunto The Kitchen (tradotto negli anni ’60 anche in Italia).

La trama si muove su tre livelli: da un lato abbiamo la vicenda di una giovane neo-emigrata messicana che cerca e per un colpo di fortuna trova lavoro in un ristorante del centro di Manhattan, denominato The Grill; sarà dal suo sguardo ingenuo e stranito, all’inizio e in parte anche in seguito, che seguiremo ciò che ben presto ci verrà mostrato; dall’altro c’è l’unica storia davvero privata del plot che è quella fra il messicano Pedro (Raúl Briones Carmona) e l’americana Julia (Rooney Mara) che lavorano da non poco in quella cucina;  i due hanno (avuto) una storia e lei è rimasta incinta: tenere il bambino o non tenerlo?

Il terzo livello è proprio la cucina come universo concentrazionario, distopico, solo di rado vagamente solidale. Ché in questa enorme cucina lavorano uomini e donne provenienti dalle più diverse nazioni: Messico, come detto, Colombia, Marocco, Albania etc. e là dove non sono stranieri ma americani, va detto che non se la passano benissimo: il fatto che siano a lavorare lì, lascia intuire che non fanno certo parte di un’élite sociale. In questo universo che, non a caso, ho chiamato concentrazionario, ma volendo essere più gentili lo si potrebbe definire da caserma vige una rigida gerarchia: c’è il capo dall’aria a dir poco folle, il contabile che metterà moto una linea del plot (sono spariti dei soldi e c’è da capire chi è stato il ladro), il direttore del personale (egli stesso messicano naturalizzato, diciamolo chiaramente: una sorta di kapò), c’è lo chef che comanda in cucina, ma anche lui ha tutta l’aria di essere semplicemente con enorme fatica passato di grado fino ad assumere questa posizione.

Il primo livello della trama viene, tutto sommato, piuttosto presto abbandonato, si ha la sensazione che sia solo una lunghissima introduzione all’inferno; il secondo, anche in grazia della bravura dei due attori principali, è a tratti molto molto bello e drammatico, venendo a segnalare una complessa dialettica di attrazione e repulsione fra i due personaggi, entrambi a loro modo segnati dal passato. Ma il barlume di speranza che a tratti si intravede nella relazione fra Pedro e Julia non raggiunge – e se vogliamo: è giusto così! – nessun risultato. Del resto, come diceva Adorno, “es gibt kein richtiges Leben im Falschen”: non può esistere una vita equa, una vita buona all’interno di un mondo sbagliato. E la cucina, di cui al titolo, è da ogni punto di vista un mondo sbagliato: turni e ritmi di lavoro massacrante, un continuo sfottò che rischia di degenerare, lotte di potere fra poveracci, gerarchie e delazioni, vite allo sbando che sognano, un giorno, di riuscire ad ottenere un visto permanente negli USA e la cittadinanza (un tema, questo, che emerge anche, a mo’ di ironico controcanto, anche a proposito della storia d’amore di Pedro e Julia, attraverso la battuta in spagnolo “tu es l’amor de mi visa”, ovvero “sei l’amore del mio visto”, quasi che l’amore del messicano sia in fondo mirato solamente ad ottenere presto o tardi, appunto, la cittadinanza, aldilà di quel che lui va raccontando a sé stesso e agli altri).

È soprattutto nel presentare – fino all’eccesso – questo terzo livello, ovvero la non-vita della cucina, che Ruizpalacios e il suo operatore si sbizzarriscono in carrelli infiniti e piani-sequenza che certamente ritmano il film ma che alla lunga stancano e risultano alquanto ridondanti. Lo spettatore capisce molto presto che quel mondo fa schifo, all’ennesimo urlaccio, all’ennesima rissa accennata, sfiorata o vera è costretto a pensare: ma come, ancora ? E la conclusione – che non può non ricordare i film di Ruben Östlund (più Triangle of Sadness che The Square) – rappresenta di tutto ciò l’apoteosi, un’apoteosi in qualche misura giustificata perché quanto meno finisce per apportare una rottura, una sosta, una stasi, un silenzio.

Si parlava all’inizio di La cocina come di un’opera ambiziosa; oltreché per via degli elementi formali e strutturali, il film lo è perché Ruizpalacios gira sì per la prima volta in America, ma con grande sicumera si permette fin da subito alcune annotazioni su quel paese, come se lo conoscesse da una vita. E potete stare certi che quelle annotazioni non sono per nulla lusinghiere.


La cocina – Regia e sceneggiatura: Alonso Ruizpalacios; fotografia: Juan Pablo Ramirez; montaggio: Yibrán Asuad; interpreti: Raúl Briones Carmona (Pedro), Rooney Mara (Julia), Anna Diaz (Estela), Motell Foster (Nonz), Oded Fehr (Rashid); produzione: Filmadora, Panorama, Astrakan; origine: Messico/Usa, 2024; durata: 139 minuti.

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