Turn in the Wound di Abel Ferrara (Festival di Berlino – Berlinale Special)

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Abel Ferrara e Patti Smith non hanno bisogno di presentazioni. Lui, grande protagonista del cinema statunitense (e non solo) alla ricerca dei nostri meandri esistenziali nelle metropoli dove abitiamo, lei immensa poetessa del rock e lettrice indefessa dei poeti maledetti, come anche di Leopardi e della Beat generation (di cui fa parte). Artisti che mai hanno immaginato e pensato la (loro) vita avulsa della (loro) opera, che hanno partecipato, sempre in prima persona e a modo loro, ai movimenti civili del mondo per la dignità e la salvaguardia dell’essere umano (ma anche di ogni essere vivente in quanto tale). Su questo non hanno fatto mai sconto a nessuno, e soprattutto lì dove ci sono loro c’è la sperimentazione che è il lavoro artistico.

E qui si potrebbe proseguire lungamente. Basta ricordare il film molto apprezzato, non a caso, sulle ultime ore di Pasolini (2014) di Ferrara, dove vita-dramma-compito s’incarnano in modo efficace nella figura di William Dafoe, e la mitica ode Frederick di Smith dove l’intimità tra due conosce in musica leggera spazi e tempi sublimi come non mai.

 Turn in the Wound certamente conserva in atto tutto questo, probabilmente è in potenza che rischia di perdersi un po’. Ferrara ci porta nel “teatro di guerra” di turno, oggi tra russi e ucraini, mostrando interi quartieri di città semi-abbandonati e distrutti, intervistando chi si è salvato e può così testimoniare e portando il suo occhio ai confini di un ancora più assurdo conflitto con tanto di eserciti militari, l’uno contro l’altro armato, nel nostro terzo millennio. Emergono così racconti dove un tema in particolare ritorna frastornando lo spettatore: tra fratelli ancora l’odio, indotto e prodotto ad hoc, non conosce mai quiete, quasi viene a fare parte del codice genetico dell’uomo.

Alternate a queste immagini, Ferrara monta riprese dall’ultimo e bellissimo spettacolo di reading musicale di Smith. E qui le scene di interni ci portano di colpo al cospetto di chi sa interpretare con la voce la sofferenza diffusa nel globo. La sensibilità si tocca con mano, grazie alle scelte di Ferrara di far arrivare l’occhio della macchina da presa quasi sulla pelle della cantante mentre si esibisce in teatro. Ci sembra di esperire la pittura in movimento che rimanda ai quadri di Francis Bacon.

Nel complesso, però, il film rimane un lavoro più verso un tipo di composizione in frammenti che non in un’unità compiuta. Probabilmente ciò è anche voluto, ma certamente lo spettatore ne esce sprovvisto d’una veduta d’insieme che, soprattutto tenendo conto dell’argomento trattato, è un po’ spaesante. Permane come un segno fortunato dei nostri tempi la forza titanica e l’impegno mai delegato, ancora una volta, rinnovati di questa generazione Forever Young. Appunto, “gli eroi son tutti giovani e belli”, cantava. Questo sì che resta, e non è poco. Aspettando i nativi digitali.


Turn in the Wound . Regia: Abel Ferrara; Fotografia: Sean Price Williams, Emmanuel Gras, Alessandro Abate; Montaggio: Leonardo Daniel Bianchi; Musica: Patti Smith; Sound Design: Neil Benezra; Sound: David Forshee; Production Design: Anna Kathleen; Costumes: Stacey Berman; Make-Up: Sarah Graalman; Produttori: Diana Phillips, Philipp Kreuzer; Produttori esecutivi: Grear Patterson, Andrew Ruhemann, Walter Puryear, Bryan Karlovitz; Co-produttori: Maurizio Antonini; Interpreti: cittadini ucraini, Volodymyr Oleksandrovyč Zelenskyj (se stesso), Andrei Yermak (se stesso); Patti Smith (se stessa); Produzione: Rimsky Productions, maze pictures, Ventana; Origine: GB/Germania/Italia, USA; Durata: 77 minuti.

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