La festa è finita! di Antony Cordier 

La festa è finita! – Voto ***(*)

A proposito di La festa è finita! (Classe moyenne) bisogna anticipare un dato di fatto. Il cinema francese ama lo scontro di classe, è infatti un tema centrale e ricorrente nei film d’oltralpe, spesso affrontato attraverso un realismo sociale, come nella pietra miliare del genere, La Regle du Jeu, il capolavoro di Jean Renoir, che indaga le fratture tra diverse classi sociali e le dinamiche della loro interazione, anche in ambiti molto diversi tra loro. Dalle aule scolastiche di Una classe per i ribelli (di Michel Leclerc, 2019) a quelle universitarie di Quasi nemici – L’importante è avere ragione, (di Yvan Attal, 2017), dai luoghi di lavoro privati di Quasi amici  (di Olivier Nakache e Éric Toledano, 2011) a quelli pubblici di L’orchestra stonata, dalle tensioni nelle periferie di L’odio (di Mathieu Kassovitz, 1995) a quelle nelle fabbriche di Risorse umane (di Laurent Cantet, 1999), i film francesi affrontano il discorso declinandolo alternativamente in termini di incontro, di confronto o di scontro. E lasciando spesso alla commedia, con i suoi toni ironici e agrodolci, il difficile compito di stemperare e risolvere le tensioni e i conflitti sociali che attraversano la società francese, ma che ci riguardano tutti universalmente.

Questo è anche il caso di La festa è finita! in cui il regista, sceneggiatore e montatore francese Antony Cordier, classe 1973, alla sua quarta prova da regista, affronta il tema del confronto – scontro tra classe borghese e classe lavoratrice – questa volta, però, esaminandolo in modo più aperto e diretto rispetto al suo primo lungometraggio del 2005, Douches froids. Se lì il confronto tra il giovane judoka povero e quello ricco risultava sotto testuale e non assumeva i contorni netti di una lotta dichiarata, in La festa è finita!, al contrario, la lotta tra la famiglia di ricchi borghesi, proprietari di una lussuosa villa dal design raffinato immersa tra gli ulivi nel sud della Francia, e la famiglia dei custodi della villa, è aperta già fin dall’inizio del film. Nella sequenza d’apertura il regista ci mostra infatti, senza ricorrere al dialogo, l’invitante e lussuosa piscina a sfioro della villa in cui, nella calura agostana, la giovane rampolla di famiglia, Garance, si immerge voluttuosamente invitando con lo sguardo il suo neo-fidanzato, Medhi, di origini modeste e dal nome spiccatamente arabo, a fare altrettanto. Subito dopo però ci viene mostrato un altro sfioro d’acqua, quello del lavello della cucina dove l’acqua ha raggiunto il bordo per una disfunzione del sistema idraulico e straripa sotto lo sguardo irritato e impaziente del padrone di casa, Philippe, un prestigioso avvocato parigino di origini borghesi che si diletta in cucina con il suo vezzo da raffinato gourmet. Infine vediamo arrivare trafelato il custode della villa e addetto alla manutenzione, Tony, un uomo di mezza età di origini arabe, con indosso la camicia delle feste usata per i festeggiamenti ancora in corso del compleanno della figlia diciottenne, Lisa.  Una camicia delle feste tristemente destinata di lì ad un minuto, proprio come il suo proprietario, a venire ricoperta dai liquami scatologici della ricca famiglia, sgorgati dalle condutture idrauliche ancora in fase di riparazione ma accidentalmente riattivate dalla inconsapevole proprietaria di casa, la vanesia Laurence, moglie dell’avvocato ed ex attrice famosa.  Quando poi, per farsi perdonare la corrosiva, umiliante e mefitica doccia, l’avvocato, su suggerimento della moglie, regalerà alla figlia dei custodi l’ultimo modello di IPhone che il padre non era stato in grado di offrirle perché troppo costoso – optando al suo posto per un poco consolatorio cellulare ricondizionato – il custode, colpito sul vivo, esploderà in una reazione esasperata, la cui immediata conseguenza è il licenziamento in tronco. A nulla vale il tentativo delle mogli di ricomporre il dissidio tra i due maschi imbufaliti, e in breve la guerra investirà tutto i componenti delle due famiglie e verrà dichiarata a colpi di minacce di denunce legali per sfruttamento di lavoro in nero.  A pagarne le spese, al guado, sarà però il giovane Medhi, il fidanzato della rampolla, avvocato neo laureato di modeste origini ma di grandi ambizioni, che per ottenere dal padre della ragazza uno stage presso il suo prestigioso studio legale, si candida per negoziare personalmente la trattativa con la coppia di custodi, con i quali fin troppo palesemente condivide le umili origini.  Sino a…

La festa è finita!
La famiglia “proletaria”: Mahia Zrouki, Laure Calamy (al centro), Ramzy Bedia (a destra)

In un crescendo sempre più cinico di provocazioni e agguati dal sapore grottesco, e con un umorismo che si tinge sempre più di nero, evocando l’antiborghesismo di Buñuel, la violenza familiare borghese di Lanthimos in Dogtooth, e la violenza tra classi di stampo pulp coreano à la Bong Joon-ho di Parasite, la contesa tra le due famiglie arriverà presto ad esigere il suo debito di sangue per essere risolta con soddisfazione di entrambe le parti.  Una soddisfazione quantificabile in termini puramente monetari, secondo i parametri di spesa dei consumi della classe media, quelli a cui non soltanto la famiglia dei custodi della villa, ma tutte le masse lavoratrici del mondo sembrano ormai irreparabilmente anelare.  Un film da vedere e gustare anche per la bella interpretazione dell’ensemble tra cui emerge – ma non solo lei – Laure Calamy.

In anteprima italiana a Rendez-Vous – Festival del Nuovo Cinema Francese (Roma 7 – 15 aprile 2026).
In sala dal 14 maggio 2026.


 La festa è finita! (Classe moyenne) – Regia: Antony Cordier; sceneggiatura: Jean Alain Laban, Steven Mitz, Antony Cordier; fotografia: Nicolas Gaurin; montaggio: Camille Toubkis; musica: Clemence Ducreaux; interpreti: Laurent Lafitte, Elodie Bouchez, Ramzy Bedia, Laure Calamy, Samal Outalbali, Noée Abita, Mahia Zrouki; produzione:  Cheyenne Federation, Umedia; origine:  Francia/Belgio, 2025; durata:  95 minuti; distribuzione: No.Mad Entertainment

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