Festival di Venezia (2-12 settembre 2026): La leggenda del deserto di Elisabetta Giannini (Giornate degli autori – Notti veneziane)

La leggenda del desertoVoto *** (*). Un’opera prima che, con pudore e forza, tra memoria personale e testimonianza etica e civile, esplora la condizione di precarietà ed emarginazione del popolo Saharawi, esiliato dalla sue terre all’indomani dell’illegittima occupazione da parte del Marocco. Elisabetta Giannini segue la sorella Carolina De Lillo Magliulo in questa andata e ritorno spazio-temporale, con uno sguardo vivo e partecipe sulle ferite di un presente senza (ri) soluzione.

Che cosa significa dare una voce a una visione a un popolo che è percepito in maniera talmente distante e rimossa da risultare relegato ad una sorta di tempo leggendario e mitico? Elisabetta Giannini, al suo esordio nel lungometraggio, con La leggenda del deserto stabilisce da subito un collegamento con la conoscenza e con la memoria soggettiva e personale in relazione alla condizione dei profughi Saharawi, le cui terre situate nel deserto del Sahara occidentale sono occupate ormai da più di cinquant’anni dal Marocco. Un esodo, il loro, dimenticato nell’immaginario collettivo insieme ad altre invasioni colonizzatrici che hanno devastato l’Africa, innescando anche fratricide e civile guerre interne, spesso motivate dagli interessi economici dell’Occidente armatore e surrettiziamente bellicista.

Il racconto che imposta Giannini in La leggenda del deserto, prima di essere inquadrato in una cornice schiettamente politica, nasce però dallo stupore di una scoperta: Il viaggio compiuto circa trent’anni prima dalla sorella Carolina che all’epoca aveva otto anni (la madre di entrambe, la regista Antonietta De Lillo, stava lavorando a un documentario su quella questione con Jacopo Quadri e Patrizio Esposito), di cui recupera gli home movies filmati nell’esplorazione di luoghi, paesaggi, volti, case. Proprio l’accezione di “immagini di famiglia” acquisisce una dimensione più vasta ed estesa, rispetto al proprio nucleo consanguineo, geografico e culturale di appartenenza, in un reciproco, spontaneo abbraccio con quel mondo a parte. L’impressione e la suggestione attivate da Carolina con quegli accampamenti stipati in mezzo alle dune, dove la continuità tra elemento umano e orizzonte desertico e desertificato dalla frammentata presenza di un’etnia espulsa e perseguitata, sembra confondersi nel movimento sabbioso del vento che si alza.

Per restituire questo effetto così radicato nell’esperienza della sorella bambina, Giannini utilizza ne La leggenda del deserto come collegamento un escamotage quasi favolistico, ovvero la voce over di un’altra bambina come se fosse quella di Carolina che dal presente commenta le immagini dal passato e che proprio attraverso la forza centripeta del vento sahariano crea un vortice-spazio temporale che ammanta le riprese girate nel presente, trent’anni dopo, di una luce post, da flashfoward di un futuro rimasto incompiuto. A parte questo espediente anche tenero nel costruire la trasformazione di un immaginario fanciullesco nella toccante presa di coscienza  dell’età adulta, il tono che prevale per il secondo tempo del viaggio di Carolina è quello di un  realismo che torna negli stessi posti e incontra chi è rimasto dalle stesse famiglie ospitanti della sua infanzia; generazioni di uomini e di donne cresciuti in un’impotenza di promesse,  rivendicazioni e abbandoni da parte di un racconto mass-mediatico concentrato sul tempo sempre più stretto dell’attualità che fa rumore e mette a fuoco e fiamme l’interesse dell’opinione pubblica.

La leggenda del deserto

L’atteggiamento della Carolina adulta ne La leggenda del deserto è quello di mettersi in una posizione di ascolto non passivo o a-critico rispetto a quello che vede e che sente. Al tempo stesso il ritorno in questa comunità dislocata va fino in fondo al senso di una radicalità espressa con disarmante autenticità, ovvero la scelta, di fronte all’ignavia delle istituzioni internazionali, in primis l’Onu, di reagire combattendo e ingaggiando una guerra di resistenza contro gli invasori marocchini.

Quello che cambia, e che Giannini riesce a comunicare con una sottile transizione da una posizione poetica e liricizzante, anche affettuosa, ad una più politica, scarna e diretta, è proprio il punto di vista, spostato all’ interno della condizione dei Saharawi.  Con il proprio corpo e la propria presenza, spesso di un pudico e riflessivo silenzio più che sommersa da un bisogno di offrire interpretazioni e (ri)soluzioni, Carolina da progressivamente più spazio ad Alien, la guida-interprete dalla lingua locale all’inglese, con il quale può parlare senza la mediazione di una doppia traduzione, e stabilire un’empatia ancora più prossima, già sviluppatasi nella durata trentennale tra i due viaggi, e che rischiava di incorrere, se non riscontrata e confrontata, nell’idealizzazione del ricordo o, appunto, nella narrazione astratta di un mito esotico. È con lui che riesce a convenire sulla disperata e solo ipotizzata necessità della lotta armata, del ferro e fuoco per l’appunto, per ricondurre l’attenzione alla loro tragedia sprofondata.

Non c’ è però nessun sentore di estremismo o di fanatismo, il dialogo scaturisce da un confronto relativizzato ed esplicitato dalla situazione di privilegio della donna bianca occidentale in grado di mettere apertamente in discussione il proprio pacifismo di fronte al senso di precarietà intensificatosi nel corso degli anni, riflesso non solo nelle sparpagliate e arrangiate abitazioni ma in una maniera di stare al mondo, avulsi dal tempo e dallo spazio, senza la possibilità di progettare e di decidere. Questo sentimento minaccioso di guerra latente come l’ineluttabile e peggiore ombra dell’attesa rimanda alle immagini de Il deserto dei Tartari, nella trasposizione rigorosa che fece Valerio Zurlini del romanzo di Dino Buzzati ( un riferimento suggerito da De Lillo e rimasto affianco di Giannini nello sviluppo del senso drammaturgico del film) , anche se il significato trasfigurale e metaforico della Fortezza situata in mezzo al deserto immaginario  di quel romanzo( peraltro dalla prospettiva dei colonizzatori rovesciata addosso alla primissima linea dell’esercito)  si incarna qui nelle pulsioni e nella rabbia della Storia e delle storie vere. Il found footage, quello privato e quello proveniente da un immaginario esterno, torna ad essere allora un’influenza viva, trasformativa, orientate nella ricostruzione di uno scenario conosciuto per frammenti e suggestioni.

La leggenda del deserto

Questa franchezza toglie l’alibi del distogliere la vista, intesa sensorialmente e in quanto forma primaria di conoscenza, ed è etico accrescimento di consapevolezza, di possibilità di scelta tra l’agire e l’aspettare, tra il testimoniare e il rimuovere. Lo scarto temporale anche piuttosto lungo tra il prima e il dopo del vissuto degli stessi soggetti messo a confronto lungo l’arco di un film era già stato scandagliato da una significativa opera che ha spostato in avanti la concezione del cinema documentario: se ne Le cose belle ( 2013)  Agostino Ferrente e Giovanni Piperno attraversavano il passaggio dall’infanzia/adolescenza alla prima età adulta di quattro ragazzi nella lividezza di una Napoli marginale, Giannini utilizza l’opportunità offerta dalla prossimità familiare con Carolina  (le riprese con la videocamera del primo viaggio sono state ritrovate dalla regista, proprio come un materiale d’archivio, appena tre anni fa) per innescare il processo della presa in carico di una tragedia sfiancata dall’indifferenza.

Si tratta in La leggenda del deserto del rispetto di un’alterità che ridefinisce in continuazione i confini delle identità da parte dei chi abita la parte del mondo al di là del continente africano, l’interrogativo centrale a proposito del campo nel quale vogliamo posizionarci. (Ri)svegliati nel nostro accidioso oblio da una voce e da una visione che a volte non hanno altra possibilità se non farsi allarme e avvertimento.


La leggenda del deserto – Regia: Elisabetta Giannini; sceneggiatura: Elisabetta Giannini, Elena Grillone; fotografia: Martina Zerpelloni; montaggio: Andrea Campajola, Elisabetta Giannini; musica: Andrea Boccia; interpreti: Carolina De Lillo Magliulo, Alien Abderrahmam, Bashir Fadel, Najat Salec, Junis Selma, Safia; produttore: Antonietta De Lillo per Marechiaro; origine: Italia, 2026; durata; 69 minuti; distribuzione: Lo Scrittoio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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