
La mostra dedicata a Mario Schifano al Palazzo delle Esposizioni di Roma non si limita a restituire il profilo di uno degli artisti più irrequieti e visionari del secondo Novecento italiano, ma costruisce un percorso che mette lo spettatore a contatto diretto con una tensione ancora viva, quasi contemporanea, come se l’opera continuasse a produrre presente.
Fin dall’ingresso si percepisce una scelta curatoriale chiara, non tanto cronologica quanto atmosferica, che privilegia le risonanze tra i lavori più che la loro successione storica, il risultato è un attraversamento fluido in cui i nuclei fondamentali della ricerca di Mario Schifano (Homs, 20 settembre 1934 – Roma, 26 gennaio 1998) emergono come ossessioni visive ricorrenti, superfici, segni, immagini mediatiche, paesaggi mentali
I monocromi degli anni Sessanta colpiscono per la loro radicalità, campiture compatte attraversate da una luce trattenuta, superfici che sembrano negare l’immagine ma in realtà la preparano, la sospendono, la rendono possibile, in queste opere si avverte una tensione quasi fisica tra presenza e assenza, tra gesto e cancellazione
Da questa soglia apparentemente silenziosa esplode poi il dialogo con i media, Schifano introduce loghi, segnali, frammenti televisivi, elementi della cultura di massa che vengono isolati, ingranditi, trasformati, non c’è mai semplice appropriazione ma uno slittamento continuo, come se l’immagine venisse vista attraverso un filtro mentale che la rende instabile, ambigua, aperta
I cosiddetti paesaggi anemici e le vedute televisive ampliano ulteriormente questo discorso, la natura non è mai rappresentata come dato reale ma come immagine mediata, attraversata dalla memoria e dalla tecnologia, il verde dei prati, il profilo delle palme, le linee dell’orizzonte diventano segni, apparizioni, quasi fantasmi visivi
La pittura di Schifano è sempre in bilico, tra gesto e riproduzione, tra pittura e immagine, tra velocità e contemplazione, ed è proprio questa instabilità a renderla ancora oggi estremamente attuale, in un’epoca dominata dal flusso continuo di immagini digitali il suo lavoro appare sorprendentemente profetico
Il percorso espositivo riesce a restituire anche la dimensione più inquieta e discontinua dell’artista, senza cercare di normalizzarla, anzi lasciando emergere contraddizioni, ripetizioni, variazioni, come se la mostra stessa assumesse il ritmo irregolare della sua ricerca
Non tutto però si offre con immediatezza, alcune sezioni risultano più dense e meno leggibili per un pubblico non specialistico, e la mancanza di una forte linearità può generare una certa dispersione, ma è una difficoltà che sembra coerente con la natura stessa del lavoro di Schifano, che rifiuta ogni forma di ordine definitivo
Alla fine. ciò che resta è una sensazione di energia irrisolta, di immagine che continua a mutare anche dopo essere stata vista, Mario Schifano emerge non come figura storicizzata ma come presenza ancora attiva, capace di interrogare lo sguardo contemporaneo e di restituire alla pittura una dimensione instabile, aperta, profondamente viva.
Roma, Palazzo delle Esposizioni dal 17 marzo al 12 luglio 2026.
