Mother Mary di David Lowery

Mother Mary – voto ***

Approcciarsi e cercare di dare un’interpretazione ad un oggetto filmico non meglio identificato come Mother Mary, scritto e diretto da David Lowery, per di più dopo una sola visione relativamente a caldo, non è qualcosa di così scorrevole e fluido. È ostico, innanzitutto, inquadrarlo non tanto nell’ormai stantia categorizzazione di un genere di appartenenza, quanto capire il tono prevalente dei riferimenti estetici e narrativi, e il conseguente risultato della voluttuosa messa in scena: Mother Mary (Anne Hathaway, svestita della sua innocua e pradesca mise da ex principessa teen idol), una pop star di dichiarata, fin dall’ambizioso nome, ispirazione mariana, interpreta il proprio personaggio pubblico, alimentando una devozione ai limiti del fanatismo, con una quantomai esplicita rappresentazione del partecipato culto divistico come metafora della dismissione di quello religioso, diventatone il flebile e svuotato riflesso. Il fatto che le canzoni siano state poi scritte da Jack Antonoff, co-produttore e co-autore di Taylor Swift, che intorno al suo sterminato numero di followers/ fan/ seguaci ha costruito un microcosmo tra esperienza reale e parallelo macrocosmo virtuale, non è certo accidentale: la decostruzione dell’immaginario legato a Swift, presentato come l’austero palco di una sorta di espiazione per le colpe del proprio delirio di onnipotenza, potrebbe essere una delle chiavi di accesso al fitto mondo di significati e di significanti. Mother Mary sta affrontano una turnè ma sembra essere vittima di una violenta crisi psicotica che genera in lei un’intolleranza, letteralmente parlando, nei confronti dei propri stessi panni, ovvero gli elaborati costumi che indossa, anche con svariati cambi, durante ogni esibizione.

La disperata necessità di risolvere questo terribile stallo la spinge, e non in un senso solo figurato ma proprio in quello dinamico di chi sa, quasi portata da una trance,  in che direzione muoversi nello spazio, a ritornare  verso Sam, la costumista e stilista con la quale ha avuto un’ intensa relazione affettiva e amorosa (non ne viene precisata l’autentica natura, ma si capisce dall’assolutezza dei loro dialoghi, nel bene e nel male, che si è trattato di qualcosa di più di un’amicizia); la donna però si è sentita abbandonata e tradita nel momento in cui Mary, della quale aveva contribuito a costruire quell’immagine così altisonante e mistica, se n’era andata per scalare l’apice del successo e ricavarsi la sua posizione privilegiata  nella società dello spettacolo. Si tratta di una scelta  che sembrerebbe aver implicato il sacrificio di quella che, in un’accezione naïf da parabola di  È nata una stella, potremmo chiamare la sua felicità, mentre in una prospettiva esistenziale ne ha messo profondamente in discussione il suo stare integralmente al mondo, il dolore psicofisico e spirituale nel ritrovarsi scissa tra un’entità in carne e ossa e la proiezione di un feticcio da venare profanamente. Sam, interpretata dalla densa fisicità queer e dalla scavata vocalità di Micaela Coel, ricopre però una molteplice funzione nella sua interazione con Mary, in quanto ne è la nemesi, la custode, la prima ammiratrice della sua profetica musica e discepola della sua laica religione intermediale, l’oracolo delfico che ne benedice e maledice l’avvento e l’ascesa.

Mother Mary
Anne Hathaway

Per una precisa scelta di campo, c’è comunque poca virtualità nel proporre la figura della cantante idolatrata, che ha bisogno, per esistere, di performare la dimensione materica, tangibile e calpestabile, del palcoscenico; un non luogo stilizzato in zone d’ombra e di luce, quasi a voler evocare il processo in atto di una smaterializzazione, di un corpo tirato fino al limite dell’automatismo gestuale, simulacro quasi post umano di aspettative e di desideri nei quali si cristallizza la compensazione di un generazionale vuoto cosmico. Inoltre, l’ultima deriva di un’identità presentata ancora come inscalfibile (sovra) struttura, ma destinata a sgretolarsi tra le linee coreografate di un esasperato iper-controllo geometrico. L’elemento religioso viene poi progressivamente tradotto in una dimensione fantasy horror che simbolizza, in una forma piuttosto estetizzante e patinata, il male di cui soffre Mary:  una sorta di possessione da parte di una presenza fantasmatica evocata dalla sua vergogna per la spudorata manifestazione di un narcisismo sfrenato, e dalle considerazioni, tra la cadenza di ossessionante sabba e la lucida disamina del personaggio,  pronunciate da Sam, che tra le altre cose si fa anche sacerdotessa ed esorcista per il martirio egoico in atto. Quello che lascia distanziati e indecisi nel partecipare o meno alla cerimonia segreta che ci viene spalancata davanti agli occhi, e l’apparato visivo utilizzato per creare il coinvolgimento nei confronti di tormenti così imperscrutabili.

La tendenza derivativa è palesemente scoperta nella sequenza in cui Sam chiede a Mary di provare a danzare una delle coreografie del suo show, senza musica e senza costume, per vederla all’opera nella scarna nudità dei movimenti e dei gesti: una scena identica, oltretutto in più labirintiche e simultanee versioni, era contenuta in Suspiria di Luca Guadagnino, che, nelle emersioni e immersioni dentro la trama demoniaca e stregonesca, adombrava il livello politico di una coscienza dilaniata e smembrata fin nelle sue avanguardie (con l’ambientazione nella Germania anni ’70 messa a ferro e fuoco dai tumulti terroristici delle terze generazioni). Svincolato a-storicamente da qualsiasi tipo di sottotesto ideologico, il ballo di Mother Mary è ripiegato su un individualismo auto conservativo che non vuole confrontarsi con nessun’altra cosa o soggetto che non sia se stessa. La stessa Sam torna ad essere alleata e succube di questa fascinazione, provando a inserirsi dentro la scia esaltante di un trionfo che le era stato negato, trovando l’accoglienza e persino le scuse della sua Divina ( mentre la “Madre” di Guadagnino decapitava le figlie traditrici).

Mother Mary

Anche il fantasma rosso sangue che emerge dal nero dalla tetra sala prove/showroom  nel quale si consuma il confronto tra le due donne, è generato internamente dall’inconscio di Mary e si manifesta come un adattamento piuttosto softcore, da servizio fotografico modaiolo, del ben più squarciante e traumatico atto di partenogenesi compiuto dall’invasata Isabelle Adjani in Possession (1981), plastico e baconiano horror (1981) di Andrzej Żuławski: ad essere espulso nell’atmosfera rarefatta di una crisi non era però lo svolazzante ectoplasma scivolato sotto le voluminose coperte di Mary, ma la poliforme creatura tentacolare che insidiava, e concupiva, le nevrosi e i desideri di Adjani. Perché in fondo, suggerisce Lowery, vogliamo che l’inquietudine sia qualcosa di aleggiante e di inafferrabile, ma che una volta individuata può essere facilmente rinchiusa in un angolo remoto di un sublimale vaso di Pandora. Con in testa a risuonare l’incipit rassicurante di una memorabile canzone dei Beatles che Mary potrebbe placidamente cantarsi addosso:

When I find myself in times of trouble, Mother Mary comes to me
Speaking words of wisdom, let it be
And in my hour of darkness she is standing right in front of me
Speaking words of wisdom, let it be

In sala dal 14 maggio 2026.


Mother Mary  – Regia, sceneggiatura e montaggio: David Lowery; fotografia: Andrew Droz Palermo, Rina Yang; musica: Daniel Hart; canzoni: Jack Antonoff; interpreti: Anne Hathaway, Michaela Coel, Hunter Schafer, Sian Clifford, FKA twigs, Kaia Gerber, Jessica Brown Findlay; produzione: Homebird Productions, Augenschein, Filmproduktion; origine: USA, 2026; durata: 112 minuti; distribuzione: I Wonder Pictures.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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