Nino.18 Giorni di Toni D’Angelo


Se la maturità, anagraficamente e legalmente parlando, si raggiunge una volta compiuti i 18 anni d’età, i 18 giorni che segnano il tempo trascorso tra la nascita di Toni D’Angelo e l’incontro con suo padre Nino (che nel periodo indicativamente previsto per il parto si trovava a Palermo per una turné), assumono per il regista-figlio un valore simbolico dal punto di vista della costruzione dell’identità artistica e del personaggio iconico che il celebrato genitore è stato e continua ad essere, e una connessione emotiva da una prospettiva personale e intima, alla ricerca della propria genealogia familiare. E Nino.18 giorni, intersecando il duplice piano narrativo della dimensione privata e di quella pubblica, evita qualsiasi rischio o tentazione di oleografia, enfatizzazione, agiografia, o probabilmente ancor peggio di rivisitazione e sdoganamento in chiave post moderna, della figura di Nino D’Angelo, fortemente e visceralmente legata a uno scenario cosi sovrascritto e abusato come la Napoli nazional-popolare. Ma proprio parlando  di viscere, ogni immagine filmata nel presente e ogni frammento ritrovato nel vasto archivio e repertorio audiovisivo dei D’Angelo sembrano scaturire spontaneamente e liberamente dal flusso della memoria, senza le forzature di un racconto che ha bisogno di procedere per blocchi esplicativi. L’aspettativa di un lavoro compiutamente biografico è felicemente smentita dalla voce narrante dello stesso Toni, che dichiara la necessità di attraversare quella zona sospesa e stratificata dove, nel momento della sua venuta al mondo, Nino stava facendo i conti con una fase cruciale della sua carriera, in quel 1979 a ridosso dell’esplosione trasversale per latitudini, generi e palcoscenici che lo travolgerà negli anni ’80, dopo gli inizi come fenomeno essenzialmente meridionale, train d’union tra la tradizione della sceneggiata e del melodramma partenopei di Mario Merola e il pop neomelodico che integrava e rielaborava influenze sonore più moderne e danzerecce; al tempo stesso c’è il desiderio di capire chi sia veramente Gaetano (nome all’anagrafe), con un flashfoward al contrario, dove il passato diventa un’anticipazione, un senso, un’epifania di cosa è stato il futuro, sempre nell’ambito di quel iniziatico crocevia siciliano di ripetuti trionfi e di almeno una meravigliosa digressione.

La chiave d’accesso, per il D’Angelo cineasta, è quella di una densa semplicità calata nella sintesi visiva di  qualche preciso, puntuale, emblematico segno: basti vedere l’inquadratura che apre lo sguardo sul presente di Nino, in cui Toni fa una soggettiva di se stesso che lo riprende dal display di un telefono. Al padre che gli chiede cosa stia facendo, Toni risponde “Questa è una cosa mia”…anche se  non c’è in tale dichiarazione la rivendicazione a titolo personale di quel uomo che è stato percepito dal pubblico, per vicinanza, storia e attitudine, non solo come un cantante, per altro interprete del più verace e immediato spirito di un popolo,  ma come una vera e propria persona di famiglia, un fratello, un nipote, un figlio, un altro padre; viene messa in atto l’elaborazione di un interprete e del suo modo di stare al mondo attraverso il linguaggio che Toni conosce e pratica, quello del cinema, che parte da un posizionamento e da una prospettiva: Gaetano è il padre che si muove ordinariamente e quotidianamente in pigiama e ciabatte per le stanze della loro casa, ma è al tempo stesso l’inquadratura di un personaggio di successo le cui fotografie, video, performance che venivano analogicamente impresse e riprodotte sui dispostivi negli anni 80’/90’, sono ora replicabili dentro le finestre interattive di uno smartphone. Da questa possibile vertigine, D’Angelo riavvolge il nastro della musicassetta o del vhs, e riporta la proiezione del Nino D’angelo digitalizzato in mezzo alla tangibilità e tattilità dei quartieri periferici napoletani, a cominciare da quello da cui è venuto, San Pietro a Patierno, con le facce e i corpi degli abitanti di oggi che sono i discendenti di generazioni di autoctoni del posto, i cui padri, nonni e zii si sono conosciuti, frequentati, raccontati.

La descrizione di una comunità espansa e solidale, pur nell’estrema e radicale povertà, raggruppata intorno alla bottega dello zio scarpaio e calzolaio, è rappresentata con una pacatezza lontana tanto dal cliché miserabilista e pauperista della disperazione e del degrado, quanto da quello del folklore esotico delle esistenze e delle sopravvivenze fatte di espedienti ai limiti della legalità. È lo stesso Nino a parlare dell’infanzia e dell’adolescenza come di un periodo duro, con la necessità immediata di mettere a frutto talenti e capacità, ma anche di un contesto antropologico e culturale nel quale, ad esempio,  tutte e tutti gli abitanti del rione o del quartiere erano madri e figli di tutti e di tutte;  modalità che, parafrasando Michela Murgia, potremmo definire una “filiazione dell’anima”, e che proprio nelle società più arcaiche e di origine rurale e contadina, nell’hinterland delle regioni ai margini della civilizzazione capitalista, trovava la sua più organica manifestazione. E il D’Angelo osannato da adolescenti e da ragazzine e ragazzini  mantiene la stessa prossimità e lo stesso ascolto verso i sogni e i bisogni di un’ Italia che, nonostante le rivoluzioni sonore ed estetiche internazionali e le trasgressioni e trasformazioni dei costumi e delle convenzioni, rispecchiava la genuina e ingenua emersione di un mondo paese. La voglia matta, senza le implicazioni politiche e rivoluzionarie post ’68, di continuare ad urlare dall’ altra parte del cancello verso i propri idoli in carne e ossa, con una divertita analogia sulla prima band che è stata espressione di un così basico eppure elettrizzante sentimento: quei Beatles dei quali Nino D’Angelo realizzava cover adattando i testi in napoletano, con una perfetta congiuntura tra cultura pop “bassa” e “alta”, dove anche il trash, che è stato sempre bistratto e ridimensionato a sottoprodotto della società dello spettacolo, si ridefinisce a posteriori come una categoria del post moderno. Il livello di ricerca è dunque più complesso di quello che l’apparente semplicità della struttura faccia intendere.

Si affonda con gentilezza in questa fenomenologia della visione di un figlio sul proprio padre, con il footage posizionato in forma dialettica di un essere stato e di un divenire, quasi un passaggio di consegne tra possibili versioni di se stessi, e delle tribù, delle famiglie, delle comunità verso le quali sentiamo un’istintiva appartenenza, prima ancora che tutto questo diventi una storia condivisa e collettiva: notevoli in questo senso le soluzioni suggerite dalla montatrice Erika Manoni, che costruiscono una partitura senza quasi soluzione di continuità tra il repertorio pubblico e gli home movies casalinghi, ad indicare quanto il performer e l’uomo si siano (con) fusi nel ricordo immaginato e in quello reale. Lontano, lontano dal rumore del successo un po’ chiassoso e festante, dentro le aperture fanciullesche degli occhi di Gaeta(Nino),  come potrebbero suonare nei versi di una poesia di Federico Garcia Lorca:

“Ci sono anime che hanno
stelle azzurre,
mattini secchi
tra le foglie del tempo
e angoli casti
che conservano un vecchio
rumore di nostalgia
e di sogni”.

In anteprima alla Mostra di Venezia 2025 (Fuori Concorso).
In sala dal 20 novembre 2025.


Nino. 18 giorni; regia Toni D’Angelo; sceneggiatura: Toni D’Angelo, Roberto Moliterni; fotografia: Rocco Marra, Marcello Muro; montaggio : Erika Manoni; musica: Nuccio Tortora; produzione: Isola Produzioni, Mad Entertainment, Stefano Francioni Produzioni, DiElleO, Rai Cinema; origine: Italia, 2025; durata: 90 minuti ; distribuzione: Nexo Digital Italia.

 

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