Non fidarti di ciò che vedi, gli inganni di Sam Hobkinson (sull’autore di Lover, Stalker, Killer)

Sam Hobkinson

L’arrivo su Netflix del recente Lover, Stalker, Killer ci offre l’opportunità di esplorare la filmografia di questo prolifico documentarista, di cui cominciamo a scorgere tracce di ossessività, feticci narrativi e visivi, ricorrenza di tematiche, e una coerenza di imbastitura narrativa che ci permettono di ipotizzare una traiettoria autoriale del suo profilo.

Anche se la maggior parte dei suoi lavori sono documentari, trovo più corretto definire Sam Hobkinson un cineasta, per lui la cronaca non va distorta, né precisamente manipolata, ma ricostruita e riconfigurata attraverso un procedimento di messa in scena singolare ed efficace. In molti suoi lavori, infatti, Hobkinson non utilizza attori per le ricostruzioni degli eventi, ma fa recitare i protagonisti stessi, in una sorta di rivisitazione e rielaborazione psicologica del trauma, dell’indagine, della conversazione, del litigio. Sulla carta questo approccio suona pericolosissimo, eppure, ogni volta che è stato adottato, (Lover, Stalker, Killer; Fear City) i risultati sono stati sempre di gran lunga superiori alle volte in cui si è servito effettivamente di attori veri e propri (Love of Books-a Sarajevo Story; The Confession). Il posizionamento del soggetto in relazione alla camera e la naturalezza con cui riesce a immergere il medesimo in un ambiente a lui affine sono assolutamente due punti di forza dei suoi lavori recenti.

Lover, Stalker, Killer

Il Personaggio

Il detective cowboy di Lover, Stalker, Killer, estremamente cinematografico, viene raccontato attraverso un procedimento che lo rende al contempo più vero e più fasullo rispetto al simulacro cinematografico a cui fa riferimento. Gioca a biliardo assieme ai due compagni mentre ascoltiamo con voce fuori campo la sua testimonianza. Sulla carta pare una forzatura, eppure quel tipo di situazione sembra adattarsi perfettamente ai tre. L’incredibile apertura di Fear City vede un italo americano parlare in maniera concitata mentre si sta facendo tagliare i capelli da un collega barbiere che annuisce e interviene con piccoli commenti: la messa in scena di questa intervista contiene un’intuizione scardinante e potente: non si tratta di un’intervista, né di una cartolina illustrativa del soggetto: intervista e ricostruzione accadono simultaneamente. La stessa cosa si verifica quando vediamo l’intervista all’agente incaricato di piazzare delle microspie nei locali della mafia, ripreso all’interno di una vettura, mentre parla ad un interlocutore invisibile davanti a sé, ricreando idealmente l’appostamento in cui l’uomo si è ritrovato più volte. Ma Hobkinson si spinge oltre, sino all’improbabile scena contenuta in The Devil’s Advocate, in cui gli intervistati parlano con una cornetta telefonica accostata all’orecchio, arrivando al limite delle potenzialità sceniche, e mostrando qualche lieve incrinatura nel costrutto. Ancora, in The Devil’s Advocate, la vera storia di Giovanni di Stefano, dato che il protagonista si è rifiutato di partecipare, si è ricorsi in quel caso ad un attore vero e proprio, che viene alternato a filmati di archivio del vero Giovanni di Stefano, eppure, una volta finito il documentario, i due volti si sovrappongono, e quello che rimane impresso nella retina del nostro inconscio è quello del reale Giovanni di Stefano, con una notevole illusione percettiva, vi assicuro che non ricorderete assolutamente che volto aveva l’attore.

La Messinscena

Ma è in Misha and the Wolves, forse il lavoro più interessante di Hobkinson, che il regista replica lo stratagemma precedente in maniera chirurgica e riesce a provocare un cortocircuito notevole tra realtà e rappresentazione. Se non avete visto il documentario vi suggeriamo di non leggere le prossime righe scritte in corsivo perché per forza di cose siamo costretti ad entrare nel merito della questione.

Misha, la protagonista, compare sin da subito, ma non è lei, non è reale, non lo è mai stata.

È un’attrice che la interpreta, ma questo verrà svelato solo a metà documentario.

Misha è una mitomane che per proteggersi da un’infanzia drammatica si inventa una storia nella quale finisce per credere realmente. Il suo racconto è talmente affascinante che arriva a suscitare un interesse editoriale, ma il mondo esterno non concepisce un racconto inventato spacciato per reale, e quando l’inganno emerge, ormai la storia ha fatto del giro del mondo, e il mondo si sente preso in giro. Misha viene costretta a smascherarsi, ma le viene strappata una maschera che non è più una maschera, In altre parole, le viene strappata la sua stessa identità. Allo stesso modo l’attrice si svela per quello che è, strappandoci dall’illusione di avere a che fare con la vera Misha, perché, purtroppo la vera Misha a cui abbiamo voluto credere, non esiste. Ma ormai l’immaginario collettivo ha divorato la storia di Misha, e ne ha già tratto un film (Sopravvivere coi lupi di Vera Belmont) e svariati libri.

La protagonista di questo documentario è una vittima altrettanto degna di rispetto e la cui storia è altrettanto tragica quanto quella da lei raccontata a cui tutti noi abbiamo creduto, ed è piuttosto desolante leggere condanne del personaggio, anche da parte di riviste di critica cinematografica, la cui ottusità, apparentemente, non permette di cogliere la complessità di una personalità intrappolata un abisso che è stata costretta a creare per proteggersi.

Fear City e Devil’s Advocate sono altre due opere controverse, il primo in particolare, racconta un episodio importantissimo della storia di New York, (la cattura dei cinque boss mafiosi che tenevano in pugno la città negli anni ‘80) forse tralasciando qualche aspetto, dimenticandosi di fornire sufficiente contesto, e soffermandosi troppo su episodi di spionaggio leggermente troppo simili tra loro. Nondimeno risulta monumentale per la caratura dei personaggi intervistati, dallo stesso Rudolph Giuliani, ai tre ex mobsters (soldati della mafia), fino ad arrivare agli agenti dell’FBI. La messa in scena, in questa miniserie composta da cinque episodi, è estremamente curata. Possiamo estrapolare una doppia direttiva generale relativa al posizionamento della camera nei lavori di Hobkinson: mette il protagonista al centro dell’inquadratura oppure lascia dello spazio alle sue spalle, in modo che quest’ultimo guardi un punto indefinito a destra o a sinistra dello schermo dove non viene mostrato nulla.  Grande creatività anche qui nelle stesse ricostruzioni, che vedono i protagonisti camminare, complottare, telefonare, guidare, appostarsi, lavorare, boxare, e fare svariate altre attività mentre le loro voci illustrano raccontano sovrapponendosi all’azione o affiancandosi ad essa.

Il Volto

Il profondo significato che Hobkins riesce ad attribuire ai volti, e l’importanza dei primissimi piani che centellina, si manifesta nel pieno del suo potenziale in Misha and The Wolves, con l’editrice Karen Schulman. Inizialmente raccontata come vittima, grazie ad un primissimo piano Hobkinson riesce senza rimandi diretti o accuse di sorta, ad instillare il dubbio, e a collocarla automaticamente nel campo dell’ambiguità. Un indugiare Hitchcockiano sul suo volto che ci dice: Questa donna non è solo una vittima, questa donna fa parte di un circolo di personaggi che mossi da avidità ed interessi meschini si sono approfittati di questa vicenda.

Piano Intero—>  Piano Medio—> Primo Piano, spesso ricorre a questa triade rigorosa per dosare e fare crescere la tensione, accordandola ad una partitura studiata coerentemente e composta da musica e parole (del soggetto intervistato), un dispositivo, questo, che Hobkinson padroneggia alla perfezione, con il quale costruisce piccole cellule narrative ed innesca piccole esplosioni di tensione che permettono ad ogni intervista di raggiungere un suo climax interno.

Who killed Mrs De Ropp?

Il primo piano è anche l’elemento di apertura e quello più esplorato in uno dei primissimi lavori di Hobkinson, Who killed Mrs De Ropp?(2007) un mediometraggio per la televisione, diviso in tre episodi, ognuno di essi riprende un racconto di Saki (alias dello scrittore britannico Hector Hugh Munro), il primo dei tre è in assoluto il migliore, troviamo già qui un estremo utilizzo creativo della voce fuori campo, che da istanza narrante passa la parola al soggetto parlante senza cesure, come un unicum, in una vicenda ambientata all’interno di una carrozza che trasporta cinque singolari passeggeri, e che attraverso la narrazione degli stessi protagonisti sdoppiati trascina gli accadimenti fuori dalla carrozza, ancora anche in questo caso, Hobkinson comprime gli eventi e li fa accadere simultaneamente.

Il Passo falso

Cosa è successo con The Confession? Come mai tutte le metafore visive e le strategie narrative in questo caso falliscono miseramente? The Confession racconta la storia di un omicidio misterioso. Quello che ha affascinato Hobkinson era probabilmente il fatto di avere il presunto vero assassino tra gli intervistati, dato che è stato assolto tramite cavilli legali. Già, perché l’uomo ha effettivamente confessato, ma la registrazione non ha potuto essere utilizzata in tribunale. Personalmente, penso che, se non troviamo una vicenda interessante, è perché manca un elemento chiave che avrebbe potuto risollevare il documentario. Oppure il narratore non è stato capace di disporre gli elementi in maniera accattivante. Per The Confession propendo più per la prima ipotesi, la vicenda contiene un interesse notevole, ma non è un buon materiale narrativo, manca il colpo di scena, e il momento chiave giunge in maniera inevitabilmente anticlimatica. Pare un lavoro su commissione, poco ispirato anche a livello grafico, a partire dalle immagini della sigla che risultano fortemente derivative da lavori come True detective.                                                                                                                     

La Parola ai Giurati

Il tribunale è uno degli elementi che Hobkinson ha voluto tentare di ricreare completamente artificialmente utilizzando attori, lo fa in due occasioni: in The Confession e in occasione del maxi processo dei cinque Boss di Fear City. Principalmente, Hobkinson rappresenta l’intera Corte attraverso la giuria e i giurati, soffermandosi su qualche primo piano di questi ultimi. Il gruppo di giurati appare sempre come l’unico vero cuore pulsante del sistema giudiziario, che, nel caso di Fear City, ha potuto sgominare un colossale racket, ma nel caso di The Confession, ha lasciato impunito un probabile criminale.

Hobkinson ritiene evidentemente che sia attraverso il modo in cui vengono accumulate, disposte e soprattutto recepite le informazioni da parte del giurato che sta il nocciolo della rappresentazione. In questo caso, si rinuncia completamente alla verosimiglianza ma si va alla ricerca della rappresentazione di un dilemma interiore attraverso il volto dell’attore.

Il Colpo di Scena

Misha and the Wolves e Lover Stalker Killer: in entrambi i lavori, a metà della visione circa, una svolta improvvisa restituisce vigore al racconto. Il tempismo con cui viene dosato e annunciato questo twist è fondamentale in documentari di questo genere. Hobkinson ha sicuramente visto e apprezzato il lavoro che Bart Layton (che è stato uno dei suoi produttori) ha realizzato nel suo notevole The Imposter (2012), ed è nel colpo di scena, e nel suo tempismo, che troviamo la ripresa la lezione del suo collega.

A differenza del caso già descritto di Misha and The wolves, dove Hobkinson gioca sporco con lo spettatore e lo inganna apertamente. In Lover Stalker Killer la svolta è già insita nella premessa, ma quando arriva conserva comunque il suo impatto, molto astutamente, in questo caso il regista sa che non può contare completamente sull’effetto sorpresa, ed allora punta maggiormente sullo sconcerto: ma com’è possibile che sia veramente questa la reale versione dei fatti? Questa è la domanda che lo spettatore si fa da metà documentario in poi. Domanda a cui Hobkinson non si degna più di tenere conto, ed alla quale, come un avvocato, lascia intuire una risposta che non si sbottona: questo è ciò che è emerso dalle indagini, questo è ciò che è accaduto. A differenza di Misha and the Wolves, in questo caso non è possibile capire esattamente cosa ci fosse nella mente del soggetto che ha ordito un inganno talmente assurdo da risultare inverosimile.

Connecting the Dots

Tutti i documenti di inchiesta o investigativi si ritrovano a dover utilizzare immagini illustrative che non includono soggetti, Hobkinson ricorre spesso e con una certa pigra indulgenza ad elementi abusati del genere: inquadrature di nastri che scorrono durante le intercettazioni (Fear City, The Confession), finti televisori d’epoca che trasmettono, appunto estratti di trasmissioni dell’epoca, e moltissime immagini di puntine che vengono fissate su di una mappa appesa al muro, ad indicare gli elementi cruciali delle indagini, le puntine vengono poi rigorosamente collegate attraverso fili colorati (The confession;Lover, Hunter, Killer; Fear City; The Kleptocrats).

In The Kleptocrats vengono utilizzate per l’apertura, si fanno diretta metafora di ciò che si produrrà nel documentario, collegano elementi e personaggi, per fare emergere un quadro a cui attribuire un senso dovrà essere lo spettatore, perché il documentario non può permettersi di parlare apertamente dei soggetti in questione: The Kleptocrats è il documentario dove maggiormente Hobkinson ha rischiato grosso, c’è ancora una causa aperta che richiede la rimozione del lavoro. La vicenda in questione è lo scandalo riguardante un fondo patrimoniale malese finanziato dai cittadini a cui vengono sottratti più di 3,5 miliardi di dollari. Si tratta della più grande truffa ad opera di colletti bianchi del pianeta, che implica corruzione governativa ai massimi livelli, abuso di potere e riciclaggio di denaro a livello internazionale. Quei soldi hanno finanziato feste costosissime, case lussuose, e un celebre film: stiamo parlando di The Wolf of Wall Street, il capolavoro di Scorsese, che purtroppo, ironia della sorte, è stato finanziato da personaggi che hanno messo in atto una truffa molto simile a quella dei protagonisti del film. The Kleptocrats è un lavoro solido e sobrio, in cui Hobkinson dà la priorità ad illustrare con la maggior chiarezza possibile una vicenda che vede coinvolto anche lo stesso primo ministro della Malesia (mostrato nella locandina con le fattezze da clown) e la moglie.

Rimanendo in tema di colossali truffe, Giovanni di Stefano, il protagonista di The Devil’s Advocate è un altro soggetto straordinariamente cinematografico, anche in questo caso il procedimento di Hobkinson mette in atto una progressiva decostruzione del personaggio (Misha and the wolves; The Kleptocrats) dando per assodato inizialmente che si tratti di un legale, ma sottraendo una certezza dopo l’altra, arriva a chiedersi infine se effettivamente abbia mai conseguito l’esame per diventare avvocato.

La progressiva perdita di certezze e il disorientamento che ne consegue quando sempre più riferimenti vengono a mancare, in proporzione inversa rispetto ai tasselli che vengono disposti in fila lungo il percorso della visione, è il biglietto da visita di questo regista, e quando l’operazione funziona (Lover, Stalker, Killer, Misha and The wolves) il lavoro di Hobkinson emerge potente, coerente, e lancia un forte stimolo alla discussione e alla riflessione.

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A coloro che volessero cimentarsi nella visione di Devil’s Advocate, The mostly true of Giovanni di Stefano, segnaliamo che su Sky sono presenti solo le prime due puntate della miniserie composta da tre episodi. La serie è uno dei lavori migliori di Hobkinson, ma al momento, a causa di questo disservizio da parte di Sky, non è fruibile completamente in Italia attraverso nessuna piattaforma.

Riserviamo una breve menzione anche al suo The love of Books, a Sarajevo Story, (2011) ma lo reputiamo un caso a parte e tralasciamo un’analisi più approfondita: si tratta di un discreto lavoro ma forse è il meno personale di tutti: l’utilizzo di carrellate circolari attorno ai protagonisti mentre parlano contrasta con le inquadrature fisse di tutti i suoi lavori seguenti, la musica invadente e stereotipata, mentre risulta sempre avvincente e coinvolgente in altri lavori, una ricostruzione con attori ben fatta, ma leggermente stridente rispetto alle testimonianze, ed in generale, una parte visiva non ispiratissima: tutti indizi di un lavoro su commissione svolto senza particolare estro creativo.

Dove trovare i documentari di Hobkinson citati in questo articolo:

Hunter, Lover, Killer (2024): Netflix
Misha And The Wolves (2021): Netflix
Fear City, New York contro la Mafia (2020): Netflix
Devil’s Advocate, The mostly true of Giovanni di Stefano (2022): Sky
The Confession (2022): Prime Video
The Kleptocrats (2018): TubeTv (serve una VPN)
Who Killed Mrs De Repp? (2007): Youtube
The love of Books, a Sarajevo story (2011): Youtube

 

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