In un’ epoca come questa, nella quale il racconto, nello specifico quello cinematografico, sembra avere il respiro dal fiato corto di un minimalismo talvolta punitivo con l’evanescente allure dell’autorialità a giustificarne lo status o l’ingessata magniloquenza di un programmatico e rutilante spettacolo (aggiornando il packaging della messa in scena su storie ormai consumate in tutti le possibili versioni sequel o spin off), Orfeo, audace opera prima di Virgilio Villoresi, condensa lo spessore del suo immaginario, che potrebbe aprire ad almeno altri dieci film, nella millimetrica durata di 74 minuti. Si distingue per il fatto che è un film italiano non schiacciato tra l’imitazione delle due tendenze sopra esposte, ma persegue una strada molto personale, una prospettiva altra che si presenta nella densa, artigianale tenuta di un piccolo vaso di Pandora , restando nel campo dei rimandi mitologi, pronto a spalancare le porte di un’aggraziata meraviglia, con il concetto di grazia inteso nell’accezione tutta umana di quella posseduta di Duke Ellington, l’uomo e l’artista. Proprio come Ellington, anche l’Orfeo rivisitazione del mito greco (della cui struttura mantiene l’assenza di una precisa connotazione storica e temporale), fa il pianista, in un locale notturno e fumoso, con l’’atmosfera jazzata e malinconica di una luce almost blue. E se nella riscrittura che ne aveva fatto Dino Buzzati con la graphic novel Poema a fumetti, “Orfi” era un cantautore rock più in linea con le pulsioni e i sentimenti dell’epoca in cui era stato realizzato (1969), questa volta possiede, anche nel suono della sua musica e nel modo di eseguirla, una tensione struggente rivolta a qualcosa, anzi a qualcuno, che ancora non ha mai conosciuto, ma che sembra già aver perduto nella profondità di un sepolcro.

L ‘incontro e la separazione da Euridice, qui ribattezzata Eura, nell’attraversamento e nel ritorno dall’aldilà, viene trattato come un “pretesto”, nel suo duplice significato: è infatti l’escamotage e insieme l’’opportunità, la parvenza e anche la sostanza di un viaggio multidimensionale dentro varie le varie forme della rappresentazione. E il fulcro intorno a cui esse girano, il più ricco di prospettive sonore e visive, non può che essere l ‘archetipico legame tra Eros e Thanatos, i due misteri più penetrabili in una chiave lirica/poetica e meno intellegibili dai codici di un linguaggio razionale; l’amore e la morte, che vengono qui celebrati nella loro espressione più esaltante e fantasmagorica (Fantasmagoria è anche il nome della casa di produzione dello stesso Villoresi), si intrecciano sulla partitura dell’immaginazione Orfeo, sull’intuitiva spinta, coltivata fin da bambino, a comporre non tanto delle storie , nonostante la presenza di una voce-off utilizzata in una maniera espressionista e non narrativa, ma veri e propri mondi in connessione con i moti del suo sentire. La villa, forse disabitata, di fronte casa sua è il primo strumento ad essere spalancato, trasformato, reso scenario delle iperboli visuali scaturite come necessario e spontaneo prolungamento del suo desiderio.
E, citando l’Hannibal Lecter de Il silenzio degli innocenti, cominciamo a desiderare osservando le cose che ci sono più vicine, anche se la psicosi che può derivare dal non riuscire a mettere insieme la realtà e la sua trasfigurazione immaginifica non produce, in questo caso, il profilo di un serial killer. Orfeo è un dolce visionario dai tratti tardo fanciulleschi, che in Eura non trova la vittima di un’ossessione eternizzata, ma l’incarnazione di un sogno lungo un giorno da riprodurre e da rivivere, come un accordo perpetuo, senza fine. Quando al tramonto di uno di quei giorni, dopo l’idilliaca comunione in una baita di montagna, la ragazza è richiamata dalla roboante manifestazione acustica di un suono, che sembra essere prodotto dalle minacciose sirene di un fabbrica o di un allarme bombardamento, ad attraversare proprio la porta della villa spettrale ed enigmatica, dirimpettaia all’abitazione del suo innamorato; e Orfeo, dopo l’iniziale sconforto, non potrà che tentare di accedervi abbandonando il bisogno di comprendere secondo i limiti e le possibilità della sfera conoscitiva , per seguire l’intuizione e l’ispirazione dell’artista nel corpo a corpo materializzato e smaterializzato con la dimensione del sovrannaturale.

È a questo punto, nella descrizione di un inferno composto dal punto di vista formale dall’eterogena copresenza di baroccheggianti ghirigori ed essenziali linee di decor, labirintici passaggi e stanze dalle prospettive circolari che Villoresi concepisce lo spazio di una creatività libera nelle associazioni e nei riferimenti; questi ultimi possono spaziare dalla plastica e mortifera animazione in stop motion delle opere più dark di Tim Burton alle scenografie art déco della Cleopatra di Joseph Mankiewicz, dall’onirismo immersivo e atmosferico di Federico Fellini alla clownesca e surreale fisicità di Maurizio Nichetti, passando per le suggestioni metafisiche di Giorgio De Chirico. Non si tratta, però della costruzione estetizzante dell’altro mondo come accesso privilegiato e colto a un esercizio di stile. Proprio grazie alla non prolungata durata, Orfeo/Virgilio (curiosa questa risonanza tra il nome del protagonista e quello del suo regista, entrambi traghettatori di allegorie religiose sul senso dell’arte come segno di intersecazione tra la vita e la morte, la sopportazione del dolore dell’una e il superamento dell’assolutezza dell’altra) mantiene il focus sul soggetto della sua impresa: il volto e il corpo vibranti di Eura, che si fa riflesso di un Fantasma d’amore nell’acconciatura chignon alla Romy Schneider nell’omonimo film di Dino Risi ( altra ghost story sui ritorni e sugli sconfinamenti post mortem di una nostalgia sentimentale).

E la vertigine metacinematografica aumenta nel sapere che la madre del regista era stata una ballerina, esattamente come il personaggio di Eura, e che il repertorio in Super8, inserito nel montaggio affianco alle riprese effettuate di una compagnia di danza, appartiene all’archivio personale di Villoresi. Spezzoni mnemonici di pellicola digitalizzata che permettono all’armonia e alla bellezza di quel gesto artistico di manifestarsi nella percezione dello spettatore, per interposta la visione di Orfeo e della sua perduta infatuazione che ha già lo spessore di un vissuto emotivamente elaborato e proiettato dietro la porta di un teatro, di una casa, di un paradisiaco camerino o di un antro infernale. Sembra di ascoltare le parole di una canzone della cantautrice americana Tori Amos, rivolte alla madre: “Madre lascia le luci della macchina accese nel caso mi piacesse ballare”. Immagini che introducono il referente della realtà, non per negare e ridimensionare il primato dell’immaginazione al potere, ma per restituire lo spiazzante e ipnotico impatto di una sorta di realismo magico, che espande lo statuto documentale del found footage, in un gioco dialettico con focali e filtri, fino al picco sublime di un ricordo esperito, sognato o immaginato. Certamente c’è il rischio di precipitare troppo nella consolazione e nella figurazione della meraviglia, nel subire le perizia dell’allestimento con un atteggiamento di sterile ammirazione. Ma questo è un film che indica la luna e che dunque richiede un’attenzione a come si guarda, e non al cosa, per quanto possa essere il dito più ornamentato e impreziosito che ci sia.
Presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia (Fuori Concorso).
In sala dal 27 novembre 2025.
Orfeo – Regia: Virgilio Villoresi; sceneggiatura: Alberto Fornari, Virgilio Villoresi dal romanzo Poema a fumetti di Dino Buzzati; fotografia: Marco De Pasquale; montaggio: Virgilio Villoresi; scenografia: Riccardo Carelli, Federica Locatelli; musica: Angelo Trabace; interpreti: Luca Vergoni, Giulia Maenza, Aomi Muyock, Vinicio Marchioni; produzione: Virgilio Villoresi, Enrico Maria Vernaglione, Greta Rossi, Alessandro Brevario, Giulio Sangiorgio per Fantasmagoria; origine: Italia, 2025; durata: 74 minuti.
