Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio di Anne-Marie Jacir (2025)

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio. Voto *** Insieme a With Hasan in Gaza (2025) di Kamal Aljafari e in attesa che esca lo sconvolgente doc Naza ora premiato a Venezia, il film di Anne-Marie Jacir ora in sala ricostruisce le radici storiche della tragica situazione in Medio Oriente. 

C’è un vento che torna da lontano e soffia tra le immagini di Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio, il film più maturo e visionario della palestinese Anne-Marie Jacir giunta al suo quarto lungometraggio. È il vento del 1936, anno della grande rivolta araba in Palestina, quando i contadini insorsero contro il dominio britannico e contro la lenta, inesorabile espropriazione delle loro terre. Un vento di sabbia, memoria e dignità che attraversa la storia come una voce che rifiuta di essere sepolta.

In questo paesaggio attraversato da soldati e coloni, la regista pone al centro una figura femminile luminosa e indomita: Leila, giovane giornalista di Gerusalemme, donna libera in un mondo che la vorrebbe muta. La sua presenza è una breccia, una fenditura nel silenzio. Con il suo taccuino, Leila documenta ciò che accade nei villaggi: le vessazioni quotidiane, gli ordini di sgombero, le terre confiscate e recintate, gli ulivi abbattuti e i campi incendiati dai coloni sotto la protezione delle truppe britanniche.

Jacir fa di Leila non solo una testimone, ma una coscienza in Palestina 36. La macchina da presa la segue mentre attraversa strade e frontiere, raccoglie storie, ascolta le donne che hanno perso la casa, gli uomini che stringono in mano la chiave di un cortile ormai distrutto. Scrive per resistere, per non permettere che la verità venga sepolta. Ogni parola, nel suo taccuino, è un atto di ribellione.

In lei si fondono la lucidità della cronista e la vulnerabilità di chi sente di appartenere a una causa più grande di sé. È una figura progressista e anacronistica, una donna che anticipa il futuro: capace di guardare al mondo con la ferocia dell’intelligenza e la pietà dell’empatia. Nelle sue pagine la storia della Palestina prende forma non come un racconto politico, ma come un poema civile. “I fatti sono già una presa di posizione,” le dice un ufficiale britannico; e lei risponde, con voce ferma: «I fatti diventano giustizia solo quando qualcuno osa scriverli».

La regia di Palestina 36 è limpida, intensa, e sempre rispettosa dei silenzi. La fotografia di Hélène Louvart trasforma la Palestina del Mandato in un luogo sospeso tra il documento e il sogno: i villaggi di pietra, la polvere che si alza dalle strade, i tramonti aranciati che sembrano custodire la memoria dei secoli. Ogni inquadratura è un frammento di resistenza.

Leila diventa così la personificazione stessa della terra che racconta: osservata, violata, ma ancora viva. Come la Palestina, è costretta a difendere il proprio spazio, il diritto alla parola, l’identità negata. Nel suo desiderio di libertà femminile e collettiva si intrecciano i temi centrali del film: il colonialismo come ferita ancora aperta, la scrittura come forma di sopravvivenza, il femminile come luogo di verità.

Jacir non cede alla retorica: la sua narrazione procede per immagini poetiche e precise, per gesti piccoli che rivelano l’immensità della perdita. Un contadino mostra le mani callose e dice a Leila: «Non scrivere che mi hanno tolto la terra. Scrivi che mi hanno tolto l’ombra degli alberi.»
In quella frase sta l’essenza del film — un dolore antico che diventa parola, una parola che diventa memoria.

Palestina 36Palestina 36 è un film politico nel senso più alto: non proclama, ma ascolta.

Racconta la spoliazione e la resistenza, ma anche la grazia di chi continua a vivere, a scrivere, ad amare in mezzo alla distruzione. È un film sulla memoria come atto di libertà, sulla capacità del cinema di ridare volto a ciò che la storia tende a cancellare.

Nel finale, Leila, costretta a fuggire da un villaggio in fiamme, si volta e guarda la pianura che arde. La voce fuori campo, quasi un sussurro, dice: “Scriverò finché avrò voce.”
È un epilogo di struggente bellezza, che fa di lei non solo un personaggio, ma un simbolo: la donna che scrive contro l’oblio, la parola che sfida il potere, la memoria che continua a camminare nella sabbia.

Con questo Palestina 36,  la regista palestinese costruisce un ponte tra passato e presente, tra lotta e poesia. È un film che parla della Palestina, ma anche di tutte le terre espropriate, di tutte le donne che hanno scelto la parola invece del silenzio.
E quando la luce si spegne, resta nell’aria la sensazione che Leila — con la sua penna, la sua voce, il suo coraggio — non appartenga più solo al 1936, ma a ogni tempo in cui dire la verità è ancora un gesto rivoluzionario.

In anteprima italiana alla Festa di Roma 2025  (sezione Grand Public).
In sala dal 10 settembre 2026


Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio (Palestine 36) – Regia: Annemarie Jacir; sceneggiatura: Annemarie Jacir, Ossama Bawardi; fotografia: Hélène Louvart; montaggio:Véronique Lange; musica: Le Trio Joubran; scenografia: Nael Kanj; interpreti: Maisa Abd Elhadi (Leila), Hiam Abbass (Afra); Saleh Bakri (Yusuf); Jeremy Irons (colonnello MacPherson); Liam Cunningham (Richard Hall); Karim Daoud Anaya (Yusuf giovane), Yasmine Al Massri (Nawal); Ahmad Malek (Khaled); produzione: Ossama Bawardi, Marianne Khoury per Philistine Films, Misr International Films; origine: Palestina/Gb/Francia/Danimarca/Norvegia/Qatar/Arabia Saudita, 2025; durata: 118 minuti; distribuzione: Wanted Cinema.

 


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