«Siamo creature destinate al piano orizzontale, a vivere con i piedi per terra, eppure – e perciò – aspiriamo ad elevarci. Alcuni di noi lo fanno attraverso l’arte, altri con la religione; nove su dieci con l’amore. Ma se è vero che possiamo elevarci, allo stesso modo rischiamo di precipitare» (Julian Barnes, Livelli di vita).
Con queste parole a cui segue la significativa, pessimistica frase «non sono molti gli atterraggi morbidi», con questa citazione si apre, appunto, l’opera-prima di Sara Fgaier che ad agosto aveva vissuto la sua anteprima al Concorso del Festival di Locarno. E non è un caso, dato che il libro (Einaudi, Torino 2013) dello scrittore e saggista britannico post-modern Julian Barnes ha profondamente influenzato, a detta della stessa regista italo-marocchina, questo suo debutto poco usuale, originale, a tratti sorprendente. In più bisogna aggiungere che la nostra autrice ha lavorato e collaborato per molti anni in particolare con Pietro Marcello e dopo diversi cortometraggi si è sentita matura per il salto nel lungometraggio.
E dunque, tenendo a mente i nomi e l’insegnamento di Barnes e Marcello che si va chiarendo l’orizzonte intellettuale e il background su cui è costruito Sulla terra leggeri. Aggiungiamo ancora una citazione dal libro sopracitato: «Abbiamo perso le antiche metafore e dobbiamo trovarne di nuove. Noi non possiamo scendere laggiù come Orfeo [a trovare Euridice]. Perciò dobbiamo farlo in modo diverso, riportarla indietro in modo diverso. Possiamo ancora scendere dentro i sogni. E possiamo scendere nella memoria».
L’amore. I sogni. Il viaggio. E la memoria, appunto. Il cinema della memoria, per esempio, quello di Alain Resnais, per esempio l’epocale Hiroshima mon amour (1959), ha costituito uno dei pilastri fondanti della modernità cinematografica, rispetto a cui il modo del racconto filmico è cambiato in maniera radicale. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti ma soprattutto oggi, in un’epoca di profondo conservatorismo intellettuale e produttivo, pochi – e ancor meno nel nostro paese – sono coloro che vogliono uscire dal seminato del già visto e del già noto, del mainstream. Il merito non piccolo di Sara Fgaier è stato, appunto, quello di aver provato ad abbandonare le strade più ordinarie, per sperimentare qualcosa di diverso, di maggiormente ambizioso. Magari non c’è riuscita in pieno ma ci ha provato – e di ciò bisogna darle atto e riconoscerne il merito.

Ma veniamo al film: subito dopo il citato cartello iniziale, ci ritroviamo d’emblée in una stanza con una bara; tra i congiunti che attendono al funerale, scorgiamo una giovane ragazza addolorata, Miriam (Sara Serraiocco) e un uomo sessantenne, suo padre, che vaga sperduto, quasi in stato ipnotico, per la casa. Gian (Andrea Renzi), questo il suo nome, di professione professore universitario di etnomusicologia, ha appena subito un devastante trauma per la morte della compagna, un trauma che gli ha fatto perdere la memoria. In preda a questa amnesia dissociativa, stenta persino a riconoscere la figlia Miriam e il nipotino Elyas che vanno a vivere da lui per aiutarlo in questo tragico momento di assoluto buio esistenziale. Per cercare di scuoterlo da tale condizione, la ragazza gli consegna un vecchio diario scritto a vent’anni ricco di eventi, descrizioni, pensieri e tanti sogni, tutti centrati sulla figura di una misteriosa, affascinante ragazza franco-tunisina, Leila (Lise Lomi), che fa l’aviatrice e con cui il giovane Gian (Emilio Francis Scarpa) aveva scoperto l’amore con la A maiuscola nel giro di una notte. E così, piano piano, la lettura di quelle pagine degli anni Ottanta, con tutto ciò che esse evocano, permetteranno all’uomo di arrivare a recuperare la memoria e a provare (si spera) ad elaborare il lutto.

Tutto il film è costruito dunque sull’alternanza delle epoche – in su e giù nel tempo, dal presente al periodo felice e tormentato di quell’epoca lontana in cui era nata e si era dipanata una complessa, a tratti disperata, storia d’amore; con tanto di un mancato appuntamento a Tunisi, la passione di Leila per il volo, il rincorrersi e il perdersi attraverso missive che sono delle “cartografie dell’anima” e un’unica polaroid dei giovani amanti scattata sulla spiaggia dell’incontro fatale da un turista di passaggio. Per narrare questa storia se si vuole di “ordinario” amour fou che tante volte abbiamo conosciuto dal cinema francese, Sara Fgaier usa un metodo a collage, con un ripetuto sovrapporsi e intrecciarsi, in un puzzle filmico, di immagini dal reale insieme a materiale d’archivio e/o documentario, per ricreare e farci rivivere il mondo fantasmatico del protagonista, gli incunaboli della sua passione, grande quanto disperata.

Sulla terra leggeri, dunque, è un film originale e poetico, fatto di molti silenzi e altrettante immagini associative in cui si vuol rendere, con l’aiuto di un abile montaggio, il vortice delle sensazioni e sentimenti dei protagonisti, e la loro complessa storia tra passato e presente. Oltre alla potente presenza scenica soprattutto di Andrea Renzi, bisogna ricordare ancora il decisivo apporto della cristallina fotografia di Alberto Fasulo o le musiche, in questo caso meno dissonanti e avanguardistiche di un tempo, di Carlo Crivelli.
Se un appunto finale, però, possiamo fare al film di Sara Fgaier è quello, forse, di lasciarsi, a volte, andare a un eccesso di sentimentalismo, a cesellare, con qualche sottolineatura di troppo e qualche tempo morto in più, i contorni delle sue figure. L’opera-prima della debuttante italo-tunisina comunque c’è, affascina spesso lo spettatore, mostrando talento e inventiva soprattutto quando sa cogliere la “giusta distanza” tra immagini e sentimenti. Speriamo, dunque, di tornare presto a incontrarla in occasione di un secondo lungometraggio.
In anteprima italiana al Med FF 2024
In sala dal 28 novembre 2024.
Sulla terra leggeri – Regia: Sara Fgaier; sceneggiatura: Sara Fgaier, Sabrina Cusano, Maurizio Buquicchio; fotografia: Alberto Fasulo; montaggio: Aline Hervé, Sara Fgaier, Enrica Gatto; musica: Carlo Crivelli; interpreti: Andrea Renzi (Gian), Sara Serraiocco, Emilio Francis Scarpa (Gian negli anni ’80), Lise Lomi (Leila negli anni ’80), Stefano Rossi Giordani (Gian negli anni ’90), Amira Chebli (Leila negli anni ’90), Elyas Turki (il bambino Elyas), Maria Fernanda Cândido (Leila nel presente), Nadia Kibout, Giada Di Palma, Najaa Bensaid, Laurent Marty, Santo-Pablo Krappmann, Maria Mangano, Lino Musella (voce); produzione: Limen, Avventurosa, Dugong films con Rai cinema; origine: Italia, 2024; durata: 95 minuti; Distribuzione: Luce Cinecittà.
