Teatro: Il Grande Inquisitore per la regia di Marinella Anclerio

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Perché hai iniziato tutto in modo così stupido?

Perché sono russo.

I giovani russi dell’800 si perdevano in bicchieri, non sempre pieni d’acqua. A volte di vodka e questioni eterne. E la questione eterna per eccellenza è la solita:

Dio esiste?

Effettivamente l’esistenza di Dio porta con sé grandi vantaggi, per l’esempio l’immortalità. Se lui c’è, c’è paradiso e purgatorio. Alla peggio, l’inferno. Comunque immortalità, che male non è anche se a temperature elevate e con diavoli saltellanti intorno. Il problema è che l’accettazione dell’immortalità, e quindi di Dio, porta con sé l’accettazione del mondo creato e quindi la creazione dell’Uomo. E io posso accettare l’esistenza dell’Uomo? Soprattutto, lo posso amare?

Lo posso amare da lontano, ma da vicino… da vicino, ecco.

Da lontano lo ama, Ivan Karamazov, uomo pronto a fare scacco matto a Dio e affrontare di petto l’anarchia seguita alla morte della divinità, gioirne e soffrirne. A fargli da confronto il fratello Alëša Karamazov: novizio dalla forte vocazione spirituale che deve credere in Dio e lo difende fino alla fine, in nome del perdono che può salvare tutto. I due fratelli s’incontrano prima del disastro, discutono in attesa di tè e marmellate di amarene: soltanto loro due, con un tavolino, una bottiglia di vodka in mezzo. Nell’aria un poema, il racconto dell’incontro tra Cristo e l’inquisitore. E il cadavere del padre ad attenderli.

Il Grande Inquisitore per la regia di Marinella Anclerio è uno spettacolo teatrale dalla scenografia minima (un tavolino, due sedie, uno strano reticolo di fili e pagine alle loro spalle) e due attori a calcare il palco: Flavio Albanese e Tony Marzolla, rispettivamente Ivan e Alëša. La durata si aggira intorno all’ora e ha dalla sua un’ottima interpretazione di Albanese – buona la forza che dà al personaggio – e una gestione ideale del linguaggio sporco e fluviale di Dostoevskij: la riproposizione efficace del pensiero dello scrittore russo vale il prezzo del biglietto. Le scene sono calcolate per non risultare troppo lunghe – con una giusta scelta generale tra pre-poema e poema – e i passaggi tra le scene sono ben scanditi, senza frette o ritardi o stonature.

Ciò che a tratti viene meno, invece, è la tensione che dovrebbe crescere tra i due e che una riproposizione teatrale richiede: Ivan è prorompente e argento vivo, Alëša è saggio e assennato, e tra i fratelli dovrebbe svilupparsi un confronto capace di portare con sé spettacolo e spettatore al seguito, peccato che ciò non avviene e si vive piuttosto di grandi ed efficaci guizzi che di un crescendo animato. Forse, la scenografia poteva dare una mano in tal senso e il soundtrack, spesso soltanto di passaggio tra le scene, pure.

Poco più di un mese fa Umberto Orsini portava al Vascello Le memorie di Ivan Karamazov, lo faceva in solitaria con una prestazione eccezionale e un tribunale, una chiesa, un pulpito, una cella a fargli da sfondo. Ma quello era un Ivan a giochi fatti, impazzito e perso nelle proprie memorie di un parricidio avvenuto decenni prima, questo è un Ivan che sta inconsapevolmente decretando la morte del proprio padre e nemmeno per mano sua.

Non è solo il padre a essere morto, lo è pure Dio. E il nichilismo non è il pianto di lutto bensì di commiserazione per l’assassino che ha ucciso e ne è inconsciamente sopravvissuto: l’uomo. Non che sia la prima volta che l’Uomo lo uccide: lo fece duemila anni fa quando Gesù ci diede la libertà ma che

Idea folle la libertà data a tutti, l’uomo non sa che farsene

lo fa il Grande Inquisitore nella Siviglia del 1500 quando il Cristo compie miracoli e viene spedito in cella, lo fa poi nelle vesti di Ivan Karamazov che guarda il fratello e lo giudica. Con lui giudica il cadavere di Dio e la possibilità che tutto alla fine sia permesso se l’Uomo è solo nell’universo. Quell’Uomo che appende con chiodi le orecchie delle persone agli steccati, quell’Uomo che manda cento levrieri a rincorrere un bambino, quell’Uomo che ammazza la figlia i cui vagiti gli disturbano il sonno. E che fanno Cristo e Alëša a questo Uomo? Lo baciano, lo stringono. Perché

L’uomo è troppo vasto, un mistero.

Eppure sta tutto lì, tanto piccolo è.

In scena fino al 23 novembre al Teatro Tordinona, Roma


Il Grande Inquisitore da I Fratelli Karamazov di F.M. Dostoevskijdrammaturgia e regia: Marinella Anaclerio; interpreti: Flavio Albanese, Tony Marzolla; impianto Scenico: Francesco Arrivo; costumi: Stefania Cempini; disegno luci: Christian Allegrini; assistente progetto: Loris Leoci; grafiche: Giuseppe Magrone; organizzazione: Dario Giliberti; produzione: Caterina Wierdis; compagnia: Compagnia del Sole.

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