Festival di Venezia (2- 12 settembre 2026): The Road to Jericho di Amos Gitai (Venice Open – Fuori Concorso)

The Road to Jericho. Voto ***(*). Un documentario/poema di un maestro del cinema israeliano, Amos Gitai, sulle tragedie della Storia – e della Palestina.

The Road to Jericho

Occorre essere grandi conoscitori dell’opera di Amos Gitai (chi scrive solo in parte lo è) per rendersi conto di quanto The Road to Jericho sia un film-compendio dell’opera, ma soprattutto dei temi, se vogliamo, delle ossessioni dell’ormai settantacinquenne registra israeliano. Aiutano i titoli di coda che citano una decina di film, di finzione e documentari, a cui il regista attinge e nel quale, come fantasmi, ricompaiono autori, registi, attrici, politici (Arthur Miller, Sam Fuller, Jeanne Moreau) che da tempo ci hanno lasciato. Politici, anzi politico, appunto, perché l’incontro più commovente, che Gitai ripropone è quello con Yitzak Rabin a cui anche in passato Gitai aveva dedicato molto spazio, perché – al pari di molti altri – il regista aveva visto in lui una concreta possibilità di pervenire a una vera pace, quanto di più lontano rispetto a quanto sta accadendo adesso (ricordiamo che uno dei film più famosi di Gitai s’intitola The Last Day of Yitzhak Rabin del 2015).

L’abilità di Gitai consiste tuttavia nella capacità di contemperare malinconica nostalgia e, se non gioiosa, quanto meno tenera utopia,  perché il cardine intorno a cui ruota buona parte di questo film è il villaggio di Khan-Al-Maar, il villaggio in Cisgiordania che ospita all’incirca 200 beduini palestinesi, la metà dei quali bambini. Forse qualcuno ricorderà che intorno alla sopravvivenza di questo villaggio, si scatenò una querelle internazionale – Parlamento Europeo, ONU, Alta Corte dell’Aja, Amnesty International-  che riuscì a convincere la spietata corte suprema israeliana (e di conseguenza il governo) a soprassedere all’infame decisione di smantellare il villaggio.

Intorno a questo cardine che è una chiara presa di posizione politica, ruotano immagini molto intense, in cui non necessariamente vengono cercate suture, Gitai dà vita a un montaggio associativo, dove è lo spettatore stesso che è invitato a costruirsi il proprio itinerario, non solo politico, ma anche squisitamente estetico (il film sembra proprio un poema), là dove la tragedia palestinese dà vita anche a spettacoli e installazioni. A me, in particolare, sono piaciute due cose, che vanno oltre il nobile auto-citazionismo di Gitai, la capacità di far dialogare macerie e rovine e – paradossalmente – il notevole spazio dedicato alla natura, le inquadrature delle montagne, con i loro colori ocra, rossastri, ciò che, da un lato, sembra voler dire: di fronte alla efferatezza delle forze di occupazione, alla disumanità dei politici che hanno in dispregio le vite umane e alcuni valori che si credevano fondamentali e impossibili da scalfire, la natura resta comunque qualcosa che scalfire non è possibile; dall’altro, in un senso forse diametralmente opposto, viene da domandarsi: è per questi insediamenti, in un paesaggio arido e desertico che si combatte? Sono davvero pochi gli intellettuali e gli artisti come Gitai che con tanta lucidità e tanto rigore non si rassegnano, non si piegano alle malvagità della Storia e della politica.

Il film ha anche l’indubitabile pregio di non “strapazzare” troppo il metodo e il montaggio, durando poco più di settanta minuti.


The Road to Jerichoregia: Amos Gitai; sceneggiatura: Amos Gitai, Marie-José Sanselme; fotografia: Dan Bronfeld; montaggio: Yuval Orr; interpreti: Irène Jacob, Jeanne Moreau, Arthur Miller, Samuel Fuller, Muhammad Abu Jihad, Mohamad Said Alarj, Sara Arneberg, Bahira Ablassi, Sarah Adler, Agnes Garval Lavi; produzione: Agav Films (Amos Gitai, Laurent Truchot), Laila Films (Itaï Tamir), AR Content (Alexander Rodnyansky), Ruth & Stephen Hendel, Mary & Luc Hardy, Vladimir Zemtsov, Intereurop (Laurent Truchot), Shuki Friedman; origine: Francia, Gran Bretagna 2026; durata: 76 minuti

 

 

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