Torino F.F.: Girasoli di Catrinel Marlon (Fuori Concorso)

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La missione del Torino Film Festival è la scoperta di nuovi talenti, fin dalla sua prima edizione (quando si chiamava ancora “Festival internazionale cinema giovani”), parola di Domenico De Gaetano, direttore del Museo nazionale del cinema. Accade così di fare la conoscenza di una donna dotata di un fascino ammaliante, che non attiene soltanto all’avvenenza che le ha permesso di diventare il volto nel mondo di Giorgio Armani e la testimonial di altre grandi case di moda. Si tratta di Catrinel Marlon, madrina della cerimonia di apertura di questa 41esima edizione ma anche regista esordiente del toccante Girasoli, opera prima inclusa fuori concorso nella sezione “La prima volta”.

Basato su una vicenda realmente accaduta, il film della Marlon racconta una storia di amore e psichiatria ambientata nell’Italia degli anni ’60, e interpretata da due giovani attrici dotate di empatica sensibilità: Gaia Girace e Mariarosaria Mingione. Accanto a loro, nel ruolo rispettivamente di un dottore retrivo e una dottoressa progressista, due attori molto più navigati come Pietro Ragusa e soprattutto Monica Guerritore.

Si narra la storia di Anna, giovane infermiera trasferita presso un ospedale psichiatrico pre-Legge Basaglia, dove assiste alle tipiche storture repressive di una medicina vetusta che considerava il disagio mentale non già come tale ma come una devianza sociale da reprimere con la forza. Ecco, dunque, il medico passatista convinto che ogni stravaganza si possa curare a furia di psicofarmaci, la suora cinica che esegue disciplinatamente pratiche di ordinario abbrutimento e persino infermieri machisti e maneschi. Di contro c’è l’ingenua vulnerabilità di Anna, orfana senza pelle che assorbe ogni manifestazione psicotica come un segnale di umanità, degno di essere compreso e possibilmente abbracciato. Esemplare da questo punto di vista la scena in cui i pazienti del reparto vengono coinvolti in un twist davvero liberatorio sulle note di una celeberrima hit di Edoardo Vianello. Tra i tanti sofferenti mentali, Anna viene colpita dal fascino vulnerato di Lucia, paziente al centro di una contesa terapeutica tra i due medici di cui sopra, con la quale nasce una struggente attrazione sentimentale.

Ciò che colpisce di questo esordio è la lucida sobrietà del suo stile che, pur non privo di alcune ovvie ingenuità, si dimostra molto maturo, nella trattazione di un tema così delicato, nella gestione di un cast di giovanissimi (e per lo più esordienti) e anche nelle scelte più squisitamente registiche che anche grazie alla collaborazione di un direttore della fotografia esperto come Fabio Zamarion stupiscono per l’originalità di sguardo.

La ragione di tale maturità per un absolute beginner che ha al suo attivo soltanto un cortometraggio realizzato l’anno scorso si deve alla veridicità del suo racconto che affonda le radici in esperienze realmente vissute dalla Marlon, nella natia Romania: sembra infatti che lei stessa sia stata protagonista di una peculiare sorta di orfanezza (è stata costretta a frequentare una struttura simile ad un orfanotrofio, usata da genitori che vi facevano ricorso per ragioni economiche), che ella ha trasferito nel character della giovane infermiera. La follia della paziente deriva invece dalla perdita di senno della zia della regista, devastata dal dolore per la perdita di un caro: in conseguenza di ciò, la giovane Catrinel si recava a trovarla in un ospedale psichiatrico popolato da pazienti del tutto simili a quelli che poi ha rappresentato sul grande schermo.

C’è poi stato lo studio scrupoloso della storia della psichiatria italiana, che ha come è noto prodotto storiche battaglie politiche che il 13 maggio 1978 hanno prodotto la legge 180, con la definitiva chiusura dei manicomi. La vicenda ha avuto una sua appendice cinematografica, col grande documentario del 1975 Matti da slegare realizzato dai giovanissimi Marco Bellocchio, Silvano Agosti (regista anche lui e poi storico animatore del cineclub romano Azzurro Scipioni) e da Stefano Rulli e Sandro Petraglia, una delle future coppie di sceneggiatori più significativa del nostro cinema.

Monica Guerritore

L’esordio di Catrinel Marlon non si riferisce a direttamente quella storica esperienza, che è però inevitabile patrimonio iconico di chiunque voglia provarsi a fare della cinematografia sulla sofferenza mentale, come gli invero pochi tentativi nostrani successivi (si segnala tra gli altri Si può fare, diretto da Giulio Manfredonia e interpretato da Claudio Bisio). A occhio e croce le reference di Girasoli parrebbero provenire piuttosto dalla produzione statunitense più recente, come Ragazze interrotte con Winona Ryder e Angelina Jolie, e soprattutto l’immortale Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman, da cui parrebbe esser stato mutuato il racconto di un tentativo di rivolta contro il sistema repressivo dell’istituto sanitario (e alcune altre tipiche dinamiche ospedaliere).

Ma al di là dei prestiti e dei retaggi più o meno dichiarati, Girasoli rimane un’opera prima esile ma dignitosa, di cui occorre sottolineare un merito indiscutibile: la spudorata autenticità dell’approccio (tra gli sceneggiatori anche l’esperta Heidrun Schleef). In tempi di film-cliché che ricercano il consenso del mercato intercettando il senso comune o adeguandosi su frusti pattern stilistici, non è poco.


CREDITS & CAST

Girasoli Regia: Catrinel Marlon; sceneggiatura: Catrinel Marlon, Francesca Nozzolillo, Heidrun Schleef; fotografia: Fabio Zamarion; montaggio: Massimo Quaglia; scenografia: Tonino Zera; interpreti: Gaia Girace, Mariarosaria Mingione; Pietro Ragusa, Monica Guerritore; produzione: Massimiliano Di Lodovico per Masi Film con Rai Cinema, con Mobra Film e Gapbusters, in associazione con Lumina MGR; origine: Italia/ Romania/ Belgio 2023; durata: 97 minuti; distribuzione: Europictures.

 

 

 

 

 

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