Tre sorelle – Cechov di Muta Imago

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Si sa che Čechov parla a vuoto. O meglio, fa lanciare ai suoi personaggi parole al soffitto che poi finiscono per planare melodrammaticamente sul palcoscenico. Chi affronta Cechov di petto, perciò, nel decadentismo compiaciuto si deve immergere, o comunque camminarci, mentre chi lo prende di taglio può cercare altro. Magari prendere quelle parole volanti e rimetterle in bocca ai personaggi, anzi, reimpiantarle nel cuore, precisamente nel petto:

Qui dentro c’è l’inferno. Qui, qui, qui!

E così l’astratto decadente si fa carne, per cercare la felicità.

La compagnia Muta Imago porta lo spettatore tra l’inferno materiale delle Tre sorelle, nel loro tentativo di ricostruirsi un paradiso nuovo, che non poggi sulla levità del passato. Lo fa delineando lo spazio teatrale attraverso una scenografia semplice e uno studiato movimento degli attori, e poi ricercando il carattere in ogni singola scena per mezzo della spettacolarità: globi luminosi, radio, telefoni, sfere stroboscopiche, tende, abat-jour. L’oggettistica, e l’uso che se ne fa, tra persecuzione e ricerca, diventa il mezzo per illuminare la stanza della propria anima e schiarire l’esterno che si muove confusamente attorno a loro: Maša, Olga e Irina.

C’è così tanta voglia di tornare a Mosca. La vita di provincia va dopotutto stretta, soprattutto a chi non ha più nulla, se non ricordi e una folla di soldati a riempire la casa. Maša è quella di mezzo, sposata in giovanissima età a un uomo che non ama; Olga è la maggiore, docente in un liceo femminile; Irina, la più piccola, fa “carriera” da telegrafista e poi diventa impiegata comunale. Le tre sorelle hanno un fratello brillante, innamorato di una che a loro simpatica non sta, che fa finire una festa alle ortiche e fa loro ricordare che il viso del padre e poi quello della madre ormai sono nel dimenticatoio:

Sto dimenticando la sua faccia. Succederà anche a noi, ci dimenticheranno.

Perché loro sanno fare «molte cose, ma di nessuno utilità», perché in loro c’è l’inferno e quindi è bene provare a

Crearsi un paradiso.

Prima che tutto precipiti, tra incendi e spari, e Mosca acquisisca la natura del miraggio.

Čechov ha dei suoi punti fissi, soprattutto il penultimo Čechov delle Tre sorelle (1900). Solitamente una costellazione di personaggi deboli e vinti dalle passioni ma al contempo morbosamente affascinati dalla decadenza. Le tre sorelle della compagnia Muta Imago, no. La decadenza la soffrono, ma non la sopportano. Certo, a volte languano al pensiero perché russe rimangono e l’astrattismo ha del vuoto nel quale è bello accoccolarsi, ma poi ci sono loro, il loro corpo e la volontà di andare verso altro, fuori dall’inferno, verso un paradiso che è luce. E l’uso della luce, nel crearla o rifletterla, nel domarla e riprodurla in vari tonalità, come nel cospargersene i vestiti (stupendi), diventa il simbolo di questa ricerca continua: prima proiettata sulle pareti della casa, poi portata in mano, infine come miraggio lontano nel quale volersi tuffare.

Oggetti sparsi, perimetro delimitato, movimenti fissi e ripetuti, soundtrack suonato dal vivo (Lorenzo Tomio), soltanto tre personaggi. Questi gli ingredienti che la compagnia mette sul palcoscenico per affrontare il tema identitario e quello del correre del tempo, ponendoli a confronto e cercandone una quadra che trova la sua dimensione nella spettacolarità della singola scena e lega le scene tra loro con la musica. Perché tutto avviene lì dentro, in quella casa, mentre attorno, all’esterno, il mondo si muove e vortica, ed è un mondo maschile che implicitamente si muove per schiacciarle e bruciarle.

Tre sorelle della compagnia Muta Imago è l’ennesima dimostrazione che quando il teatro passa dalle parole al corpo ne guadagna in universalità e profondità. Operare in tal senso su l’autore che della vanità dei gesti, come del vuoto di parole, fa il suo cavallo di battaglia è un’operazione interessante che trova qui riuscita nella capacità di comporre scene efficaci, spettacolari che s’imprimono negli occhi dello spettatore.

Dopotutto la felicità è come la luce, abbaglia, e se per una sorella si può avere solo «con il contagocce» e per un’altra sorella «la felicità la vedranno i nostri nipoti», e se tutte e tre si chiedono:

Perché viviamo?

Altre volte è sufficiente cercare la felicità nei posti più inaspettati, magari dietro delle tende, e andarci incontro sapendo che «qui è l’inferno», ma certo il paradiso non è perduto.

Spettacolo in scena fino al 14 maggio al Teatro India, Roma.


Tre sorelleČechov – Compagnia: Muta Imago; regista: Claudia Sorace; drammaturgia/suono: Riccardo Fazi; musiche originali eseguite dal vivo: Lorenzo Tomio; disegno scene: Paola Villani; direzione tecnica e luci: Maria Elena Fusacchia; costumi: Fiamma Benvignati; interpreti: Federica Dordei, Monica Piseddu, Arianna Pozzoli; amministrazione, organizzazione e produzione: Grazia Sgueglia, Silvia Parlani, Valentina Bertolino; foto di scena: Luigi Angelucci/Gaia Adducchio.

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