Verso gli Oscar: THE FATHER

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Il progressivo invecchiamento della popolazione mondiale, soprattutto di quella occidentale, sta ormai facendo nascere al cinema un nuovo sottogenere che non possiamo non chiamare con il suo vero nome, ovvero “Alzheimer Film”. Soltanto negli ultimi dieci-quindici anni di film sul tema, di svariato livello, ne sono usciti diversi. A memoria: Still Alice The Iron Lady Ella & John Amour . A questi, indagando, se ne dovrebbero aggiungere almeno altrettanti: Lontano da lei Iris, un amore vero Una sconfinata giovinezza . Dopodiché sarebbe necessario entrare un po’ più nello specifico e differenziare fra Alzheimer e demenza, che sono notoriamente due fattispecie cliniche totalmente diverse e ovviamente distinguere i vari livelli di gravità, anticipando fin da adesso che sul piano squisitamente drammaturgico, a voler mantenere un minimo di credibilità realistica, funziona solo la riproduzione della fase iniziale, della fase degenerativa, mentre la fase in cui la malattia si è stabilizzata al peggio non presenta la minima attrattività sul piano estetico. Anche se poi l’arte ci insegna che la rappresentazione delle malattie finisce quasi sempre per prescindere da paradigmi realistici. Tornando all’Alzheimer o alla demenza, queste malattie stanno lentamente diventando, diciamolo, una sfida interpretativa a forte rischio di manierismo che permettono ad attori, nella gran parte dei casi non più giovanissimi, di dare un saggio, spesso sontuoso, delle loro capacità di calarsi in figure che la fortuna ha permesso loro di poter raffigurare/immaginare senza aver sperimentato sulla propria pelle la gravità della relativa condizione patologica. D’altra parte, già il teatro e il melodramma sono pieni, ad esempio, di folli e la scena di follia è un sotto-genere nel teatro lirico, pensiamo a Lucia di Lammermoor o alla Sonnambula o al Macbeth . A teatro, fin dall’antica Grecia, le scene di follia sono frequenti; il solo Shakespeare di esempi ne vanta parecchi, se poi cerchiamo la compresenza di follia (malattia) e vecchiaia e per di più di un padre, ecco che ci troviamo nelle immediate vicinanze del Re Lear . Che è poi l’opera alla quale vien fatto di paragonare il film (e prima ancora l’opera teatrale) The Father (originariamente: Le père ) di Florian Zeller. Parigino quarantaduenne, Zeller ha scritto Le père poco meno di dieci anni fa nel 2012, a soli trentatré anni, settimo play su un totale di dodici scritti fin qui: questo è stato con certezza il suo più celebre, prova ne sia che è stato tradotto e allestito un po’ dappertutto e che viene unanimemente considerato come uno dei pezzi teatrali migliori dell’ultimo decennio. In Inghilterra lo ha adattato una vecchia volpe dei palcoscenici e della settima arte come Christopher Hampton. Anche in Italia è stato allestito con Alessandro Haber e Lucrezia Lante della Rovere nei ruoli, appunto, del padre e della figlia. Adesso, per meglio dire, nel 2019, Zeller insieme a Hampton lo ha trasposto anche al cinema avvalendosi di due attori del calibro di Anthony Hopkins e Olivia Colman, la prima del film risale a Sundance, gennaio del 2020, al cinema Zeller non ci è mai arrivato. In Italia, speriamo presto, uscirà con il titolo The Father – Nulla è come sembra per la Bim Distribuzione.

Hopkins è semplicemente stupendo in un ruolo che, come si diceva, sembra fatto apposta per esaltare le capacità attoriali di un mostro sacro avanti con gli anni (Hopkins ne aveva 82 nel 2019). E anche Olivia Colman è bravissima a pestare sui tasti dello stupore e della rabbia, della pena e della tenerezza. Come molti film sull’Alzheimer, pensiamo di nuovo ad Amour di Michael Haneke, gran parte del film si svolge in casa, dove hanno inizio le prime défaillance del protagonista, c’è forse una segreta vicinanza fra Alzheimer Film e Kammerspiel, probabilmente. Ciò finisce, tuttavia, per condizionare anche i movimenti di macchina (quanti carrelli in avanti, quanti carrelli all’indietro alla/dalla stanza del padre!), riconducendo il plot alla sua teatralità d’origine. Il valore aggiunto di Le père, inteso come play, è l’utilizzo di una prospettiva narrativa cangiante, fra una narrazione “oggettiva”, e una narrazione “soggettiva”, ovvero dalla prospettiva del padre malato con tutte dunque le allucinazioni del caso, ciò che suscita nello spettatore la necessità di un continuo riposizionamento, una incessante sospensione. Questo, lo ripetiamo, vale in prima battuta per il play; che la trasposizione cinematografica del plot produca un sensibile valore aggiunto forse è troppo dire. Non a caso fra le 6 nomination di The Father, la regia non c’è. Ci sono, com’è ovvio, Hopkins (il più anziano attore di sempre a riceverla) e Colman, poi il film nel suo insieme (Best Picture), la sceneggiatura non originale di Hampton e Zeller, il montaggio e il production design. Bella la musica, quella extradiegetica di Ludovico Einaudi, quella diegetica arie d’opera, non a caso: What Power Art Thou dal King Arthur di Henry Purcell, non a caso il Genio del Freddo, il freddo che sta arrivando, e Je crois entendre encore da Les Pêcheurs de Perles di Georges Bizet, non a caso un inno al ricordo, il ricordo che sta svanendo.


The Father – Regia: Florian Zeller; sceneggiatura: Florian Zeller, Christopher Hampton; fotografia: Ben Smithard; montaggio: Giorgios Lamprinos interpreti: Anthony Hopkins (Anthony), Olivia Colman (Anne), Mark Gatiss (l’uomo), Imogen Poots (Laura), Rufus Sewell (Paul), Olivia Williams (la donna); produzione: F comme Films, Trademark Films, Cine@, AG Studios origine: Francia, Inghilterra 2019; durata: 97’.

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