Verso gli Oscar: THE SOUL

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Dopo Up (2010) e Inside Out (2016), c’è il “rischio”, molto prevedibile, che il regista e sceneggiatore Pete Docter (cfr il nostro reportage dalla Festa di Roma 2020http://www.close-up.it/festa-di-rom…) – attivo nell’universo disneyano dai gloriosi tempi di Toy Story – s’impadronisca del suo terzo Oscar. Una volta terminata la visione di Soul (disponibile su Disney+) oltre che in DVD, Blu-Ray e download digitale), stentiamo a tornare sulla terraferma: la sensazione è quella che si prova svegliandosi da un sogno irrequieto di cui si fatica a ricostruire la fisionomia. Per ogni film d’animazione che si rispetti, questo strano stato d’animo è, in un certo senso, l’unica vera prova del nove da superare: solo se lo spettatore stenta a ricollegarsi con la propria quotidianità fisica, la pellicola può dirsi riuscita. Nata come una falange di un piccolo grande microcosmo, la Pixar Animation Studios si conferma legittima erede del leggendario padre Walt, dell’ambizione testarda che ne contraddistingueva il lavoro, dell’inquietante linguaggio cinematografico da cui si generarono i meravigliosi incubi di Fantasia (1940). A danzare sul bizzarro palcoscenico non sono personaggi in carne ed ossa, né tantomeno le loro protesi caricaturali: per articolare su grande schermo ciò che fa di un bambino un uomo e di un uomo un bambino, non basta abbozzare qualche creatura banalmente antropomorfa – una lezione che Disney si premura ad insegnarci ancora oggi.

La trama dell’ultimo lungometraggio autografato dalla coppia vincente Pete DocterKemp Powers (produttore, fra l’altro, del recente One Night in Miami ) (http://www.close-up.it/one-night-in…) non potrebbe essere sintetizzata in poche righe, perché si abbandona a sé stessa e alle sue innumerevoli potenzialità di realizzazione. Il sipario si alza, gettandoci in una New York contemporanea e insieme sospesa al di sopra delle coordinate narrative con cui usiamo mappare la Storia: ci sono i grattacieli, c’è il traffico indiavolato, c’è la strada assolata e caotica, ci sono orde frenetiche di persone che corrono da una parte all’altra senza mai fermarsi. E, ovviamente, c’è il jazz, croce e delizia dell’intera metropoli e anche del nostro protagonista Joe Garder. Quest’ultimo, un musicista fallito di mezz’età costretto ad insegnare in una piccola scuola media per sbancare il lunario, potrebbe apparire come l’eroe insolito di una favola insolita – peccato che il film non segua la logica fiabesca del tradizionale racconto per ragazzi.

La routine di Joe scorre imperturbabile senza mai scostarsi di un millimetro dalla malinconica mediocrità che la contraddistingue: a completare il quadretto s’affacciano l’amorevole dispotismo della madre Libba, l’indifferente e forzato cinismo degli allievi adolescenti, la consapevole arroganza della nota sassofonista Dorothea Williams. Certo, l’imprevisto è dietro l’angolo, ma si adatta perfettamente alla tragicommedia in cui l’insicuro maestro si ritrova rinchiuso: all’alba del suo debutto sulle scene dell’Half Note, il locale più in voga fra i jazzisti della città, Joe precipita in un tombino e muore. L’aldilà sembra essere un tema caro a Docter: lo ritroviamo fra le porte di Monsters & Co. , nella discarica lunare di WALL•E , nell’ascensione del burbero Carl Fredricksen verso le Cascate Paradiso. E, a proposito di Up , si può quasi dire che il regista si diverta ad improvvisare una variazione sulla stessa melodia: nel giro dei primi quindici minuti, la scontrosa anima di Joe cercherà in tutti i modi di disertare il destino a cui è segnata, ma la sua fuga viene interrotta dall’irruzione del classico terzo incomodo, qui nei panni di un’entità ribelle che non vuole nascere. L’incontro fra i due segnerà l’inizio di un lunghissimo viaggio nelle profondità più recondite della vita e dell’essere umano, inscenando un percorso di formazione al termine del quale nessun personaggio sentirà più il bisogno di scappare.

Ciò che colpisce è lo spirito visionario e selvaggio del film che ne regola il respiro: la penna degli illustratori si abbandona ad un flusso ininterrotto di immagini e suoni che hanno un senso per il solo fatto di muoversi sui nostri monitor. Docter e Powers plasmano un idioma universale, attribuendo ad ogni sentimento e ad ogni paradigma esistenziale un volto e un carattere ben precisi, ma che con l’uomo non hanno quasi niente a che fare. I registi “jazzano” l’invisibile rendendolo visibile, l’Oltremondo di Soul è pura astrazione, pura linea, puro colore, pura musica, e proprio questa purezza lo allaccia indissolubilmente alla realtà. Il lungometraggio riporta alla luce i colossali esperimenti del primo Disney e, teniamo a ripeterlo, di quel sogno grandioso e incompreso che è stato Fantasia. Quasi recitasse il ruolo dello spettatore medio, Joe Gardner entra nello sgabuzzino di Yen Sid (il mago-demiurgo del famoso episodio L’apprendista stregone ) e ne scopre le pericolose meraviglie, rischiando di finirne divorato – come succede alle anime che fanno delle proprie passioni un’ossessione e come, forse, accadde al vecchio e immortale padre Walt.


Soul – Regia: Pete Docter, Kemp Powers; sceneggiatura: Pete Docter, Kemp Powers, Mike Jones; interpreti: Jamie Foxx (Joe Gardner/Mr. Muffola), Tina Fey (22/Joe Gardner), Questlove (Curley), Phylicia Rashad (Libba Gardner), Daveed Diggs (Paul), Angela Bassett (Dorothea Williams), Graham Norton (Spartivento), Rachel House (Terry), Richard Ayoade (Jerry 1), Alice Braga (Jerry 2), Wes Studi (Jerry 3), Fortune Feimstere (Jerry 4), Zenobia Shroff (Jerry 5), Donnell Rawlings (Dez), June Squibb (Gerel), Esther Chae (Miho), Cody Chesnutt (Cantante nella metropolitana), Cora Champommier (Connie), Margo Hall (Melba), Rhodessa Jones (Lulu), Sakina Jaffrey (Dottoressa), Calum Grant (Gestore del fondo speculativo), Laura Mooney (Proprietaria di Mr. Muffola), Peggy Flood (Marge), Ochuwa Oghie (Pirouette Delvento), Jeannie Tirado (preside Arrayo), Cathy Cavadini (Sognaluna Dibrezza); produzione: Pixar Animation Studios, Walt Disney Pictures; origine: USA 2020; durata: 101’.

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