The Eyes of Tammy Faye

  • Voto
3

Quanto piace agli americani (produttori, registi, sceneggiatori) provocare cambiamenti assoluti al corpo degli attori fino a stravolgerli sotto chili di cerone e silicone incollato con assoluta abilità da truccatori in estenuanti sessioni di make-up,pur di diventare il più simili possibile alla persona umana originale che andranno a interpretare in un film tratto da una storia vera. Pacino, de Niro , Brad Pitt (nel nostro piccolo, Pierfrancesco Favino mascherato da Craxi per Gianni Amelio in Hammamet, 2020), gli attori a un certo punto della carriera desiderano mettersi alla prova con esperimenti fisici al limite della salute  – ad esempio il dimagrimento ossessivo di Christian Bale in L’uomo senza sonno di Brad Anderson (2004) ; i chili presi da Renée Zellweger per diventare una depressa e bulimica trentenne single ne Il diario di Bridget Jones di Sharon Maguire (2001); o ancor prima il già citato de Niro pompato di muscoli per interpretare il pugile Jake LaMotta in Toro scatenato nel capolavoro di Martin Scorsese (1980) – ma se ne potrebbero citare molti ancora. Spesso vale loro dei premi prestigiosi, addirittura delle statuette dorate come migliore interpretazione.

Alcune volte però le trasformazioni vistose sul viso di una bella donna distraggono lo spettatore dalla immedesimazione al punto da far fatica a seguire con empatia le vicende di sofferenza dei protagonisti. È questo il caso della bellissima Jessica Chastain in The eyes of Tammy Faye  di Michael Showalter che apre la Festa di Roma 2021: la pellicola comincia, dopo i titoli di testa, con una inquadratura strettissima sugli occhi truccati in argento, incoronati da ciglia finte senza fine, al posto delle sopracciglia una riga scura disegnata. Si parte dalla fine, la protagonista è adulta, infelice, caduta nel dimenticatoio: nello specchio, a qualcuno che vuole truccarla per una messa in onda, dice (più o meno): “toglimi pure il fondotinta ma sulle labbra ho la riga permanente e dagli occhi no, non puoi togliere le ciglia finte, non puoi alleggerire l’ombretto o il mascara perché i miei occhi sono il mio distintivo”.

Nell’America degli anni Cinquanta Tammy Faye alias Jessica Chastain  è la prima figlia di una donna divorziata, nuovamente accettata dalla società grazie a un uomo che l’ha sposata in seconde nozze con cui ha fatto altri sette figli. Tammy invece è figlia del primo matrimonio: per la chiesa che la madre frequenta – dove suona il pianoforte e accompagna le funzioni – la ragazzina rappresenterebbe il simbolo del fallimento matrimoniale materno e quindi viene tenuta lontana. In un flashback iniziale si vede la piccola e ostinata Tammy che entra, si avvicina al prete, beve dal bicchiere il sangue di Gesù e cade a terra in deliquio poiché vera fedele. La fede come amore, gioia, altruismo, così la vede Tammy; nella stessa maniera la vede Jim Bakker (Andrew Garfield), compagno di studi, fervente oratore, in disaccordo con gli stessi insegnanti della Bibbia. I due sono fatti l’uno per l’altro, si piacciono, ridono, si amano, si sposano. E soprattutto decidono di diventare evangelizzatori, ovvero coloro che fanno conoscere la religione a più persone possibili. E come attuare questa buona azione? Attraverso il mezzo più in voga all’epoca, ovverosia attraverso lo schermo televisivo.

In una escalation di lusso, potere, idolatria fanatica la coppia crea la più importante rete televisiva di trasmissioni religiose al mondo, contando fino a venti milioni di telespettatori quotidiani. Tammy, negli anni, mantiene una purezza bambina, con la vocina dolce canta le lodi del signore, il bisogno di essere toccata come una donna merita (una scena divertente è quella di un tradimento abortito comicamente dalle rotture delle acque della donna gravida del marito), sposa indifferenza per i traffici espansionistici di costruzioni ad hoc come un parco a tema cristiano e altri progetti mitomani di Jim. Tammy diviene madre ma sempre la sua priorità resta il messaggio da portare ai giovani, non dimenticando gli emarginati e i poveri. Vede, ma non volendo vedere non immagazzina, che il marito ha tendenze omosessuali verso il suo fido assistente; copre le difficoltà finanziarie piangendo in onda chiedendo scusa per il suo presunto affair (davanti alle sue lacrime gli spettatori aprono il portafoglio e elargiscono offerte cristiane); diventa dipendente da una pasticchetta bianca, ingoiata con la diet Coke, presa subito dopo il parto per lo stress. Tammy è una prima donna dal cuore morbido, abituata generosamente a mettersi in disparte, a farsi carico di colpe non sue, una donna che invecchia nel suo trucco abbondante, nelle sue mise dorate, nella pelliccia maculata (ne vuole regalare una alla vecchia madre che, guardandosi allo specchio, dice: “sembro un orso… però com’è calda” e la accetta).

La parabola racconta le origini e la fine: l’ultima visita in carcere per far firmare le carte del divorzio, i disperati tentativi di proporre programmi a canali non religiosi, l’ultima uscita pubblica televisiva a cantare “Battle Hymn of the Republic (Glory, Glory halleluhja)” in cui Tammy regala tutta sé stessa al suo pubblico, immaginandosi tra palloncini bandiere americane e un coro gospel alle spalle.

Basato sull’omonimo documentario del 2000 diretto da Fenton Bailey e Randy Barbato, The eyes of Tammy Faye  non affonda, non morde, non stupisce: nella gradevole patinatura di scene e costumi il film, un pochino noioso, posa tutto sulla recitazione della Chastain e di Andrew Garfield che gigioneggiano senza misura, diventando macchiette di sé stessi. Interessanti i ganci con la politica del momento – Reagan che li sovvenziona in cambio di popolarità – giustificata la ovvia deriva di onnipotenza dovuta alla smania per il dollaro, poco efficace il rapporto tra i due, certamente più sfaccettato e meno schematico di come raccontato nei 126 minuti di durata.


The eyes of Tammy Faye; Regia: Michael Showalter; sceneggiatura: Abe Sylvia, Fenton Bailey, Randy Barbato; fotografia: Mike Gioulakis; montaggio: Mary Jo Markey, Andrew Weisblum; musica: Theodor Shapiro; interpreti: Jessica Chastain, Andrew Garfield, Cherry Jones, Vincent D’Onofrio, Sam Jaeger, Fredric Lehne; produzione: Jessica Chastain, Kelly Carmichael, Rachel Shane, Gigi Pritzker; origine: Usa, 2021; durata: 126’

 

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